Lunedì, 02 Febbraio 2015 16:32

Non è mai abbastanza freddo

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C’è stato un periodo della mia vita, recente, in cui ho pensato di indossare un cappellino con una scritta in bella posta: “per favore, non chiedermi come vanno le cose in città”. Nella lista dei danni subiti a partire da quel fatidico giorno, oltre a quelli materiali, affettivi, economici e sociali manca la voce dei piccoli disagi quotidiani, tra questi, quello del dovere di cronaca nei confronti del prossimo assume un posto di rilievo. Per carità, certe domande dimostrano affetto, attenzione e disponibilità nei nostri confronti, e forse anche una certa naturale diffidenza degli italiani rispetto all’apparato dell’informazione, e questo è un bene. Lo sguardo dell’interlocutore oscilla tra il compassionevole e il sospettoso: “chissà se al telegiornale me la raccontano giusta”.

Ma chi come me è destinato a viaggiare molto durante l’anno e a incontrare molte persone, a certe domande deve rispondere più del necessario; a volte ho voglia di dire che vivo vicino a Roma. Non sia mai, il pensiero mi sfiora appena, l’amore sviscerato che nutro per L’Aquila mi spinge a sopportare, e per il bene mio e della città sono pronto a farmi ambasciatore nel mondo dei lenti ma inesorabili progressi, così come delle tante e scottanti delusioni. Ma la tentazione è umanamente comprensibile, in fondo si tratta solo di stanchezza. Per fortuna (o per sfortuna, chissà) il tempo mi è venuto in aiuto; ultimamente nei miei viaggi le persone con cui entro in contatto sono tornate a chiedermi quanto fa freddo da queste parti. Registro la domanda con un certo sollievo, e sfodero il mio repertorio di luoghi comuni sull’argomento: “undici mesi di freddo, uno di fresco”, “siamo la città più fredda ma non la più alta, quella sta in Sicilia” e via andare. Il terremoto non è una questione risolta, ma per qualche attimo lo lascio relegato in un cono d’ombra, e con un certo piacere constato che dell’Aquila ci si ricorda anche per questioni banali. Si chiama normalità.

Ma solo qualche sera fa, mi sono accorto che per il mio interlocutore, motociclista come me, quella del freddo era una faccenda maledettamente seria. Mi trovavo a Verona per l’annuale Motor Bike Expo, la più importante fiera del mondo biker in Italia e probabilmente in Europa, e nel corso di uno degli inevitabili “fuorisalone”, stavo bevendo una birra con un imprenditore pugliese del settore. I fuorisalone sono un’invenzione milanese nata nel contesto del Salone Internazionale del Mobile, serate a tema in cui architetti, designer, personaggi fichissimi ma anche dei perfetti sconosciuti fanno sfoggio di coolness in centro città quando i padiglioni chiudono i battenti. In ambito motociclistico il modello è stato esportato alle grandi fiere del settore, o almeno ci si è provato, quel che è certo che ci si diverte di più e ci sono meno infiltrati. La passione per la moto presenta aspetti più genuini e duraturi, e in certe occasioni si incontra gente vera, con cui fa piacere confrontarsi. La verità è che nonostante una crisi che sembra non finire mai, il mondo delle due ruote non si è mai arreso, sostenuto da una genuina voglia di libertà e di evasione, concetti che però, il mio amico di Taranto, considerava totalmente incompatibili con le nostre temperature medie stagionali.

