Giovedì, 10 Dicembre 2015 09:56

Il diario spirituale di Fabrizio Coscia

di 

Soli eravamo di Fabrizio Coscia (ed. Ad est dell’equatore), il cui titolo echeggia la celebre espressione dantesca, è più un diario spirituale che un saggio. Con esso l’autore raggiunge – fatto raro dalle nostre parti, mi sovviene Non fate troppi pettegolezzi di Demetrio Paolin – un risultato sorprendente: riesce a parlare della grande arte attraverso di sé, e di sé attraverso la grande arte. Lo fa ponendosi con umiltà ricettiva e partecipe di fronte all’oggetto del proprio studio, padrone anziché schiavo di una cultura vasta e interdisciplinare; che si tratti delle violente fughe dalla società di Tolstoj e Rimbaud o della dolcezza malinconica di Kafka, di Casanova che assiste inquieto al Don Giovanni o di Joyce e Proust seduti e annoiati alla stessa tavola, dei tormenti di Virginia Woolf o di quelli di Cesare Pavese, degli amori di Schubert o di quelli di Brahms, dei misteri intorno a Caravaggio o di quelli intorno a Vermeer, incessantemente Fabrizio Coscia ascolta, decifra, riconduce a una dimensione umana – dunque prossima e misteriosissima. S’insinua nelle pieghe di grandi esistenze per svelarcene gli aspetti “piccoli”, quotidiani o bizzarri, buffi o strazianti; espone i punti deboli di personalità forti senza malizia né cedimenti agiografici; è franco e colloquiale eppure pieno di rispetto, ammirazione e talvolta adorazione – penso a come parla dei musicisti e di ciò che significano per lui; ricorda un po’, nel suo rapporto coi giganti, il rapporto che Cechov intessé con Lev Tolstoj (oggetto d’uno dei ritratti più belli e profondi del libro): un misto di paura, sgomento, gratitudine e amore.

Due fra i quadri di cui Soli eravamo si compone mi hanno assai colpito. Il primo è la scarna, terribile paginetta che narra le torture subite da Isaak Babel’ ad opera del KGB. Babel’, dopo giorni di selvaggio supplizio, arrivò ad autoaccusarsi e ad accusare parecchi innocenti salvo ritrattare, preda di penosi sensi di colpa; la sua anima tanto ricca ci appare in balia del Male e la già precaria fiducia nel Bene minaccia di spezzarsi. Coscia, con dolente acume, osserva a un certo punto che gli aguzzini strapparono e ruppero a Babel’ gli occhiali: “Solo chi è molto miope, come lo era Babel’, può capire quale violenza possa contenere il semplice sequestro di un paio di occhiali. E’ qualcosa che si avvicina molto a un atto di castrazione. Babel’ non era un uomo d’azione: era un intellettuale che guardava il mondo con una curiosità scatenata. E gli uomini che gli tolsero o gli ruppero gli occhiali sapevano di dover accecare uno sguardo capace di andare oltre, di scrutare con una forza propulsiva irresistibile la vita e le persone.” Nel breve, feroce gesto di privare Babel’ degli occhiali c’è inscritta la tenebra della modernità.

Il secondo quadro illustra con grazia le vicende di Robert Browning e Silvio D’Arzo, entrambi a lungo ignorati (D’Arzo fino alla morte) da critica e pubblico prima di vedere riconosciuti i loro meriti. Coscia utilizza le due storie come trampolino per una riflessione che coinvolge lui personalmente e chiunque si getti nell’impresa folle e magnifica di creare, estendendo infine il concetto al puro e semplice fatto di vivere. “Tutti gli scrittori – tutti gli artisti, e forse in generale tutti gli uomini – prima o poi, nel corso della loro esistenza, devono affrontare il fallimento” ma spesso “si va avanti comunque, perché non c’è scelta, e perché il fallimento rivela più cose di quante non ne nasconda il successo, con inoltre il vantaggio di porre molte più domande.”

E’ forse il punto più autobiografico di un libro autobiografico ma non invadente. Il limite tra confessione e narcisismo è così sottile che basta poco a varcarlo – penso a Non scrivere di me di Livia Manera Sambuy, uscito pressappoco nel medesimo periodo di Soli eravamo. Manera, specie in alcuni capitoli, supera la linea; Coscia invece, pur danzandoci sopra, non la supera mai, rimane in equilibrio fra sé e gli altri, fra ciò che crede di sapere e ciò che sa di non sapere. Parlando di Browning e D’Arzo d’un tratto confida, con brusca naturalezza, ciò che tanti sperimentano ma pochi sono disposti ad ammettere: “A sedici anni ambivo a vincere il premio Nobel per la letteratura, benché non avessi scritto nulla. […] A trent’anni mi sarei accontentato perfino del Premio Strega, e anche i miei progetti letterari si erano molto ridimensionati. Nelle biografie degli scrittori controllavo sempre l’età degli esordi, e di volta in volta mi confortavo o disperavo, a seconda dei talenti tardivi o precoci che andavo scoprendo, facendo dei rapidi calcoli mentali di quanti anni di tempo avevo ancora a disposizione per cominciare o di quanti anni ero in ritardo rispetto ai grandi geni del passato a cui mi ispiravo. Oggi guardo al mio io di allora con tenerezza, e mi chiedo come abbia fatto a sostenere una tale dose sovrumana di ambizioni e aspettative. E scopro che fallire non è, tutto sommato, quell’insopportabile ingiustizia che credevo, quella disfatta definitiva che ci taglia le gambe e ci rovina per sempre, ma è qualcosa di segretamente cercato, voluto, preparato da noi stessi.”

Una sincerità modesta e sfrontata anima il singolare valore – e calore – del libro. Un libro che, mescolando partecipazione emotiva a competenze multiformi, ci permette d’avvicinare e perfino toccare i massimi talenti dell’Occidente senza perdere un grano di deferenza nei loro riguardi. E’ come se Coscia c’invitasse a casa sua e ci dicesse: sorpresa! Guardate un po’ chi vi stava aspettando? E iniziassero a sfilarci davanti Mozart, Rimbaud, Tolstoj, Joyce, Proust, Lorca, Schubert, Mansfield, Woolf, Goya, Brahms, Kafka, Leopardi, Vermeer, altri ancora. Ce li ritroviamo a portata di mano perché, mentre ci parla di loro e di sé, Coscia parla di e con noi. I geni sono creature in carne e ossa che soffrono, s’impegnano, gioiscono, s’indignano, si scoraggiano, falliscono; soprattutto, credo, falliscono. E’ il fallimento il seme d’ogni fiore e in ciò non v’è nulla di consolante né tantomeno di consolatorio, piuttosto una concretezza metafisica, se mi si consente il paradosso. Soli eravamo, siamo e saremo eppure sempre gli uni insieme agli altri, ben al di là della distanza che separa i nostri fragili corpi.

Chiudi