Lunedì, 23 Dicembre 2013 10:25

Chi è il mostro? 'District 9' di Neil Blomkamp

di 

In “District 9” di Neil Blomkamp, film di fantascienza dalla singolare potenza evocativa, lo spettatore assiste a una metamorfosi che non ha nulla di kafkiano – a meno di non vedere anche nel celebre racconto dello scrittore ceco una metafora squisitamente etico-politica. In entrambi i casi, il protagonista, in effetti, si ritrova repentinamente e involontariamente a incarnare in senso letterale un’alterità tanto più difficile da tollerare quanto lontana dal nostro stesso essere umani. In entrambi i casi, alla più ordinaria e anodina normalità subentra improvvisamente un inquietante divenire-mostro, a cui fa seguito una coatta quanto straniante conversione dello sguardo, un cambiamento di prospettiva, quale soltanto le più sfrenate speculazioni filosofiche e sperimentazioni letterarie sanno talvolta dare luogo davvero.

Ma che cos’è, in senso proprio, un mostro? E in che misura, la mostruosità può produrre una visione inedita della realtà? Perché è questo che succede nel film in questione (così come, anche, per certi versi, nel testo di Kafka). Costretto da circostanze sostanzialmente enigmatiche (l’inalazione di uno strano fluido), un burocrate incaricato di dirigere lo sgombero di una derelitta comunità aliena insediata nella periferia di Johannesburg (dove l’ombra dell’apartheid è ancora presente…), si trova a passare da perfetta rappresentazione della “banalità del male” dello Stato contemporaneo a combattente, o addirittura “terrorista”, pronto a tutto pur di danneggiare il suo nemico. Si trova, in breve, a diventare da corresponsabile di un’operazione di tenore chiaramente autoritario e razzista a soggetto capace di risvegliare un “popolo” altrimenti deciso a rimanere inerme di fronte a ogni genere di angheria. Quasi che soltanto vivendo l’allucinante esperienza di chi abbandona, anche per poco, la propria identità, si possa veramente vedere lucidamente il mondo e, di conseguenza, agire affinché esso muti in meglio.

Una volta il filosofo Gilles Deleuze ha scritto che non si pensa se non sotto l’effetto di urto o di un trauma, che il pensiero autentico sorge sempre in risposta a qualcosa di ingestibile e lesivo. Che, insomma, soltanto l’incontro e l’impatto con qualcosa di problematico risvegliano quella che egli stesso amava chiamare la “veggenza”, ovvero la capacità di cogliere ciò che innanzitutto resta celato, ciò in cui le stesse differenze di ogni tipo trovano la loro origine. Quale trauma maggiore allora che diventare il proprio altro e nemico? Quale ferita narcisistica altrettanto grave si può immaginare? Colui che, per cause che non dipendono da lui, si ritrova in questa circostanza, accede perciò alla consapevolezza – ben espressa dal medico e filosofo Georges Canguilhem – che il normale è soltanto il grado zero del mostruoso, ciò verso cui quest’ultimo tende asintoticamente senza poterci mai arrivare. Che, cioè, la “normalità” è un concetto funzionale e operativo e non, come si crede solitamente, descrittivo, un concetto forgiato al fine di operare concretamente distinzioni, di dirimere ciò che nel mondo appare caotico. Allo scopo, in una parola, di disciplinare il reale, anche umano.

