Mercoledì, 31 Agosto 2016 12:18

Brutti, sporchi e gentili

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Brutti, sporchi e gentili Foto 'Affari Italiani'

Già alla fine degli anni Novanta l'Esercito Italiano, delle motociclette, non sapeva che farsene. All'inizio della primavera del '94, insieme agli altri del mio scaglione bighellonavamo tra i capannoni già mezzi dismessi del nostro reggimento, a Gradisca. Vivevamo i mesi languidi della fine della naia, affacciandoci sull'estate con sguardi avidi. Pregustavamo libertà, serate alcoliche e arrembaggi erotici.

Come se l'anno di servizio militare fosse stato avaro di fremiti giovanili. Non sapevamo ancora che il disarmo non avrebbe riguardato solo noi, ma l'esercito stesso. La fine della leva obbligatoria era dietro '’angolo, ma le moto erano state già congedate da un pezzo.

Facemmo la scoperta nella penombra di un capannone: affettati da lame di luce popolati da pulviscoli di polvere danzante, giacevano esemplari di Moto Guzzi Nuovo Falcone Militare. Tutti nuovi e vecchi allo stesso tempo, condannati a morte dall'inutilizzo. Pochi chilometri percorsi al servizio di cingolati di artiglieria semovente: "inizio colonna", "fine colonna". Come mezzi da ricognizione non andavano bene, troppo difficile guidare e sparare allo stesso tempo. Qualche tiepido esperimento ancora negli anni Novanta con la Cagiva W12, 350. Poi più niente. Eppure gli eserciti francesi e statunitensi, ma anche altri, usano ancora le moto per missioni leggere di avanscoperta. Ma noi no.

Il 25 agosto scorso, mentre l'apparato del soccorso statale ancora stentava ad organizzarsi efficacemente, le decine di frazioni intorno ad Amatrice erano irraggiungibili da comuni mezzi a motore. Grazie all'intervento degli enduristi del Centro Italia, molte famiglie hanno potuto rifornirsi di coperte, medicinali e beni di prima necessità, come ci racconta bene bene il giornalista brianzolo Paolo Sormani sul blog R.P.M che tiene su Panorama, riqualificando ancora una volta l'immagine dei centauri:

"E' sconcertante come ci si abitui a tutto. Anche ai terremoti. Lo ammetto con rammarico e vergogna, da spettatore che vive in un'area a bassissimo rischio sismico. Da che ne ho una memoria lucida, cioè dal terremoto in Irpinia del 1980, mediamente ogni cinque anni assisto alle stesse situazioni. Leggo e ascolto le stesse discussioni. Al punto da assuefarmene, inebetito da una tossina che - almeno questo - lascia ancora filtrare la rabbia e l'incredulità per la loro ripetizione seriale: 'Ma come, di nuovo?'.

Ciò che non riesco a dare per scontata è la bontà delle persone, lo slancio del soccorritore. Ogni volta riesce a sorprendermi e a muovere qualcosa di profondo. Come quando ho visto "gli angeli della moto". Li hanno chiamati così, quei volontari che sono giunti ad Amatrice e nelle frazioni circostanti in sella alle loro enduro "per arrivare dove gli altri non possono". Si sono coordinati alla Protezione Civile per portare cibo, medicinali, coperte alle persone che non volevano, o non potevano lasciare ciò che restava loro. Ne hanno intervistato uno, ha detto di essere un veterano del soccorso in moto, dal Friuli '76 in poi. Non è solo. 

Nel tam tam dei social ho visto gruppi spontanei di motociclisti attrezzarsi per stipare borse e furgoni di coperte, lenzuola e vestiti per i centri d'emergenza. Ricordo Joey Dunlop, l'eroe del Tourist Trophy, insignito del titolo di Cavaliere per meriti umanitari quando, in incognito, portava aiuti alle popolazioni della ex Jugoslavia in guerra.

Sarò ingenuo e romantico, ma resto convinto che la natura del motociclista sia positiva. È un cavaliere che si espone in prima persona per dare, più che predare. Italiano o meno, è una questione di slancio istintivo. Gente che risponde, interagisce, si spende e gira il manubrio solo quando la strada e la missione sono finite. Così dovrebbe essere. Troppo spesso descrivono gli enduristi italiani come unni devastatori dalle gomme tassellate. A quelli di Amatrice hanno messo le alucce da angeli. Io li chiamo uomini".

Niente di più poetico e vero, ma la circostanza raccontata delinea anche i contorni di un'altra lacuna della Protezione Civile. La necessità di doversi affidare alla buona volontà e dei mezzi dei privati, ci svela ancora una volta che non esiste un coordinamento, non esiste un piano d'emergenza capace di colmare gli spazi, almeno nelle prime fasi. Al momento del bisogno, nel nostro Paese, vale ancora l'istituzione del mutuo soccorso riportata alla sua più genuina essenza.

Gli italiani, vuoi per attitudine, vuoi per necessità, sono abituati a cavarsela da soli ogni volta, aiutandosi reciprocamente e potendo magari contare su un parco meccanizzato migliore di quello dell'Esercito. Eppure cambiare le cose dovrebbe essere possibile, l'esperienza non ci manca.

Ultima modifica il Mercoledì, 31 Agosto 2016 14:29

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