Martedì, 10 Novembre 2015 16:41

Harold Roux porta la parrucca, noi la maschera

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I capelli di Harold Roux  di Thomas Williams, che nel 1975 vinse il National Book Award, è a prima vista soprattutto un meta/romanzo, poiché contiene all’interno della narrazione altre due o tre narrazioni, a mo’ di scatole cinesi; il suo valore però mi pare risiedere in una tragica riflessione riguardo il destino umano e il potere – o la mancanza di potere – che su di esso esercitano la scrittura, l’immaginazione, le speranze. I meriti formali del libro vengono trascesi dalla sua voce, e ciò costituisce un notevole merito.

Aaron Benham è un professore universitario di mezza età che soffre l’ingombro della famiglia, il tempo che la famiglia sottrae alla sua libertà e alla sua vocazione letteraria. Sta comunque scrivendo un romanzo dal titolo I capelli di Harold Roux, che ha per protagonisti due universitari entrambi aspiranti narratori: Allard, bello, fascinoso ma privo di coscienza e Harold Roux appunto, rimasto calvo già a ventitre anni e perciò munitosi d’una grottesca parrucca. Harold è una sorta di idiota dostoevskijano ma senza lo sfogo metafisico di Myskin, senza l’ottica ulteriore del principe russo. Inadeguato alle spietate leggi del mondo, all’ipocrisia della società, bigotto per eccesso di purezza, insicuro ma granitico nell’ingenuità, pallido, fragile, figura subito come vittima predestinata di quell’ “animale bipede implume” che è l’uomo. Sia lui che Allard amano Mary, dolce, attraente e anch’ella ingenua e pura; la sua purezza però, a differenza di quella di Harold, verrà incrinata e poi mandata in pezzi dalle seduzioni di Allard. Allard non è cattivo, tuttavia non gli si può voler bene; è un vincente ma in fondo neppure lo capisce, e dunque neppure lo apprezza; ha un’intelligenza rapida ma poco incisiva; opera d’istinto, e qui sta la sua forza ma anche la sua debolezza; quando s’accorge d’aver danneggiato e offeso qualcuno è sempre troppo tardi.

Nelle due scene più potenti del libro – non privo di passi falsi – il fulcro è il famoso parrucchino di Harold. La prima – magnifica per stile, pathos, atmosfera e acume psicologico – descrive una gita al lago in cui tanti nodi, d’improvviso, vengono al pettine. Mary è già fidanzata con Allard, fanno sesso e addirittura devono sposarsi, ma nutre affetto per Harold, che continua ad amarla in silenzio; i due, su richiesta di Harold, s’allontanano a passeggio e Allard ne approfitta per accoppiarsi con la conturbante Naomi, compagna di stanza di Mary e opposta quanto a personalità, spregiudicata, aggressiva e libera. In realtà Naomi (che porta avanti con Harold già da un po’ una relazione clandestina) non vorrebbe concedersi, ma Allard col suo corteggiamento animalesco, così sprezzante delle conseguenze e perciò così persuasivo, la prende quasi con violenza; si uniscono in acqua, mescolando corpi e umori, sorpresi infine da Mary e Harold. Allora si pentono, escono dal lago, li raggiungono a casa; segue uno scontro in cui la rabbia repressa di Harold, un misto di delusione, scandalo e raccapriccio, esplode; Harold colpisce più volte l’amico traditore – traditore di lui e di Mary! – e nell’impeto il parrucchino gli salta via dalla testa, svelandone l’oscena nudità. Con tale gesto, semplice e per giunta involontario, Harold spiazza il mondo che di continuo lo respinge e lo umilia, gli dà scacco matto in una mossa; perfino Allard non può non fermarsi davanti alla stranezza palesata dell’amico, a quella tara fisica che simboleggia una ben più grave e profonda tara dello spirito. Harold è un inadatto, e nella sua inadattabilità è irraggiungibile; nessuno può aiutarlo a recuperare i capelli né a vivere una vita normale; Harold è escluso da tutto e da tutti.

Non basta; poco dopo, in un’altra scena di raro impatto emotivo, Harold si ritrova fra le grinfie d’una banda di balordi, e quale arma userà di fronte all’ignoranza, alla prepotenza, alla volgarità? Si toglierà il parrucchino, lo getterà in terra ed esporrà di nuovo la propria differenza, lo scarto fra chi è dentro e chi è fuori. Dopo andrà incontro al destino che lo attende con la determinazione feroce d’un altro enorme, docile ribelle, Bartleby.

Harold Roux non incarna l’alter ego dell’autore del libro, cioè del professor Benham; ma costui, pur meno drammatico e marginale, coltiva una quotidiana, dolente malinconia. Vorrebbe scrivere di più e vorrebbe vivere in modo più pieno, ma l’età gl’impedisce oramai d’inseguire i numerosi sogni irrealizzati. “Gli mancano tutte quelle donne sconosciute, le donne della sua giovinezza, ma non vuole più che siano sconosciute. Vuole riempirle e riempire i loro occhi con quello sguardo che dice io sono viva, e lì dove sono io c’è solo il presente, niente passato, non sono sopravvissuta a un bel niente, nulla dovrà accadere.”

Williams ci ritrae spesso il professor Benham in casa da solo, ad attendere che moglie e figli tornino dopo una lite con lei in cui lui ha già ammesso il proprio torto. Egli differisce dai personaggi del romanzo che sta scrivendo, è più piatto e incolore; ma la sofferenza di fondo coincide. “Dov’è la sua famiglia? Dove sono lo scricchiolio della ghiaia, lo sbattere delle portiere, quelle voci che lo riempiono di terrore e amore, che gli fanno accapponare la pelle e bruciare gli occhi? Devono aver avuto un incidente in cui sono morti tutti, e ora è libero. Libero! Subito gli si chiarisce il significato di quella libertà, come il vento polare di un continente composto solo e soltanto dal bianco del ghiaccio.”

Ecco la pietra d’inciampo, la vertigine di fronte a cui il professor Benham (e con lui Thomas Williams?) arretra. Egli non porta un ridicolo parrucchino come Harold ma non possiede neppure la cinica sfrontatezza di Allard; non è né carne né pesce, né davvero puro né davvero impuro, né forte né debole, né eversivo né conformista. La sua parola d’ordine è il compromesso, il suo scopo mantenere l’equilibrio. Diversamente da Harold, non possiede nessun colpo a sorpresa per gettare via la maschera, spiazzare l’esistenza e dunque rimettersi al centro di essa. Egli insomma, e qui brucia la fiamma del libro, vive come vive la maggior parte di noi: insoddisfatto di essere quello che è.

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