Mi è bastato mostrargli una foto del termometro della mia macchina, che indicava quattordici gradi sotto zero per farlo sbiancare. Il poveraccio aveva la faccia sinceramente spaventata, dalla calda Puglia una temperatura così non riusciva neanche ad immaginarsela. Mi ha chiesto come era possibile praticare motociclismo a L’Aquila. Il suo sconcerto è stato uno spunto straordinario per raccontargli come vanno le cose qui se si ama andare su due ruote anziché quattro. Con quanto entusiasmo gli ho raccontato dei rimedi artigianali con i quali da ragazzo affrontavo il generale inverno pur di arrivare a scuola in motorino: una giacca imbottita di quotidiani, i guanti di plastica che mia madre usava per tingersi i capelli infilati sotto i guanti da sci, e altri simili rimedi empirici, i ragazzi aquilani sono specialisti della sopravvivenza urbana su due ruote. E dire che anche se il freddo di oggi non è lo stesso di vent’anni fa, il nostro generale ha più galloni che in molte altre regioni italiane, anche più montuose della nostra. Eppure i sedicenni dalla pelle dura li incontro ancora la mattina, tra novembre e marzo, cavalcano scooter e cinquantini da enduro, il vivaio dei motociclisti aquilani gode di ottima salute. Non è un paese per centauri, L’Aquila, o almeno così si illudono il resto degli Italiani.

Per fortuna le cose non stanno così: io come tanti altri siamo cresciuti a pane e motore, e così come è accaduto in altri ambiti, tra le difficoltà siamo venuti fuori alla grande. Nella storia della città tutti ricordano la mappa delle officine storiche, oramai quasi tutte chiuse: Rotellini in Via Castello, Rossi in Corso Federico, De Filippo vicino alla rotonda resiste ancora oggi. Di tutte in ogni caso è vivo più che mai il retaggio, ma altre hanno aperto i battenti e sostengono il popolo motociclistico aquilano: tanti appassionati praticano enduro specialistico in tutti i mesi dell’anno, anche quando le montagne si imbiancano. Esiste il gruppo dei Motociclisti Aquilani, eterogeneo ma vastissimo, impegnato a battere strade, piste e sentieri, sempre e comunque su due ruote, a loro si deve l’intitolazione di una piazza alla memoria di Marco Simoncelli. In estate il popolo degli stradisti copre le distanze tra il lago di Campotosto e la Valle Subequana forse esagerando con la manopola del gas, ma fa parte del gioco. Innumerevoli collezionisti di moto d’epoca mantengono vivo e splendente il patrimonio meccanico di famiglia, qualcun altro, come me, ama le moto custom e l’american way of life. A questi ultimi forse manca un po’ di quello spirito di coesione che potrebbe portarli a formare uno dei più bei gruppi di biker italiani, ma non è mai troppo tardi.

Nel 2004 il più grande raduno ufficiale primaverile di possessori di Harley-Davidson si tenne a Ovindoli. Centinaia di possessori di moto americane affluirono sulle nostre montagne, molti di loro indossavano un gilet su una maglietta a mezze maniche, altri avevano lasciato la roba pesante a casa. Il paesaggio del Sirente sotto certi aspetti ricorda alcune zone comprese tra lo Utah e il Nevada, ma da quelle parti, anche a diecimila piedi, a maggio fa caldo. Non avevano fatto i conti con le nostre stranezze e l’unicità del nostro territorio: nevicò abbondantemente. Ricordo di aver visto tanti biker duri e puri battere i denti, si guardavano intorno chiedendosi dove diavolo fossero finiti. Io guidavo una vecchia Kawasaki insieme ad un caro amico giornalista di Milano, ero incurante del freddo e attratto dal quel mondo, ne rimasi affascinato. Avrei iniziato a viaggiare in Harley-Davidson da lì a poco tempo, e ancora non ho smesso. Oggi collaboro con un’importante testata italiana del settore con sede a Milano, ma continuo a prendere le mosse da qui: non potrei mai smettere di percorrere le curve del Valico delle Capannelle, è dove mi sono fatto le ossa.

Da oggi, di tanto in tanto, mi piacerebbe raccontare ai lettori di News-Town la città osservata attraverso la visiera del mio casco, anche se ogni tanto si appanna.

 

Ultima modifica il Lunedì, 02 Febbraio 2015 16:42

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