Mercoledì, 08 Giugno 2016 09:16

La fiaba nera di Elena Varvello

di 
Elena Varvello Elena Varvello

Elia ha sedici anni, un padre folle, una madre debole, un amore (non solo platonico) per la trentaseienne madre del suo unico amico, Stefano. Vive a Ponte, un paese di montagna, dove d’inverno un bambino è stato rapito e ucciso e dove sparisce, nel pieno della torrida estate successiva, una bella ragazza rimasta a piedi sul ciglio d’una strada deserta.

La vita felice di Elena Varvello (Einaudi, 2016) è tutto qui: centosettanta pagine di storia pressurizzata fin quasi all’implosione, via di mezzo fra noir, thriller e bildungsroman. Ma forse La vita felice è principalmente una fiaba. Possiede della fiaba l’assolutezza di personaggi ed eventi, la fatalità inesorabile, il ritmo di un meccanismo che non si fermerà se non precipitando nell’abisso. Le sfumature si riducono al minimo e riguardano il padre di Elia, capace di passare in un attimo dal riso al pianto, dalla tetraggine alla dolcezza; un orco, eppure tenero nella sua immane fragilità.

Il libro è scandito dalle sue azioni e da quelle del figlio, che coincide con la voce narrante; ma mentre il figlio conduce giornate normali – solitudine, noia, amicizie, il turbamento per l’attraente e matura Anna Stabuio, tornata a Ponte dopo molto tempo – il padre, perso il lavoro, esce di casa compiendo lunghi giri in camionicino o scrive lettere indirizzate a coloro che secondo lui l’avrebbero rovinato. E’ inoltre convinto che un nemico feroce ancorché spettrale lo segua ovunque e da sempre, sin dall’infanzia, ma al lettore non è concesso entrare davvero nella mente dell’uomo, resa opaca da un misto venefico di furore e paura. La follia di costui è concreta e però remota, una maledizione che Varvello non si cura – giustamente – di spiegare. Forse Barbablù, la matrigna di Hansel e Gretel o la perfida regina che detesta Biancaneve necessitano di analisi psichiche?

Varvello alterna con sapienza i due piani lungo cui scorre l’estate, quello del figlio e quello del padre; due piani che non s’incontrano mai, nonostante i protagonisti vivano sotto lo stesso tetto, parlino fra loro, mangino alla medesima tavola; e nonostante l’intermediazione assidua della madre di Elia, poco credibile nella rassegnata accettazione delle bizzarrie del marito. Ma di nuovo: chi di noi chiede conto dell’indifferenza con cui il “buon” padre accetta d’abbandonare Hansel e Gretel nel bosco? La mia non è dunque una critica poiché intendo l’opera come una fiaba e nella fiaba non conta la verosimiglianza, conta la forza con cui si avvince, si incanta, si spaventa. In tal senso Varvello vince l’ardua scommessa – la fiaba come l’horror è un genere difficilissimo, basta un soffio per perdere l’equilibrio e risvegliare d’improvviso il buon senso (ah, non sia mai!) di chi legge.

Avanzando ne La vita felice saltiamo invece senza sosta dal padre al figlio, atterriti ma ansiosi che scoppi il dramma annunciato dalle primissime righe. I capitoli che ritraggono il padre di Elia sul camioncino assieme alla ragazza cui ha offerto un passaggio brulicano di tensione, giocata su un filo sottile ma tagliente: sappiamo che lui le farà del male, ma non sappiamo di preciso cosa le farà né in che maniera; crediamo d’intuirlo, né ciò osta al coinvolgimento emotivo; e gli sviluppi s’incaricheranno di smentire l’esattezza del nostro intuito.

Lo stile che Elena Varvello utilizza è scarno, essenziale; comprendo i motivi – forse perfino le necessità – di una simile scelta; ma se dovessi indicare un punto debole ne La vita felice mi concentrerei qui. In sé la prosa suona compiuta ma sottrae troppo a una vicenda suggestiva, perfetta da scaraventare di peso alla tempia del lettore. Non biasimo le ellissi o i silenzi; l’autrice li gestisce con maestria, tenendoci impiccati al gancio della curiosità; mi riferisco a una polpa, a una materia tattile che a tratti sento venir meno. E’ come entrare in una casa mezza vuota; anzi, è una faccenda di gusto. Io avrei voluto gustare – non sapere – di più riguardo Stefano, lo strano amico di Elia; riguardo sua madre Anna Trabuio, pura e fatale; e riguardo Elia, il narratore che si sottrae sempre un attimo prima d’accoglierci nel proprio mondo ambiguo e inquieto. Parlo di carne e sangue intorno alle ossa.

Avete presente l’abbondanza di particolari con cui Stephen King crea le piccole comunità in cui colloca i suoi mostri? La cura maniacale con cui ce le presenta via dopo via, negozio dopo negozio, marciapiede dopo marciapiede, comparsa dopo comparsa? Avete presente Castle Rock o Chester’s Mill o Salem’s Lot, e la sensazione che esistano e che noi le stiamo visitando?

Fatta salva la poetica di ciascun autore, mi sarebbe piaciuto calarmi di più nel paesino di Ponte, sporcarmi di più le mani coi suoi abitanti, col frusciante e misterioso paesaggio che lo circonda, con gli alberi e i campi e le siepi dietro cui potrebbe nascondersi qualunque pericolo; mi sarebbe piaciuto indugiare di più presso l’oscuro enigma della coscienza umana.

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