Venerdì, 02 Ottobre 2015 12:17

Il tempo, l'amore, la memoria secondo Stephen King

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22/11/’63 si basa su pochi assiomi. Jake Epping apprende dal moribondo amico Al Templeton l’esistenza della cosiddetta “buca del coniglio”, un varco spaziotemporale nel retrobottega d’un piccolo ristorante; scendendo un pugno di gradini ci si ritrova sempre alle ore 11,58 dell’assolato mattino del 9 settembre 1958, e per quanti mesi o anni (o decenni!) si rimanga laggiù, nel mondo attuale saranno trascorsi sempre e solo due minuti. Gli oggetti presi di laggiù vengono qui con noi; gli atti invece, ogni volta che dal passato si torna al presente, risultano azzerati e anzi mai accaduti… forse. Al convince Jake a sfidare il tempo per salvare John Fitzgerald Kennedy dall’attentato del 1963 (donde il titolo); se lo farà, forse Lyndon Johnson non andrà al potere, forse i contrasti razziali si attenueranno, forse Martin Luther King non verrà ucciso e forse non scoppierà nemmeno la guerra del Vietnam; e Jake diventerà un eroe, colui che avrà mutato in meglio il corso della storia. Forse…

Questo trampolino consente a King le più spericolate capriole sul materasso del tempo, dello spazio, del destino, del cosmo e di Dio. Non credo di sbagliarmi affermando che 22/11/’63 sarebbe piaciuto ad Albert Einstein: lo avrebbe trovato familiare. Per me, fra le centinaia, il passaggio più geniale consiste in un dettaglio insignificante (ma esistono dettagli insignificanti, o ciascuno collabora allo svolgersi della grande tela del mondo?); esso però testimonia quanto profondamente King si sia immerso nelle oscure acque delle ipotesi, quanto si sia lasciato trasportare dalla corrente delle probabilità, quanto si sia divertito – e arrischiato – a sguazzare nella propria fantasia, percorrendone gl’inesauribili rivoli e le numerosissime ramificazioni. Jake a un certo punto riferisce che, tornato di nuovo indietro nel tempo dopo una prima “gita”, compera i vestiti presso un certo Mason’s Menswear, il medesimo negozio da cui li acquistò nell’occasione precedente. “<Deve piacerle molto, quella tonalità di blu> notò il commesso, e alzò la camicia in cima al mucchio. <Stesso colore di quella che ha addosso.> Era quella che avevo addosso, ma non lo dissi. Avrei solo confuso lui e me.” Ora, immaginiamo Jake Epping, un tranquillo professore d’inglese del 2011, acquistare la medesima camicia che ha già indosso in un negozio del 1958. Non una che le somiglia, e nemmeno una identica, bensì proprio la stessa. E’ banalmente sconcertante, è la discesa degli universi paralleli nella più spicciola quotidianità; ancora una volta King – moderno sciamano – convoglia il più grande mistero nella più tenue minuzia: una camicia, l’infinità dei cosmi. Se vi è piaciuta, sappiate che ne troverete a bizzeffe (tipo: “Addio, Sadie. Non mi hai mai conosciuto, ma io ti amo, tesoro.” Oppure: “L’operatrice telefonica contattò un’altra operatrice. In sottofondo, un parlottare di voci flebili. Mi resi conto che, nel tempo da cui provenivo, quasi tutti quei lontani parlanti erano morti.” O anche: “Volete sapere una cosa buffa? Nemmeno la gente in grado di tornare nel passato sa cosa le riservi il futuro.” Oppure: “Ero disposto a rimanere nel passato per più di quattro anni? E tornare due minuti dopo… ma quarantenne, con strisce di bianco che iniziavano a spuntarmi tra i capelli?” e via andare); se non vi è piaciuta, perché non provate a riflettere seriamente sul mistero nel quale abitiamo e che per comodità supponiamo lineare e denominiamo tempo? Passato, presente e futuro, se sottoposti a una lente d’ingrandimento adeguata, appaiono come apparivano ad Einstein, cioè per quel che sono: castelli di carte nel vento, un vento che soffia da abissi vertiginosi. Lo lascio spiegare a Jake Epping, che negli anni ’50 e ’60 si fa chiamare George Amberson e porta la chioma più corta e le giacche con le toppe ai gomiti: “Per un momento tutto mi fu chiaro, e nei momenti in cui accade vedi quant’è sottile il mondo. Non lo sappiamo tutti quanti, in cuor nostro? E’ un meccanismo perfetto e bilanciato di voci ed echi che fanno da rotelle e leve, onirico orologio che rintocca oltre il vetro degli arcani che chiamiamo vita. Oltre? Sotto? Intorno? Caos, tempeste. Un universo di orrore e smarrimento circonda un palcoscenico illuminato, sul quale noi mortali danziamo per sfidare le tenebre.”

