Venerdì, 20 Dicembre 2013 13:27

"Filosofia della sessualità" e condizione della donna nell'Accademia: intervista a Vera Tripodi

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Per lungo tempo guardati con sospetto, se non addirittura apertamente osteggiati, negli ultimi anni  in Italia gli Studi di genere (o Gender studies come vengono chiamati nel mondo anglosassone) hanno iniziato finalmente a ricevere, seppur molto timidamente, una maggiore considerazione, sia dai mass media, sia soprattutto dal mondo universitario, storicamente sempre piuttosto restio a concedere spazi di libertà ad indirizzi di ricerca non in linea con la 'tradizione'. Come forse saprete, gli Studi di genere si caratterizzano per la loro interdisciplinarità nel trattare il significato della sessualità e, più in particolare, dell'identità di genere. Molte sono le discipline che nel corso del tempo sono state chiamate a contribuire allo sviluppo degli Studi di genere; biologia, sociologia, antropologia (solo per citarne alcune) e, chiaramente, la filosofia. Il contributo filosoficamente più interessante - e teoreticamente più competente - apparso finora in lingua italiana all'interno del panorama degli Studi di genere è, senza dubbio, il libro Filosofia della sessualità (Carocci, 2011) della filosofa Vera Tripodi, tra le massime esperte di Gender studies in Italia*. Quella che segue è l'intervista che ho avuto il piacere di farle per parlare un po' del suo libro, del ruolo della filosofia negli Studi di genere, nonché della condizione attuale delle donne nell'Accademia. Ringrazio ancora Vera per aver accettato ma soprattutto per essere riuscita a sopportare stoicamente la mia proverbiale logorrea. Buona lettura.

Vorrei iniziare chiedendoti che cosa si intende per “Filosofia della sessualità”, titolo del tuo libro. In altre parole, qual è secondo te il contributo che la riflessione filosofica può fornire nella comprensione del problema della sessualità rispetto ad altre discipline, come ad esempio la biologia, e, più in generale, la scienza?

Difficile offrire una definizione esaustiva di cosa si intenda per “filosofia della sessualità”. Personalmente, mi muovo all’interno della filosofia di orientamento analitico. All’interno di questa prospettiva, con questa “etichetta” ci si riferisce a quel settore della filosofia che concentra la propria indagine su questioni come: c’è un fondamento oggettivo delle categorie sessuali?; la differenza tra donne e uomini è esclusivamente culturale?; i sessi sono davvero solo due e, se così, a che cosa si riduce – da un punto di vista puramente biologico – la differenza tra maschio e femmina?; l’orientamento e il piacere sessuale sono qualità naturali?
Si tratta di temi che hanno da sempre suscitano un grande interesse tra i filosofi e le filosofie provenienti da ambiti molto diversi. Per esempio, il dibattito sulla questione se i sessi in natura siano solo due aveva già appassionato il mondo antico. Com’è noto, su questo si era pronunciato lo stesso Platone, il quale aveva sostenuto che i sessi erano in principio tre (maschio, femmina ed ermafrodita). La questione dell’orientamento e piacere sessuale ha in parte animato la discussione anche tra i filosofi medioevali. Tommaso d’Aquino per esempio aveva preso parte a questo dibattito sostenendo che un atto sessuale può dirsi “naturale” (e dunque “morale”) solo se ha come fine ultimo la riproduzione. Nel dibattito filosofico contemporaneo sulla sessualità invece, lo stretto legame tra sessualità e natura è stato sradicato da autori come Michel Foucault e Simone de Beauvoir. Per entrambi, l’appartenenza a una categoria di genere non è esclusivamente determinata dal dato biologico ma è socialmente costruita. Questa tesi del genere come costruzione sociale è oggi oggetto di un’intensa discussione filosofica. Tale discussione verte sulla possibilità effettiva di offrire una spiegazione oggettiva delle entità sessuali come costrutti sociali e, soprattutto, su che tipo di evidenza possa essere offerta per sostenere che gli esseri umani siano differenziati in maschi e femmine o in donne e uomini.
Rispetto al dibattito sulla sessualità, la filosofia può contribuire in modi diversi e in relazione all’ambito di ricerca preso in esame (etica, metafisica, filosofia della biologia o del diritto, politica e così via). É bene ricordare che la filosofia della sessualità s’inserisce tra gli studi di genere, i quali sono caratterizzati da un approccio interdisciplinare. Attualmente, alcuni studiosi (tra questi anche filosofi e filosofe) stanno lavorando a nuove nomenclature sessuali in linea con quanto diversi biologi sostengono oggi, vale a dire che i sessi siano almeno cinque. La filosofia può offrire pertanto alla biologia uno strumento concettuale per distinguere le nuove nomenclature e per esaminare le ragioni che animano le controversie sulla difficoltà di stabilire un confine netto tra natura biologica e culturale delle entità sessuali. Nell’ambito dei recenti studi di genere inoltre, un’idea condiva è che per comprendere cosa una donna (o un uomo) sia é essenziale disporre di una analisi filosofica del concetto sociale di razza. La ragione di ciò sta nel fatto che – data la difficoltà di dare conto della “diversità” delle donne o degli uomini per la loro appartenenza a culture, religioni e orientamenti sessuali diversi – non possiamo separare il genere dall’identità etnica. All’interno del dibattito filosofica sulla sessualità, si presta inoltre molta attenzione alle questioni bioetiche quali per esempio quelle riguardanti la chirurgia neonatale ricostruttiva dei genitali per chi nasce con un sesso riconosciuto come ambiguo. Questo tipo di ricerche sono condotte in collaborazione con medici, operatori sanitari o psicologi.
Altro contributo importante della filosofia sul tema della sessualità è quello etico sulle nuove forme di famiglia, genitorialità, matrimonio, pornografia – ricerca questa svolta insieme a giuristi o filosofi del diritto. Questi sono solo alcuni degli esempi dei tipi di contributi che l’indagine filosofica può dare alla complessa questione della sessualità. Cosa importante, almeno a mio avviso, è che questo tipo di dibattito filosofico – diversamente da quello sviluppato in Europa negli anni 60-70 – non è più caratterizzato da una forte connotazione ideologica ma vuole essere politicamente neutro.

