Venerdì, 22 Aprile 2016 09:19

25 anni di Arthur Rimbaud

di 

Scoprii Rimbaud a sedici anni, nell’ormai lontano 1991, rimanendo folgorato dalla lettura de I poeti di sette anni (“E la Madre, chiudendo il Libro del Dovere, se ne andava soddisfatta e fiera, senza vedere, sotto la fronte piena di protuberanze, l’anima del suo bambino in preda alle ripugnanze…”); siamo oramai nel 2016, di anni ne compio quarantuno e credo non sia trascorso un solo giorno, da allora, in cui io non abbia rivolto a Rimbaud almeno un pensiero fugace, per non parlare delle volte che mi ci sono rotto la testa. Si tratta di circa novemilacentoventicinque giorni: se ci rifletto mi convinco d’essere pazzo, e forse lo sono davvero. Nel 2004 mi recai in pellegrinaggio a Charleville, sua città d’origine; ma quell’avventura, anziché attutire la leggenda, ne accrebbe l’aura. Nel cassetto custodisco infatti il sogno di tornare nelle Ardenne, solo e spiantato proprio come allora… E dunque: ammesso che io sia pazzo, perché Rimbaud?

Arthur Rimbaud è un poeta sommo, forse il più importante della modernità (con lui la frattura si fa fonda, citando Ungaretti); ma ciò non giustifica la mia insana, solerte, tenace ossessione. Un tempo scrivevo poesie, d’accordo, ma il mio stile non suona affatto rimbaudiano. Se dovessi indicare alcuni poeti che m’influenzarono dovrei nominare piuttosto Paul Celan, Emily Dickinson e, in minor grado, Beppe Salvia. Inoltre il Rimbaud maggiore è quello di Una stagione all’inferno e delle Illuminazioni, opere irripetibili e senza eredità, a dispetto del loro enorme influsso sul ‘900; opere che si ammirano da lontano, come si farebbe col volo d’un unicorno nelle remote braci del crepuscolo.

Suppongo che tutti noi cerchiamo, da qualche parte, un riscatto – dalle sconfitte, dalle brutture, dalle delusioni, dalla mediocrità, dalla vita insomma; in tal senso Rimbaud costituisce uno strumento formidabile, per via della sua natura assolutamente incatalogabile. Rimbaud non si colloca. Non lo si assorbe né digerisce; non ci si abitua alla sua sostanziale stranezza o meglio estraneità (Char lo giudicava un uomo venuto dal futuro, il primo nunzio d’una civiltà non ancora nata). E’ una droga, e per disintossicarsene non occorre crescere bensì sfiorire. E’ un veleno che si ha sempre voglia di bere. Chiunque scriva versi dovrebbe stare alla larga da Rimbaud e dal suo brusco, precoce silenzio, un baratro spalancato d’improvviso nel parquet della storia poetica; eppure molti poeti lo amano, almeno fin quando s’accorgono che amarlo equivale a suicidarsi.

E gli studiosi? Hanno provato a ficcare il guastafeste ovunque: tra i comunisti, i fascisti, gli atei, i cristiani, gli omosessuali, i puttanieri, i demoni, i santi, gli avanguardisti, gli psicopatici, i bohemièn, i maledetti, i mistici, gli ubriaconi, finanche gli alieni; ma centoventicinque anni dopo la morte Rimbaud non possiede una casella, né mai l’avrà. Alleluja! Esiste almeno un uomo che sfugge agli schemi, alle gabbie dentro cui ci affanniamo a rinchiudere il mondo per poi strozzarlo. Esiste un imprevisto. Perfino Harold Bloom, il gerarca della letteratura mondiale, specializzato in categorie e raggruppamenti, ha dovuto ammettere (a denti stretti) che Rimbaud è un fuori/casta, un fenomeno a sé stante, uno che non partecipa di ciò che conosciamo. Chi invece ha provato a demistificarlo, vedi René Etiémble, ne è uscito con le ossa rotte: due decenni di studi e duemila pagine di materiale solo per confessare, alla fine, che Rimbaud resta un autentico mistero.

Rimbaud, al pari della sua opera, scappa sempre, né si capisce mai dove. Lo si può interpretare all’infinito come poeta e come uomo. Nessun grande scrittore nella storia della letteratura mondiale ha abbandonato il campo a diciannove anni; nessuno, soprattutto, ha mostrato nei confronti della letteratura lo sdegno e la nausea di cui Rimbaud diede ampia prova. Lavoratore in un circo e in una cava di pietra, operaio, accattone, portuale, venditore di manici d’ombrello, precettore, disertore da un paio d’eserciti, trafficante d’armi, marinaio, esploratore, conoscitore di numerose lingue europee e altrettante africane (da autodidatta), insegnante sui generis del Corano, arabista, geografo, Rimbaud non è un semplice mito bensì, come afferma Gianpiero Bona, un “moltiplicatore di miti”. Possiede un carisma prodigioso che sconfina dall’ambito letterario (basti pensare alle innumerevoli stelle del rock che lo adorano) e il suo destino drammatico continua ad affascinarci non meno della sua enigmatica opera.

E’ questa sua singolarità che mi ha sedotto. Non la straordinaria intelligenza, l’immenso talento, il coraggio di scagliarsi a mani nude contro un’intera civiltà, lo sdegno verso i pelosi salotti parigini, il vigore fisico e psichico, l’acume, l’ardimento, l’umorismo caustico, lo sguardo trasparente, la pelle cotta dal sole di Aden; no. Ciò che di lui ammiro – e invidio – è la capacità di rompere le aspettative, di spiazzare i becchini dello spirito; non v’è critico, per quanto colto e disincantato, che osi affrontare il caso/Rimbaud allo stesso modo in cui affronta gli altri. Semplicemente, non è possibile farlo. Un’irriducibilità permane, uno scarto, una differenza.

Già a diciassette anni del resto Rimbaud si proclamava libero da ogni influsso, classici greci e latini, Shakespeare, Victor Hugo e Baudelaire inclusi. L’unico reale avversario, l’unico precursore con cui egli bramava misurarsi rimaneva Cristo. Cristo riusciva a sgomentarlo, lo inquietava, lo pungolava, lo costringeva ad abbassare – a tratti – il capo, per poi rialzarlo in un impeto di sfida, orgoglio e infuocata umiltà. Cristo lo indusse a bestemmiare, gioire e infine, forse, tacere. Con Cristo egli ingaggiò, nella metafisica fornace de Una stagione all’inferno, una lotta all’ultimo sangue, una lotta che evidentemente non poteva vincere e che si conclude così: “Intanto è la vigilia. Cogliamo ogni influsso di vigore e di reale tenerezza e all’alba, armati di ardente pazienza, entreremo nelle fulgide città.”

Grazie, Arthur, per essere nato. Con ardente pazienza t’inseguo, benché sappia che non ti raggiungerò mai.

Ps: la vita di Rimbaud è appassionante come un romanzo d’avventure e toccante come una tragedia. Chi volesse approfondire può leggere la bellissima biografia di Graham Robb, Rimbaud, vita e opere di un poeta maledetto, Carocci 2002.

Articoli correlati (da tag)

Chiudi