Martedì, 17 Febbraio 2015 16:30

Cuba va!

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Un anno qualsiasi prima del 2009 visitai Cuba. Paolo Sormani, giornalista, amico e mentore e io, pianificammo il viaggio in cinque minuti, al telefono: “Andiamo a visitare Sergio Morales e los harlistas”. Sono passati quasi dieci anni, ma già allora una delle considerazioni a margine della decisione fu “prima che sia troppo tardi”. Le moto americane si erano cristallizzate al 1959 insieme a tutto il resto, uno degli effetti ancora tangibili della Revolución. E come tutto il resto, malgrado gli anni, la mancanza di una vera manutenzione e l’assoluta irreperibilità dei ricambi, le moto continuavano ad andare, vanno presumibilmente oggi e continueranno a farlo in futuro, nonostante le aperture di Raul, nonostante Obama, nonostante tutto. Harley-Davidson, fino a metà degli anni cinquanta aveva prodotto tre tipi di motore molto popolari; Flathead, Knucklehead e Panhead, e all’Havana quest’ultimo era da considerarsi il più moderno ed avanzato disponibile. Harley aveva continuato ad evolversi nel resto del mondo, ma non a Cuba.

Non che a noi la cosa dispiacesse più di tanto. Alle sontuose auto americane che avevano fatto sfavillare ai tempi di Fulgencio Batista le strade della città caraibica era toccata più o meno la stessa sorte. El bloqueo, anziché condannarle all’estinzione le aveva condannate all’eternità: quando i motori americani avevano ceduto, quelli a gasolio estratti dalle auto sovietiche avevano preso il loro posto. Così, le vecchie Plymouth Prowler, le Chevrolet Bel Air, le Impala e Oldsmobile Rocket continuavano a tossire su e giù per il Malecón, sputando fumo e cigolando, mentre in America sparivano. Simili trapianti sulle moto non erano stati possibili, ma al loro interno i motori si consumavano, e allora ai cubani non restava che riprodurre artigianalmente i ricambi utilizzando rame e piombo rubati da vecchi lampioni e da chissà cos’altro.

Non era dunque in viaggio in moto, ma un viaggio per la moto, volevamo andare a caccia di zombie a motore anche se non ci facevano paura come quelli in carne ed ossa. Con un po’ di fortuna però, potevamo sperare che il vecchio Sergio ci lasciasse a disposizione i rottami per un giro sull’isola, magari in cambio di un investimento di qualche decina di dollari americani. Le cose non andarono esattamente in quel modo, ma neanche in qualsiasi altro modo sperato o previsto. Questo non vuol dire che non avremmo avuto sorprese. Il nostro arrivo all’Havana rispettò un copione ampiamente consolidato se si è degli sprovveduti: eravamo polli da spennare e fummo spennati. La prima sera da un uomo enorme, cento per cento sangue Mende della Sierra Leone tramandato nei secoli. Ci offrì sigari, libagioni e donne, accettammo solo i due terzi dell’offerta rigorosamente nell’ordine, che ci si creda o no. Trascorremmo i giorni successivi dribblando le profferte amorose delle jineteras e cercando di distinguere i veri Romeo y Julietas da sigari di cartone. Nel frattempo di Sergio nessuna traccia, occorreva inventarsi le giornate. L’arrivo del nostro amico Bobo Fumagalli, entomologo, viaggiatore e autore dello straordinario libro fotografico che dà il nome a questa seconda puntata del blog, fu la nostra ancora di salvezza.

Avremmo trovato prima o poi anche il nostro amico e la sua Harley del 1948, ma la presenza di Bobo avrebbe reso l’attesa infinitamente più interessante. Una sera fummo invitati a cena dal nostro in un ristorante vicino a El Capitolio, un residuato dei fasti dell’era precastrista rivestito in legno e abbellito da anacronistici trofei di caccia, raggiungibile oramai solo dalla scala antincendio. Intervennero alla cena anche una coppia di coniugi piuttosto avanti nell’età, arrivati all’appuntamento a bordo di una Lada Žiguli nuova fiammante, simbolo indiscusso della mobilità universale garantita dall’Unione Sovietica, in realtà solo una copia scadente della Fiat 124.

Fu quasi solo a fine serata che ci rendemmo conto di aver condiviso una cena a base di pollo e arroz blanco y negro con Roberto Chile e consorte. Per farla breve, assieme all’uomo che aveva seguito in veste di documentarista ufficiale Fidel Castro per metà della sua esistenza, con una reflex in una mano e una videocamera nell’altra. Bobo era diventato suo amico in un modo assurdo e rocambolesco, tanto da non poter essere raccontato subito, non in poche righe. Per un paio d’ore dimenticammo le vecchie Harley, e trascorremmo la serata ascoltando aneddoti sul Comandante, sulle sue intemperanze, i vizi, le virtù e le bugie, dei modi picareschi e incredibili in cui era scampato alla CIA e alla morte, e soprattutto di come avesse consegnato le chiavi della Žiguli al nostro ospite come regalo per la pensione. Oggi io e il mio amico Paolo ricordiamo quei tempi parafrasando Gianni Minà: “eravamo Io, te, Roberto Fumagalli, Bobo Chile e una Lada Žiguli”. Fino a quella sera di Harley neanche l’ombra, ma quanto ci aveva già portato lontano la moto, senza neanche saltare in sella?  

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