Sabato, 13 Agosto 2016 17:00

Il luogo/simbolo dell'alienazione? L'hotel

di 

Reginald Edward Morse è un oratore motivazionale, ma collabora con alacre impegno al sito ValutaIlTuoSoggiorno.com; le sue recensioni sugli hotel degli Stati Uniti (ma non solo) sono assai seguite. Però non si tratta di recensioni. “Questo” ci viene spiegato verso la fine “non è un libro sugli alberghi ma una raccolta di scritti su ciò che significa essere soli.”

In effetti con Hotel del Nord America (Bompiani 2016) Rick Moody ci consegna un’opera bizzarra, sfuggente, straziante. Un catalogo delle nevrosi e delle psicosi odierne, le quali tutte vanno a confluire, come mille torbidi rivoletti, nella cloaca dell’alienazione e quindi della solitudine. Si nasce soli e si muore soli, ma oggi pare che in special modo si viva soli.

Moody scolpisce questa realtà gelida e terribile disegnando, per il tramite di Morse, una fantomatica guida ai comfort o alla loro mancanza, sottolineando la presenza o l’assenza di un cioccolatino sul guanciale, osservando il colore giusto o sbagliato di una parete o di una moquette, le dimensioni di un bagno o di una cabina/doccia, la maggiore o minore pulizia d’un copriletto. L’intuizione su cui si regge il libro possiede la forza plastica della concretezza: cosa meglio degli alberghi per descrivere – e inchiodare – la nostra società emotivamente allo sbando? Cosa meglio di questi non-luoghi, di queste scatole senz’anima dove quasi tutto si rivela finto, e ciò che è vero si rivela nullo?

Schermandosi dietro la voce ironica, sarcastica e in apparenza leggera di Reginald Morse, Rick Moody esplora inoltre il tema dell’albergo quale luogo infestato (quante cose brutte accadono in un albergo? Quanti frammenti di vite e di morti e di malattie e di follie lo contaminano?) alla rovescia di Stephen King in Shining o nel racconto 1408; ma il messaggio non risulta meno angoscioso.

Morse riesce comunque a mantenersi lieve anche quando il suo equilibrio mentale vacilla, anche quando fra le mura estranee d’una squallida stanza lontana mille miglia da casa la vita gli appare nella sua oscena nudità. Riesce a volare un palmo sopra gli addii, le liti, le incomprensioni, gli adulteri consumati nell’umido, sozzo segreto del senso di colpa (“Avvertii quasi subito lo zampillio di liquidi nel bel mezzo dell’incontro clandestino, ma non mi importava, non mi importava di niente in quel momento, e facemmo quello che da mesi, mentendo a noi stessi,  pensavamo di fare, e che avrebbe sicuramente ferito molte persone, e che era destinato a impedire qualsiasi comportamento onesto e sincero nelle nostre vite per mesi, se non anni, a venire, e quando finimmo, be’, c’era sangue ovunque.”). Ma poi, in un improvviso squarcio d’onestà, ammette: “In fondo ci assomigliamo tutti, stringi stringi, me compreso, perché, seppur sposato, all’epoca viaggiavo da solo, dopo essermi da poco svincolato da un nefasto e atletico flirt, e pertanto questo era proprio l’hotel che faceva per me. […] C’erano aracnidi in ogni angolo, e si vedeva passare un mucchio di gente che andava a prendersi il gelato o un sacchetto di caramelle mou, e non ci sarebbero state sorprese, e la Jacuzzi era solamente una grossa vasca da bagno dotata di qualche getto d’acqua in più, talmente rumorosa da coprire praticamente qualunque grido di disperazione.”

Morse conduce in effetti un’esistenza piuttosto fallimentare. Guadagna poco. Ha divorziato. Gli manca la figlia piccola. Ha un’amante di cui fornisce solo l’iniziale, K.. E trascorre molto, troppo tempo negli hotel. E tutto ciò veniamo a saperlo dalle sue recensioni su ValutaIlTuoSoggiorno.com, bizzarro diario camuffato. La recensione crea distanza, scava un vuoto entro cui il dolore e la sofferenza gridano senza suono ma feriscono di più. Il distacco e un abile, a tratti funambolico controllo della lingua – Morse è capace di “tenere” frasi lunghe una o due pagine – accrescono la vertigine del vuoto. Un nichilismo glaciale, prossimo alla ferocia di Bret Easton Ellis, stilla fra le righe come acido; ma un attimo prima dell’abisso l’umorista getta via la maschera e una pallida pietas rischiara l’orizzonte: “Chi tra di noi non è, per la maggior parte del tempo, preda del desiderio di rannicchiarsi in posizione fetale? E’ da lì che si parte. Si parte dalla posizione fetale, e si parte con la convinzione che guarire è bello e che se tu fossi un essere onnipotente o onnisciente, rivolgeresti molto amore al tizio rannicchiato in posizione fetale.”

Le ultime quindici pagine sono le più notevoli. Reginald Morse scompare, ma dai suoi seguitissimi giudizi sugli hotel si decide di trarre un libro e a Rick Moody in persona viene chiesto di redigerne la postfazione. Moody all’inizio recalcitra, ironizzando con acume su sé stesso e sul proprio alter ego Morse, poi diventa serio. Perché è scomparso, Morse? E dov’è andato? E’ ancora vivo? Cosa fa? E con chi? Ha sconfitto i propri demoni – che si affacciavano dalla grata delle recensioni il tempo sufficiente a lasciar intravedere le zanne – o ne è stato viceversa sconfitto? Moody si mette a caccia di Morse, indaga, verifica il suo domicilio per realizzare che è falso, s’imbarca in pedinamenti, conosce una donna disposta a condividere la sua ossessione per Morse e infine, presso una mostra d’arte concettuale in cui non c’è letteralmente nulla, s’imbatte forse (o forse no) nella fantomatica amante di Morse, K…. Un vero capolavoro di ambiguità, che gioca con la fiction e la coscienza autoriale in maniera brillante e che ricompensa il lettore delle duecento precedenti pagine, troppe per un elenco di stanze d’albergo: “E’ questo oggi il mio atteggiamento verso gli scritti di Reginald Edward Morse, ovvero che essi ci parlino più del futuro che degli hotel. Non so se l’opera di Morse sia vera, o autentica, non so nemmeno se sia valida, ma so che è un segno dei tempi, e che le sue risa e il suo pianto compongono un romanzo in frammenti nel quale sono ancora percepibili, persino in lontananza, le tracce di un battito umano, nonostante il suo silenzio. […] Ovunque lui sia, il futuro che indica è uno scarabocchio tragicomico, e quando ci metti le mani sopra, magari per caso, senti l’ombra di quello che deve ancora venire.”

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