Ecco allora che, nello scambio delle parti, sono gli esseri umani – i “normali” – ad apparire come i veri mostri. Sono loro a essere osceni e inguardabili – come accadeva già in un vecchio film di John Carpenter, “Essi vivono”, dove, un proletario americano, venendo in possesso di magici occhiali, riusciva finalmente a vedere la realtà per quello che è veramente: capitalisti-zombie e manifesti pubblicitari che incitano apertamente all’obbedienza. O meglio, è la pretesa di poter stabilire dove inizia la mostruosità e finisce il normale a rivelarsi illusoria e politicamente compromessa in senso fascista. A monte di questa stessa partizione non vi è infatti un criterio oggettivo in grado di stabilire una volta per tutte chi è nel giusto e chi, invece, no – per un motivo o per un altro. Alle sue spalle, non esiste un termine di paragone – un paradigma – a partire dal quale sceverare il grano dal loglio, come si suol dire. Dietro di lei, vi è piuttosto quella capacità, propria di un organismo davvero sano, di inventare da sé le sue norme – capacità che sempre Canguilhem definiva “normatività”, intendendo con ciò una dinamica che non implica l’adeguazione a regole già date, ma la loro costante e autonoma revisione. Vi è, insomma, la capacità non tanto di adattarsi a ciò che ci circonda, ma di plasmarlo piuttosto attivamente in funzione delle nostre esigenze. In quest’ottica, allora, ciò che in un primo tempo può apparire mostruoso o intollerabile, può in un secondo momento diventare il punto di partenza di qualcosa di radicalmente nuovo, come d’altronde la stessa evoluzione biologica insegna.

L’idea, infatti, che l’evoluzione delle specie sia soltanto il risultato di un passivo adattamento all’ambiente – che elimina i più deboli e favorisce i più forti –, l’idea della fitness, è non solo politicamente discutibile quando, col darwinismo sociale, è applicata alle comunità degli uomini, ma anche scientificamente poco esplicativa. Si deve a Stephen Jay Gould, un paleontologo, l’introduzione di un concetto, quello di “esattamento” (exaptation), che mostra finalmente come non tutto, nel mondo vivente, sia il risultato di un perfetta corrispondenza tra caratteri morfo-funzionali organici e fattori ambientali. Come, in altri termini, molte strutture caratteristiche di un organismo risultino derivatamente da altre, come una sorta di avanzo non progettuale, di spazi di risulta che, nonostante ciò, sussistono e che, magari, potranno essere cooptati solo successivamente in configurazioni adattative. Il che è come dire che, a volte, un certo grado di disadattamento è necessario al cambiamento, e che, anzi, è in esso che risiedono spesso le risorse più grandi. Il metodo dell’evoluzione, come è stato più volte detto (da François Jacob, per esempio), non è infatti quello dell’ingegnere che tutto deve prevedere e che tutto deve organizzare secondo le sue intenzioni, ma quello del bricoleur, che se la cava con ciò che trova e al quale spesso, se non sempre, avanzano dei pezzi di cui si servirà soltanto in futuro. Le forme di vita sono cioè il risultato sempre rivedibile di un processo che non ha scopi, che procede anarchicamente e orizzontalmente (senza presupporre un vertice che ne controlla la vicenda).

Ognuno di noi, allora, si trova potenzialmente nella condizione del protagonista di “District 9”. Ognuno di noi deve sapere che la sua appartenenza a questo o a quel gruppo – per quanto significativa – non è mai integrale. Nessuno è mai interamente suturato ad un certa identità, in senso proprio “normale”, potendo sempre diventare il mostro che teme. È solo anzi nella misura in cui ci si colloca in questa stessa apertura priva di nomi e di figure date una volta per tutte, in quel luogo che eccede ogni identità, che si può forse, meglio che altrove, provare a esercitare il proprio diritto a plasmare il mondo e, magari, a migliorarlo veramente. È solo nella misura in cui si sa che il mostro non è mai davvero così lontano ed eccentrico, che si può sperare di non diventare un “mostro” nel senso etico e politico della parola. È solo, insomma, accettando l’idea che la mostruosità ci abita sin da sempre, che si può davvero fare massa critica – senza riferimenti di classe o di altro – e sgominare chi sull’attribuzione delle identità costruisce il proprio dominio, ancora più pervasivo nelle odierne società del controllo dove è richiesto incessantemente di identificarsi. Fin quando infatti si vuole essere riconosciuti come rappresentati di un determinato segmento dell’umanità ci sarà sempre non soltanto il modo di esserlo, ma anche, inevitabilmente, di trovare nuove catene. Chi pretende di avere un nome proprio (etnico, ideologico, sessuale, ecc.), che lo individua nella sua anche specifica “normalità”, a ben vedere, è purtroppo sempre disponibile a farsi assoggettare, e ad assoggettare gli altri, per vederlo finalmente accettato.

Chiudi