Come era prevedibile in Italia, anche il dibattito pubblico sul problema del rapporto tra sesso e genere ha suscitato discussioni per nulla serene. In buona sostanza, possiamo affermare che si sono venute a creare due opposte fazioni: da un parte troviamo i "deterministi biologici" secondo cui, grosso modo, il genere è determinato interamente dal sesso; dall'altra, invece, i "culturalisti" secondo cui il concetto di genere deve essere considerato un prodotto eminentemente culturale. Credi sia possibile una terza via?

Sì, credo che una terza via sia possibile. Come a ragione tu sottolinei, due approcci in particolare hanno da sempre caratterizzato l’attenzione degli studiosi sul tema del genere: quello biologico e quello culturale. Tuttavia, a mio avviso, nessuno dei due approcci è in grado di fornire una spiegazione metafisicamente oggettiva della differenza tra individui appartenenti a generi diversi. Appellarsi alla biologia per rispondere alla domanda “perché dividiamo gli esseri umani in due generi diversi?” non sembra essere di grande aiuto. La biologia, infatti, non è in grado di stabilire un confine netto tra naturale e non-naturale e non ci dice in cosa effettivamente consiste la differenza tra femmina e maschio. L’ipotesi del genere come costruzione sociale sembra allora più plausibile: nelle diverse società il sistema sesso/genere, vale a dire l’insieme di pratiche e di norme, impone agli individui nati maschi o femmine di divenire uomini e donne e di interpretare su questa base ruoli differenti. Tuttavia, anche l’approccio culturale al genere non è privo di difficoltà. Se ci fosse davvero qualcosa di sociale che conta come “genere”, allora questo “qualcosa” dovrebbe appartenere a tutti gli individui che cadono sotto quella categoria. Se così fosse però, la categoria di donna ad esempio dovrebbe comprendere tutte le donne di ogni epoca storica, di ogni cultura, di ogni nazionalità e di ogni età. Il rapporto tra sesso e genere varia però secondo le aree geografiche, dei periodi storici, delle culture di appartenenza.
Ritengo dunque che la terza via possa essere quella di intendere i generi come concetti cluster che si applicano a una classe di somiglianze: perché un individuo possa venir definito o definirsi “donna” o “uomo” è sufficiente che possieda alcune proprietà individuali rilevanti (non tutte) per l’applicazione di quel concetto. Non c’è dunque qualcosa di uniforme che tutte le donne o tutti gli uomini hanno in comune. Piuttosto, tra donne e uomini c’è solo una relazione di somiglianza. Questa terza via permettere di affermare che un individuo possa essere definito o definirsi “donna” (“uomo”) anche senza essere “femmina” (“maschio”) e rendere conto del fatto che ci sono modi diversi di essere donna (uomo). Credo che i vantaggi di questa posizione siano molteplici. Primo fra tutti, ci consente di includere tra le donne anche intersessuali o transgender, i quali non sono biologicamente femmine. Il possesso del “cromosoma XX” non è infatti necessario per essere “donna”. Allo stesso tempo, quest’approccio non nega la rilevanza del dato biologico: alcune “donne” posso essere definire tali perché “femmine” e dunque perché possiedono per esempio il cromosoma XX. Semplicemente il dato biologico non viene inteso come una condizione necessaria che tutti gli appartenenti a una categoria di genere devono condividere.

