Mercoledì, 02 Dicembre 2015 08:32

Vivere è già perdere nella Città amara

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Ecco ciò che invidio alla letteratura americana: non le opere/mondo tipo L’Arcobaleno della gravità, Infinite Jest o Underworld (ce le abbiamo anche noi, seppure in minor numero), ma romanzi secchi e smunti come Città amara di Leonard Gardner.

Città amara ottiene un risultato raro nella nostra narrativa – mi viene in mente Agostino, pochi altri: una fusione assoluta tra forma e contenuto. Gardner racconta i fatti con un linguaggio che è un vetro terso, appena pulito; fra ciò che dice e il modo in cui lo dice nessun diaframma, nessun giudizio, nessuna teoria politica o sociologica o morale; la sua voce non usa un tono troppo alto né troppo basso; lui parla e noi ascoltiamo, e basta.

Lo spiega bene Antonio Franchini nella postfazione: “L’aderenza tra i personaggi, la loro lingua e le loro azioni è totale e perfetta, e la psicologia dei protagonisti è tutta nelle loro gesta.” Questa essenzialità è un fenomeno specificamente americano che invano ci sforziamo di copiare – copiare, fra l’altro, è sempre un errore. E però, libri come Incendi di Richard Ford, Tormenta di Russell Banks, Stoner di John Williams o Ladro di macchine di Theodore Weesner, libri così immediati nel bucare l’anima, nel raggiungere il nocciolo delle cose, libri del genere non ne abbiamo e forse non ne avremo mai.

Città amara, si usa dire, è un libro sulla boxe. Non lo nego, ma la boxe costituisce più una metafora che un vero e proprio tema, poiché il vero e proprio tema consiste nella sconfitta, la sconfitta che arriva sempre, perfino quando si vince. Vivere è già perdere, vivere è una faccenda oscura di cui ci rendiamo conto davvero nei momenti d’autentica sofferenza, quando è troppo tardi per girare la faccia dall’altra parte: “Prima di arrivare all’hotel, lo colse una depressione orrenda, un’onda di tumulto e disperazione, e capì con assoluta certezza di essere perduto.” Nella semplicità dell’ultima frase si concentra ciò che è meglio tacere piuttosto che spiegare. Gardner infatti non spiega; lui dispiega.

Billy Tully è un pugile non più giovanissimo, divorziato, dalla carriera già compromessa, che vive in hotel d’infimo livello e racimola soldi nelle piantagioni intorno alla triste città di Stockton; un giorno in palestra viene picchiato da Ernie Munger, ne saggia le potenzialità e lo manda dal suo vecchio manager, Ruben Luna. Luna – un tipico loser – prende Munger sotto la sua ala e nel frattempo convince Tully a ritentare con la boxe, ma né Tully né Munger posseggono abbastanza talento e carattere per sfondare. Tully pensa di continuo all’ex moglie, Munger rimane incastrato dalla capricciosa Faye, che prima mette incinta e poi sposa.

Munger perde qualche incontro, ne vince qualche altro; Tully prepara il rientro contro il messicano Arcadio Lucero, che batterà in maniera più carambolesca che eroica; Munger si reca da solo – Luna non può accompagnarlo per via di problemi economici – a sostenere un match a Salt Lake City, lo vince, torna a casa in autostop. Ma per entrambi il dopo/vittoria si rivela una sconfitta; anzi è la vittoria stessa che spalanca ai due pugili il baratro esistenziale.

Tully sente raddoppiare la nostalgia per l’ex moglie e comprende che, nonostante la vittoria e la piccola somma intascata, la donna è oramai irrimediabilmente lontana da lui; dunque realizzare un sogno – il rientro, la vittoria – gli fa aprire gli occhi sulla vacuità del sogno medesimo. Smette di allenarsi, ripiglia a bere, girovaga qua e là senza denaro né vestiti di ricambio; viene mollato dalla nuova compagna, una beona che non ama, e nell’inferno delle notti e dei giorni trascinati nei bassifondi della città concepisce una sola, patetica, magnifica chimera: “In strada, finalmente solo, mentre camminava svelto sull’asfalto bagnato, sperimentò uno strano istante di comunione con sua moglie. Fu così forte che ebbe la certezza che, ovunque si trovasse, anche lei lo stava pensando, in quel preciso istante. Era impossibile che fosse con un altro.” E invece con un altro ci sta, e ci resta.

Munger non sprofonda in un inferno psichico ma il mondo gli si rivolta contro, e in modo tanto bizzarro da risultare credibile. E’ la scena migliore del libro, un misto di tensione e irrisolta sensualità, fra destino che non si lascia acchiappare e incapacità di prendersi ciò che si desidera. Munger dopo il match vittorioso a Salt Lake City torna a Stockton in autostop, caricato da due tizie (che a ragione Franchini individua come delle Thelma e Louise ante litteram); una guida, l’altra gli siede accanto, lo sfiora e lo eccita, coscia contro coscia; gli permette di poggiare labbra e naso sul suo collo mentre finge di dormire, d’annusare il suo odore e toccare la sua pelle mentre lei parla o scherza, a occhi chiusi, ridendo e sospirando e seducendolo. Poi d’improvviso tutto cambia, quella al volante se la prende con Munger senza motivo, la compagna invece di difenderlo la spalleggia, le due donne lo buttano fuori dall’auto lasciandolo in piena notte in mezzo al deserto; l’unica ipotesi – ritiene Munger – è che quella alla guida fosse attratta da lui e abbia dunque reagito alla sua attrazione per l’amica; ma è un’ipotesi vaga, che barcolla e non consola.

E questo è quanto. Munger, stordito e deluso, tornerà a Stockton da moglie e figlioletta, e continuerà ad allenarsi “lungo la strada sterrata passando accanto a materassi incendiati, scaldabagni rotti, parafanghi, cartoni fradici, vecchi pneumatici e lattine arrugginite sparse sulla sponda scoscesa.” Mentre Tully riproverà forse a combattere, a cercare nella palestra un rifugio dai propri demoni; o forse no, perché è difficile discernere cosa fare per un uomo che, come scrive Gardner con sintesi spietata e fulminante, “spense la luce e sognò di non riuscire ad addormentarsi.”

 

Ultima modifica il Mercoledì, 02 Dicembre 2015 08:41
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