Lunedì, 08 Febbraio 2016 09:31

Il bizzarro paradiso di D. J. Poissant

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Se non avete un amico che vi consiglia libri da leggere, uno di quegli individui a conoscenza d’ogni romanzo e d’ogni film che quotidianamente fioriscono sull’intera superficie dell’orbe terracqueo, ebbene dovreste procurarvelo. Io ce l’ho, stavolta mi ha consigliato Il paradiso degli animali (NN editore), una raccolta di sedici racconti di David James Poissant, e ha avuto ragione – lui ha sempre ragione.

Benché su Google non sia riuscito a scovarne l’anno di nascita (rarità degna di nota) Poissant è giovane, si vede dalle foto; siamo dunque di fronte a una nuova importante voce nel panorama delle short-stories. Per motivi che in parte attengono alla mia scrittura e in parte alle mie ossessioni (vale a dire per un unico grosso motivo) da qualche tempo sto leggendo quasi solo racconti: Andre Dubus padre, Jerome David Salinger, Raymond Carver, William Faulkner, Richard Ford; ebbene, Poissant non sfigura in compagnia di simili mostri sacri, anzi si distingue per una freschezza e un’originalità che lo rendono nostro vivido e credibile contemporaneo. Perfino leggendo Dubus, morto appena diciassette anni fa, si sente una patina di “antico”; viviamo un tempo di cambiamenti non solo grandi ma incredibilmente veloci; e Poissant scrive al passo con questo tempo folle, inedito, co(s)mico.

Le sue storie ritraggono uomini e donne sull’orlo dell’abisso – ho idea che tutti noi, oggi più che mai, ci troviamo sull’orlo dell’abisso e per di più consapevoli, nelle profondità della nostra fragile psiche, di esserlo. Poissant sventaglia una gamma ampia: padri che non accettano l’omosessualità dei figli, coppie in cervellotica crisi, donne dall’astrusa sessualità, bambini e ragazzi chiusi in bolle di alienità più che di alienazione – sono gli adulti a mostrarsi alienati, poco presenti, opachi. In tale amara minestra Poissant getta un pizzico di sale fatato; gli animali che ricorrono fin dal titolo, e che rappresentano un altro modo di esistere, un altro modo d’accettare il ciclo inevitabile delle terrene vicende; ma anche fenomeni trascendenti, d’una trascendenza però tenue, delicata e a tratti colma di pudore. Mi sovviene il racconto brevissimo – due pagine – ma abbacinante dal titolo Il bambino che brilla: “Guarda l’erba che cresce dalla tomba del bambino. Guarda come luccica. E una nuova specie di verme viene scoperto a poca distanza dal cimitero. E le talpe che mangiano quei vermi, il loro muso è già una stella. Ecco che vanno, scavano, bucano la terra, inseguendo quei teneri raggi luminosi che hanno sul muso, si fanno strada su, su, e fuori, fuori nella luce.” In un passo del genere, al confine fra squisita sensibilità e crudo realismo, c’è il timbro peculiare di Poissant, il suo inquieto sortilegio; se ho mai letto un brano più fiabesco, tenero e commuovente de Il bambino che brilla, non lo ricordo.

Un altro racconto notevole, Il rimborso, scivola in maniera quasi insensibile dal tema del bimbo prodigio inadatto alla stupidità del consesso civile al tema della crisi coniugale: “Dicono che una relazione è finita quando uno dei due esce di casa. Forse non la prima volta, ma molto prima dell’ultima. Interrompi delle litigate con una porta in faccia, con un giro in macchina, con due passi per il quartiere, e lo chiami sbollire. E anche se non lo sai ancora, non stai solo uscendo a fare un giro, stai uscendo dal tuo matrimonio.” E’ interessante come qui Poissant concentri il fuoco emotivo su un personaggio – il bimbo – che in realtà gli serve per parlare soprattutto dei genitori. Sono i genitori che gli interessano, ma è grazie al bambino che riesce a renderli interessanti anche per noi.

Il racconto più straziante – e forse il migliore – s’intitola Come aiutare tuo marito a morire. Una donna ci parla di ciò che si può fare quando il cancro comincia a mangiarsi lembo a lembo il tuo compagno. Nessun accenno patetico, ma nessuna pietà. Il grado di cattiveria di cui il destino può mostrasi capace è analizzato, anzi sviscerato con commossa eppure ferma poesia. “Chiediti, nel silenzio dell’alba, se ogni respiro che hai appena sentito è l’ultimo. Capirai cos’è la disperazione. Capirai cos’è l’impotenza.” Oppure: “Quando tuo marito si volta e ti offre la sua confessione, quando ti racconta tutte le cose terribili, tutti i torti che ti ha fatto, per quanto ti faccia soffrire, non costringerlo a implorare il tuo perdono. Digli che lo ami, che non importa nient’altro. Fallo perché siete arrivati alla fine insieme, perché non ha senso rendere tutto più difficile. Perché forse l’amore vale di più della fedeltà. Perché forse una promessa spezzata si può ancora mantenere.”

Si soffre molto, si gioisce poco, si riflette a fondo e ci si emoziona all’improvviso, quasi a tradimento. Il filo però che unisce fra loro gli strani, imprevedibili, nevrotici e scoppiettanti racconti di Poissant è soprattutto uno: lo strazio di non riuscire a parlare fra noi delle cose essenziali, per malanimo o cattiva volontà o pigrizia, e ancora il buio che ci separa, un buio di fraintendimenti, rancori e malintesi; insomma l’abisso che la letteratura ha sempre affrontato – uscendone sempre sconfitta, uscendone sempre vincitrice. Sentite il protagonista di 100% cotone e provate a dargli torto: “Volete sapere perché voglio morire. Ma quale può essere una risposta accettabile per voi, voi che volete vivere? Mettere una cosa del genere in parole è come cercare di spiegare cosa c’è tra le persone, cosa ci impedisce di comunicare, e intendo comunicare per davvero.”   

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