Sostenere che il concetto di genere non sia altro che una costruzione sociale significa anche sostenere che sarebbe possibile fare a meno del suo potere esplicativo? Dopotutto, si potrebbe sostenere, siccome il concetto di genere è il risultato dei rapporti di forza presenti all'interno della società, se riuscissimo a modificare tali rapporti, potremmo modificare, se non addirittura eliminare, il concetto stesso di genere. Quindi, pur non essendo riusciti a dare vita ad una società senza classi, riusciremmo ad ottenere una società senza generi. Tuttavia, questo non equivarrebbe di fatto a negare che esista qualcosa come una "questione di genere"?

La filosofia si é interrogata, e continua a interrogarsi, sulla possibilità di una società senza generi. Non mancano studiosi che, come Judith Butler, hanno affermato esplicitamente che le distinzioni di generi andrebbero del tutto eliminate. L’idea di Butler per esempio è che, poiché il tentativo di definire sesso e genere è uno sforzo inutile, non ha senso continuare a parlarne e a discuterne.
Personalmente, non condivido una posizione così radicale. È vero che le categorie di generi hanno a che fare con relazioni di potere e gerarchiche proprie del contesto sociale in cui siano immersi. È altresì vero che, al di fuori di queste relazioni di potere, non ci sono individui dotati di genere né individui discriminati per la loro appartenenza a un genere. Tuttavia, credo che le classificazioni in sessi e generi diversi – sebbene non offrano un “catalogo” completo dell’umanità e siano sempre rivedibili – siano legittime a determinati scopi, abbiano una certa utilità e presentino diversi vantaggi sul piano teoretico. Possono, infatti, essere degli strumenti che ci permettono di analizzare i contesti sociali presenti o passati e di configurare possibili alternative sociali. Sono inoltre indispensabili per la rivendicazione politica di alcuni diritti negati. Nel caso dei sessi, le categorie che utilizziamo sono importanti anche in un ambito come quello medico. Se vengo riconosciuta come femmina ad esempio (e dunque come soggetto dotato di un corpo con specifiche caratteristiche fisiche), il mio dottore dovrebbe consigliarmi di sottopormi a un certo tipo di controlli specialistici (come visite al seno oppure ginecologiche) volte a prevenire o evitare l’insorgere di un certo tipo di patologie. Evidentemente, se sono classificato come maschio, un dottore mi consiglierà di sottopormi a screening di altro tipo. Questa questione è particolarmente rilevante se pensiamo al fatto che vi siano individui che – sebbene conducano socialmente una vita da donna o uomo – potrebbe non essere biologicamente femmine o maschi. Dunque, mantenere categorie di sesso ha una grande rilevanza anche da un punto di vista sanitario ed è indispensabile per la tutela della salute del singolo. Alla luce di ciò, credo che la cosa più utile e giusta sarebbe quella di introdurre, specie per i sessi, più categorie.

Un altro aspetto interessante che vorrei discutere con te riguarda la condizione della donna all'interno dell'università, non solo italiana. Anche facendo riferimento alla tua esperienza personale, qual è l'atteggiamento che il mondo accademico, italiano ed internazionale, ha nei confronti delle donne?