Quest’esercizio a metà tra filosofia, fede e scienza, quest’equilibrismo del pensiero – non saprei in che altro modo definirlo – va avanti per l’intero libro, ma la questione del tempo scivola in secondo piano da pagina 250 circa in poi, e cioè fino a pagina 750, dove l’odissea di Epping avrà termine. In cinquecento pagine King riempie le giornate di Epping alias Amberson coprendo con dovizia di particolari un arco di ben cinque anni: dall’autunno del 1958 al 22 novembre del 1963, la data dell’attentato. E’ qui che l’autore del Maine sfoggia un enorme talento affabulatorio. Credo che chiunque si sarebbe spaventato, avrebbe abbreviato la lunghezza del soggiorno (rompendo però l’incantesimo della ricostruzione di un’epoca), sarebbe ricorso insomma a qualche escamotage per ingannare il tempo (mai la frase suonò più appropriata); parecchi scrittori, pur consapevoli della bellezza dell’idea, avrebbero rinunciato. Cinque anni. Cinque anni a cavallo fra i ’50 e i ’60. Cinque anni lontani, per certi versi lontanissimi. Un’altra età. Ma King non svicola, anzi ci prende gusto e lo trasmette al lettore. 22/11/’63 è anche un romanzo di fantascienza, ed è anche un romanzo storico; ma io credo che sia soprattutto una storia d’amore e di memoria – due tonalità emotive che spesso vanno a braccetto e costituiscono, assieme alla fede, le armi più potenti di cui disponiamo contro la morte e l’oblio.

Epping alias Amberson mentre attende il dì fatidico trova un posto d’insegnante, stringe amicizie, organizza recite teatrali e incontra Sadie Dunhill, che nel 2011 poteva essere sua madre, una vecchia zia o addirittura sua nonna, ma nel 1958 è un’attraente giovane donna dalle gambe mozzafiato. Fra loro scocca la scintilla e la scintilla diverrà un fuoco, e per custodirlo il nostro eroe potrebbe scoprirsi disposto a sacrificare moltissimo, perfino le sorti del mondo…

Ok, basta puntini, ne ho messi già troppi. Mi mordo la lingua (pardòn, i polpastrelli) e vi invito di nuovo a tuffarvi in quelle cinquecento pagine – cento per ogni anno di mister Epping/Amberson dal 1958 al 1963; lì si trova, manifesto eppure inafferrabile, il segreto di Stephen King, la sua magica e stregonesca capacità di narrare, una capacità che sorge da sé medesima senza sforzo apparente, come una fonte sgorga da una roccia. Lui non narra frase dopo frase bensì fatto dopo fatto, e il suo stile regala poche frasi da sottolineare perché tutto in un suo libro è memorabile – ci ho messo venticinque anni a comprenderlo ma ora lo so, abbiate fede. Ogni suo libro non è un esercizio di stile e neppure una somma di parole più o meno riuscita; è un mattone che arriva alla tempia del lettore e lo stordisce. La stoffa della sua prosa è intessuta d’eventi, non di suoni, di azioni, non di parole, di reazioni, non di riflessioni; quando scrive al suo meglio King possiede l’armonia inconscia di un supremo ballerino o di un supremo atleta; quando scrive al suo meglio non sa cosa faccia bensì ne è fatto (ricordate l’Io è un Altro di Rimbaud?). E’ come se raccontasse a voce – la sua voce, la sua magnifica, suadente voce; ed è come se da un libro all’altro non smettesse mai di parlare, come se da un libro all’altro si alzasse un attimo, s’allontanasse dal fuoco intorno a cui noi altri ce ne stiamo seduti in ascolto, tornasse con l’ennesima bottiglia di birra in mano (King è stato un alcolista accanito) e riprendesse da dove aveva interrotto.

In 22/11/’63, analogamente a parecchie altre sue opere, s’affacciano vecchie conoscenze dell’immaginario kinghiano: Derry, la mitica cittadina che (al pari di Castle Rock) sembra reale, tanto intensamente l’abbiamo visitata; e poi It (che impregna tutto, Lee Harvey Oswald incluso, e si consacra come summa delle incarnazioni del Male); e ancora Christine, la Playmouth bianca e rossa protagonista dello splendido horror del 1983. Sì, King non smette mai di parlare tranne quando scrive brutti libri (ne ha scritti alcuni, ahimé; allora tossisce ed emette versi sgradevoli – è stato ed è ancor oggi un fumatore accanito); e il suo tono è come un’onda lunga, viene da lontano – dal passato? Dal futuro? E noi? Da dove veniamo noi? Non veniamo forse, in un senso bizzarro ma preciso, dal futuro? Non è questione di prospettiva? Non siamo futuri rispetto ai nostri avi? Non siamo passati rispetto ai nostri posteri?

L’onda kinghiana continua a battere la spiaggia; è illuminata dalla luna e le sue creste brillano, ma tu che leggi sai che prima o dopo arriverà a bagnarti i piedi e sarà fredda, quasi troppo fredda per poterla sopportare – e sai che ciononostante la aspetterai, e sopporterai il freddo, e dopo proverai un sentimento buffo e strano: la gratitudine.

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