Giovedì, 07 Gennaio 2016 16:03

Il mistero dei pescibanana

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Un giorno ideale per i pescibanana di J. D. Salinger è – assieme a un paio di brani di Raymond Carver – il racconto più inquietante che abbia mai letto. Salinger lo pubblicò per la prima volta nel 1948; aveva ventinove anni ed era appena uscito dalla guerra, un’esperienza che lo segnò come uomo e come autore. La guerra figura senza alcun dubbio nel racconto essendo Seymour, il protagonista, un reduce americano; ma non basta a spiegare l’angoscia che vibra in quelle venti paginette, una radioattività che perturba e contamina come solo certi brani di Dostoevskij sanno fare.

Leggere Bananafish (titolo originale) non costituisce un’esperienza bella né tantomeno catartica; dopo averlo letto non so più quante volte posso affermare che il suo unico effetto è quello di trasmettere, fin dalle prime righe, un’ansia cupa e muta, che s’infila nelle viscere e non se ne va più. Si respira nell’aria estiva del racconto una catastrofe ineluttabile; e il tono brioso della parte iniziale – in cui Muriel, la civettuola moglie di Seymour, parla per telefono con la propria madre delle stranezze del marito – non fa che aumentare l’occulta sensazione che qualcosa di brutto accadrà. Salinger lavora di ellissi, evita di spiegare, lascia i fatti in sospeso, otri di buio che potrebbero rompersi da un momento all’altro; ma il suo più grande merito sta nell’ambiguità, un’ambiguità così compiuta che diventa arduo coglierla appieno.

Seymour entra in scena nella seconda parte del racconto; steso sulla spiaggia e avvolto in un bianco accappatoio parla e scherza con Sybil, una bimba di circa quattro anni; discute con lei della piccola Sharon, tre anni e mezzo, che la sera prima si è sistemata accanto a Seymour sul sedile d’un pianoforte scatenando la gelosia di Sybil; quindi le narra dei leggendari pescibanana (una storia tristissima); infine s’avventura con lei in un breve bagno, toccandole le caviglie e baciandole un piede. La sua dolcezza assomiglia a un frutto mèzzo, ancora sano in superficie ma dalla polpa oramai guasta. Seymour non supera i limiti della decenza, e nessuno potrebbe accusarlo di nulla. Salinger è prodigiosamente bravo a muovere il giovanotto sul confine proibito, fermandolo appena un centimetro o un millimetro prima che lo varchi. E poi, finché non si aggredisce o si offende, chi può giudicare con sicurezza cosa sia bene e cosa male? Quale sguardo esterno potrebbe cogliere lo spicchio di tenebra in tutta quella marittima luce, in quelle schermaglie fra il pallido Seymour e la minuscola Sybil? Lui gioca con lei, ma gioca sporco. E lei istintivamente lo sa. Quando infatti si separano Salinger si premura di puntualizzare che la bambina abbandonò il giovanotto “senza rimpianto”. Due parole da cui intravediamo l’abisso sfiorato e taciuto. Un abisso in cui Seymour cadrà poco dopo; da principio, rientrando nella camera d’albergo, accusa una donna in ascensore di guardargli i piedi – altro dettaglio obliquamente erotico; poi, una volta in camera, mentre la moglie dorme a pochi metri di distanza, si spara un colpo di pistola in testa. Egli avrebbe forse potuto affrontare i traumi infertigli dalla guerra, ma non resiste alla totale perdita dell’innocenza; e il rifiuto – venato di disgusto? – subìto della bimba è più duro da sopportare delle bombe e degli stermini.

Trovo significativo che l’aspetto morboso di Seymour venga di rado colto o sottolineato. Non penso si tratti di un’omissione; il racconto è davvero sottile, in bilico fra divina purezza e diabolica corruzione. Seymour è una variante “allegra” di Stavrogin; non violenterebbe una bimba, ma non può sottrarsi al pensiero di questa potenzialità e alla sua vicinanza. Nella narrativa di Salinger i giovani e i bambini rivestono un ruolo sostanziale, a tratti salvifico; e attorno ad essi s’aggrumano significati molteplici, un po’ come accade in Dostoevskij o Stephen King. Però qui l’ambiguità, scavando un po’, mi pare innegabile. Lo è pure in Esmè, con amore e squallore, altro sublime pezzo apparso nella medesima raccolta I nove racconti; ma lì la ragazza ha tredici anni e tutto risulta più tenue, più prossimo alla norma, benché anch’esso patologico. In Bananafish abbiamo un uomo adulto e una creatura molto piccola: la faccenda è seria. Il fatto che la moglie di Seymour si soffermi al telefono sulle stranezze del marito tornato dal fronte ci spinge ad attribuire l’inquietudine di costui alla guerra; invece è l’eros la bestia, il moloch, il volto di medusa che lo paralizza e lo perde. Salinger (titolo fallico a parte; ma non è la guerra stessa un’enorme dimostrazione fallica?) dissemina parecchi segnali: Muriel che chiacchierando incrocia e disincrocia le lunghe gambe, i tocchi rapidi e incisivi che inquadrano le caviglie e i capelli della bimba, il pallore e la magrezza di Seymour, assolutamente fuori luogo sulla spiaggia piena di sole; e come già detto la scena dell’ascensore in cui Seymour, richiamando a forza lo sguardo di una donna – stavolta adulta – sui propri piedi ammette in maniera implicita ma brusca la frustrazione e la confusione che lo annebbiano.

Una simile ambiguità rappresenta un risultato eccezionale anche per un grande scrittore come Salinger; seppure non avesse prodotto altro di notevole, basterebbe questo racconto ad assicurargli un posticino nel pantheon dell’immortalità artistica. Non scommetterei nemmeno che Salinger realizzi un simile esito in piena coscienza. Il racconto sembra scritto assecondando un impulso furibondo; somiglia a uno sfogo, e mi viene perfino da pensare che scrivendolo Salinger intendesse salvarsi la vita; che, uccidendo Seymour, egli ottenga di non uccidere sé stesso. Il suicidio di Seymour avviene al posto di quello del suo creatore: mette i brividi il solo pensarlo ma Salinger, con la terribile esperienza della guerra innestata su un carattere oltremodo problematico, rappresenta un caso estremo d’intreccio fra vita e letteratura.

Forse in questo breve e torrido racconto, più ancora che ne Il giovane Holden (scritto pochi anni dopo), risiede il nocciolo della personalità dello scrittore; uno scrittore inflessibile, con gli altri e con sé stesso, che ha detto poco ma con una forza che non lascia scampo: “Il giovanotto guardò la ragazza addormentata su uno dei letti gemelli. Poi si avvicinò a una valigia, l’aprì, e di sotto a una pila di mutande e canottiere trasse una Ortgies automatica calibro 7,65. Fece scattare fuori il caricatore, lo guardò, tornò a infilarlo nell’arma. Tolse la sicura. Poi attraversò la stanza e sedette sul letto libero; guardò la ragazza, prese la mira e si sparò un colpo nella tempia destra.”

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