Giovedì, 03 Marzo 2016 08:46

L'enigma di una poesia straordinaria

di 
 Arthur Rimbaud Arthur Rimbaud

Oggi vi propongo un brano anziché parlarne. Si tratta di Genio, che la vulgata considera l’ultimo testo composto da Arthur Rimbaud prima d’abbandonare per sempre la poesia.

Quando lo scrisse aveva diciannove o vent’anni. Non sapremo mai se si tratti davvero dell’ultima sua opera – la produzione di Rimbaud venne riordinata da altri ben dopo la sua fuga in Africa – ma oramai da gran tempo ogni antologia colloca Genio in fondo, proprio al termine delle Illuminazioni, proprio al termine della breve miracolosa parabola del ragazzino di Charleville.

Parliamo dunque d’un testo simbolicamente importante, oltre che di una delle più belle poesie d’ogni tempo. Parliamo dell’ultima parola del divino fanciullo prima del silenzio, di Aden, dei traffici nel deserto arroventato. Ma Genio è davvero una poesia? E’ una prosa? Un misto fra prosa e poesia? Oppure è una preghiera? Un salmo? Una scheggia di Vecchio Testamento ficcata dentro la carne grassa e corrotta della modernità?

E di chi parla Genio? Di un genio? Di Gesù? Di un essere futuro? Di Rimbaud stesso? Di un uomo nuovo destinato ad arrivare prima o poi su questo povero mondo storto e raddrizzarlo? E anzi, chi parla in Genio? Come tutti i grandi testi di Rimbaud, Genio è ambiguo e anziché farsi interrogare ci interroga, ci provoca, ci sfida.

Mettetecela tutta, e buona lettura.

È l'affetto e il presente poiché ha voluto la casa aperta all'inverno schiumoso e ai rumori dell'estate, lui che ha purificato i cibi e le bevande, lui che è il fascino dei luoghi fuggitivi e la delizia sovrumana delle stazioni. È l'affetto e l'avvenire, la forza e l'amore che noi, in piedi nella rabbia e nella noia, vediamo passare in cieli di tempesta e bandiere d'estasi.
È l 'amore, misura perfetta e reinventata, ragione meravigliosa e imprevista, e l'eternità: macchina amata delle qualità fatali. Tutti noi abbiamo provato lo spavento del suo concedersi e del nostro: o godimento della nostra salute, slancio delle nostre facoltà, affetto egoista e passione per lui, lui che ci ama per tutta la sua vita infinita…
E noi lo ricordiamo e lui viaggia… E se l'Adorazione se ne va, squilla, la sua promessa squilla: "Via queste superstizioni, questi corpi antichi, queste coppie e queste età. E' questa epoca qui che ha fatto naufragio!"
Egli non se ne andrà, non ridiscenderà da un cielo, non compirà la redenzione delle collere delle donne e delle allegrie degli uomini e di tutto questo peccare: perché è cosa fatta, egli essendo, ed essendo amato.
Oh il suo respiro, la sua corsa, la terribile celerità della perfezione delle forme e dell'azione! 
Oh fecondità dello spirito e immensità dell'universo!
Il suo corpo! La liberazione sognata, l'infrangersi della grazia pervasa di nuova violenza!
La sua vista! la sua vista! tutte le genuflessioni antiche e le pene riscattate grazie a lui.
La sua luce! l'abolizione di tutte le sofferenze sonore e mutevoli nella musica più intensa.
Il suo passo! migrazioni più enormi delle antiche invasioni.
Oh lui e noi! l'orgoglio più benevolo delle carità perdute.
Oh mondo! e il canto chiaro delle sciagure nuove!
Lui ci ha conosciuti tutti e tutti amati. Sappiamo dunque, in questa notte invernale, da un capo all'altro, dal polo tumultuoso al castello, dalla folla alla spiaggia, di sguardo in sguardo, con forze e sentimenti affievoliti, chiamarlo e vederlo, e ricacciarlo, e sotto le maree e sopra i deserti di neve seguire il suo sguardo, il suo alito, il suo corpo, la sua luce.

 

Ultima modifica il Giovedì, 03 Marzo 2016 08:52

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