Lunedì, 07 Dicembre 2015 11:59

Come cambia la scuola dell'infanzia con la "Buona scuola"?

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Che la nuova "Legge 107", più conosciuta come "Buona Scuola", stia creando dubbi e scombussolamenti all'interno del mondo scolastico, è fatto noto.

Abbiamo ritenuto importante soffermarci anche sui movimenti che non riguardano direttamente la scuola superiore e di cui ignoriamo l'esistenza, perché apparentemente lontani da noi. Spesso non ha meno importanza, anche se sembra non riguardarci, ciò di cui si discute meno.

Perciò, abbiamo incontrato Vera Scipione ed Elisabetta Giannini, due insegnanti aquilane di scuola dell'infanzia, per farci raccontare la situazione odierna di quel grado di scuola e capire come la nuova legge potrebbe cambiarne l'assetto.

La scuola dell'infanzia nasce nel 1968, a seguito del grande movimento ideologico-culturale di quegli anni, come "scuola materna", ed è una grande rivoluzione: lo Stato italiano si fa carico della primissima formazione della persona, rendendo pubblico il servizio, precedentemente affidato in prevalenza ad enti locali o religiosi. Tali istituti, fatta eccezione per alcuni casi (esempi sono gli istituti basati sul metodo Montessori), avevano funzione prevalentemente assistenziale per la famiglia. Ora è il bambino, con i suoi bisogni e tempi di apprendimento, il protagonista della nuova scuola.

Il fermento è grande, si analizzano e si mettono in pratica studi di psicologia e pedagogia, tecniche di insegnamento. La nuova scuola italiana è osservata anche all’estero; nel 2009 uno studio dell'Ocse afferma che gli studenti che hanno frequentato la scuola dell'infanzia ottengono risultati migliori rispetto agli altri, confermando che in questa fase i bambini acquisiscono gli strumenti necessari per formarsi come futuri studenti e persone.

Alcuni decreti ministeriali precedenti la legge "Buona Scuola" determinano una progressiva svalutazione della scuola dell'infanzia: i tagli economici rendono difficoltoso il lavoro; alcuni poli scolastici dei minori centri abitati sono costretti a chiudere i battenti.

Arriviamo ad analizzare la legge 107, che tratta la scuola dell'infanzia marginalmente, e che, come denunciano le nostre interlocutrici, manca di definizione e finanziamenti: tutto è reindirizzato ai futuri decreti legislativi, che saranno redatti nei prossimi mesi, lo ricordiamo, dal Consiglio dei ministri, senza dibattito parlamentare democratico. La legge, al comma 181 lettera 9), istituisce un "sistema integrato di educazione e di istruzione dalla nascita fino ai sei anni, costituito dai servizi educativi per l'infanzia [quelli che noi, comunemente, chiamiamo asili nido, ndr] e le scuole dell’infanzia".

Verrebbero dunque accorpati due servizi educativi che, come ci confermano le insegnanti con cui ci siamo confrontati, hanno metodi d'insegnamento e finalità diverse, poiché tengono conto di esigenze diverse di bambini in diverse fasi d’età. Questo "al fine di garantire pari opportunità [...], superando diseguaglianze e barriere [...], nonché ai fini della conciliazione tra tempi di vita, di cura e di lavoro dei genitori [...]".

Ecco, dunque, che la scuola che nel 1968 ha posto al centro il percorso di crescita del bambino, rischia di subire una pesante involuzione, tornando semplice servizio di assistenza alle famiglie. Questo può verificarsi soprattutto se mancheranno finanziamenti. Inoltre, possiamo avere qualche dubbio riguardo l'effettiva estensione del servizio: la legge prevede infatti la "compartecipazione" alle spese scolastiche di Stato, enti locali e famiglie stesse. Oggi, questo avviene soltanto per gli asili nido; per calarci nella realtà: alcune famiglie aquilane già oggi non possono permettersi i buoni pasto scolastici. È indefinito, poi, di chi sarà la gestione di tali "sistemi integrati": sono citati enti locali e regioni, e questo comporterebbe la fine di un servizio educativo affidato allo Stato.

In questo clima di incertezza e preoccupazione, i docenti si chiedono che fine faranno le proprie abilità e professionalità, frutto di studi ed esperienza. Forse qualcuno comincia a pensare di "cambiare ambiente". Con amarezza? Sì, ci rispondono. Il movimento di protesta dello scorso anno, a cui hanno dato voce, non è stato ascoltato, "ci sentiamo bastonati" ci dicono. Ma intanto continuano a prendersi cura delle giovani vite che vengono loro affidate.

Sara De Felice V El

Ultima modifica il Lunedì, 07 Dicembre 2015 12:08

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