Le donne sono scarsamente rappresentate nei dipartimenti di filosofia e in generale nell’accademia. Questo purtroppo accade non solo in Italia ma in gran parte dell’Occidente. Basta fare una ricerca on-line e visitare le homepage dei più importanti atenei europei e statunitensi per rendersi conto che non solo ci sono poche donne tra i docenti, ma che anche quando queste sono presenti in pochi casi ricoprono ruoli da ordinario. Secondo alcune statistiche, l’80% delle posizioni universitarie è occupato da uomini. Le donne vengono discriminate in accademia sotto diversi aspetti. A parità di curriculum, generalmente un dipartimento preferisce assumere un uomo e non una donna, specie quando si tratta di un ruolo di prestigio, perché lo ritiene più affidabile e competente. Una donna impiega in media molto più tempo a fare carriera e per raggiungere una posizione da strutturato le viene chiesto un curriculum più competitivo (e con un maggior numero di pubblicazioni) rispetto a un uomo. Nei programmi d’esame, compaiono per lo più libri e saggi scritti da uomini. Quando si tratta di organizzare un convegno internazionale, i relatori invitati sono prevalentemente uomini anche quando ci sarebbero altrettante donne esperte da coinvolgere. Durante seminari o gruppi di lettura filosofici, se il relatore è donna in media viene interrotta più spesso; durante la discussione che segue un intervento a un convegno, il moderatore spesso dà la parola prima agli uomini o poi alle donne presenti. Questi atteggiamenti e pratiche spesso hanno a che fare con stereotipi e pregiudizi talvolta inconsci. Insomma, quello che spesso accade è che alle donne non viene riconosciuta la competenza che meriterebbero. Secondo alcuni dati, inoltre, le molestie sessuali sono tristemente ancora diffuse nelle nostre università. Certamente, le cose sono in parte cambiate e stanno cambiando rispetto al passato in merito alla disparità di genere. Tuttavia, credo ci sia ancora molto da fare.

Perché lo studio della questione di genere in Italia è portato avanti quasi esclusivamente da donne? Ritieni, inoltre, che la filosofia sia ancora considerata una disciplina prettamente maschile?

Perché credo vi siano alcuni pregiudizi di fondo. Uno di questi ha a che fare con la convinzione che la questione di genere interessa (e possa interessare) solo le donne. Un altro preconcetto riguarda invece la convinzione, molto diffusa in filosofia e nella nostra cultura ordinaria, per cui l’irrazionalità viene associata al femminile e conseguentemente alla donna. La razionalità, vale a dire, è in genere considerata come una caratteristica maschile. Da Aristotele in poi, la tradizione filosofica occidentale ha per lo più concepito la razionalità come la capacità di usare la ragione. In linea con seconda questa tradizione, la ragione è spesso associata all’universale, al culturale, al pubblico. Diversamente, tutto ciò che è considerato in opposizione a essa – vale a dire l’irrazionale, il fisico, il naturale, il particolare, il privato – è stato culturalmente collegato alle emozioni e al femminile. Sebbene non ci siano dati scientifici a sostegno della tesi che le donne siano irrazionali o parzialmente razionali, il cliché vuole che le donne siano – proprio perché dotate di una razionalità “dimezzata” – meno portate per lo studio di certe discipline. Storicamente, la convinzione che l’irrazionalità fosse una prerogativa femminile ha avuto come esito l’esclusione delle donne dalle pratiche scientifiche e dalla sfera filosofica. Dunque, sì, ritengo che purtroppo la filosofia sia ancora pensata come una disciplina maschile.

* Vera Tripodi è attualmente post-dottoranda presso il Dipartimento di Filosofia dell'Università di Torino e membro del Labont (Laboratorio di ontologia diretto dal professor Maurizio Ferraris). Dopo aver conseguito il dottorato in Logica ed Epistemologia presso l'Univeristà di Roma La Sapienza, è stata visiting scholar presso la Columbia University di New York, post-doctoral research fellow presso il Centre for Gender Research di Oslo e il centro Logos dell'Università di Barcellona. Le sue aree di ricerca sono: filosofia femminista, metafisica, filosofia del linguaggio. Ulteriori informazioni sono reperibili sulla sua pagina internet personale

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