Lunedì, 16 Novembre 2015 20:21

Tevis il veggente

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Scrivo a poche ore dagli attentati di Parigi e ho la sensazione che in qualche modo ne parlerò; non direttamente – troppo fresca la ferita; tuttavia credo che Solo il mimo canta al limitare del bosco di Walter Tevis, edito nel 1980, parli di noi, parli a noi, oggi, proprio oggi, nel novembre dell’anno 2015 d. C.

E’ un libro strano, indefinibile; non ho letto altro di Tevis; forse non era un genio letterario, ma un veggente sì; e capita che le due cose coincidano. Gli anni ’70 e ’80 rappresentano un periodo di riflusso fra ciò che è accaduto – totalitarismi, due guerre mondiali – e ciò che accadrà – il tragico momento che stiamo vivendo, la globalizzazione senza una cultura in grado d’orientarla, l’ipertrofia tecnologica, l’imperio dell’economia e il dominio della stupidità e dell’ignoranza; e Tevis lo comprese con chiarezza dolorosa, sbalorditiva. Pensare che abbia scritto il suo libro mentre buona parte dell’intellighenzia dormicchiava in pausa/pranzo lo rende diverso. L’età più avanzata della storia è l’età più sciocca e cieca, afferma Tevis in pieno ottimismo reaganiano; e quell’età sarà poi anche e soprattutto la nostra.

Mockingbird (questo il titolo originale) non sembra un romanzo, nemmeno un romanzo fantascientifico o distopico; somiglia a una fiaba, nera eppure bianca; è di sicuro una metafora e un avvertimento; fa parte di quella rarissima schiera d’opere a sé, come Pinocchio o Una stagione all’inferno. Non è bello, però strazia; non è perfetto nella costruzione e non ha uno stile speciale, però vede; e accusa. Mockingbird, il malinconico uccello che canta da qualche parte nel bosco, è un indice puntato contro l’uomo e al tempo stesso la fotografia di come ci siamo ridotti, scattata con trentacinque anni d’anticipo. Esaspera una realtà che è già fra noi, che è già noi, che incarniamo ogni giorno di più. Il rifiuto della famiglia, la rinuncia ai figli, l’individualismo sfrenato, il ricorso sistematico all’ottundimento, l’alienazione, la distanza emotiva dagli altri – e da noi stessi! – e specie l’ignoranza. L’homo sapiens ha compiuto il proprio stupefacente percorso, le proprie scoperte e conquiste solo per ridursi a una larva che non pensa né prova emozioni. Non Dio è morto, bensì la morte ha vinto; anzi, la paura di essa. E in quale modo? Con la messa al bando della lettura e dunque della scrittura: “Quando era morta l’arte di leggere, era morta anche la storia.”

Il mondo sta dunque in mano ai robot, stolti, vacui e aridi tranne uno, Spofforth. Spofforth ha in dote la coscienza d’un geniale ricercatore da tempo defunto e non a caso vuole morire, ma non può; è bello, forte, sempre giovane ed efficiente; e tremendamente infelice. I pochi sopravvissuti alle devastazioni fisiche e al decremento delle nascite s’intontiscono di Sopor, tutti tranne la ribelle Mary Lou, che vive clandestinamente in uno zoo dove animali e piante sono finti e i fanciulli in visita disgustosi meccanismi artificiali. Solo una persona sulla Terra è capace ancora di leggere, il timido professore Paul Bentley, che verrà arrestato da Spofforth affinché non contagi i propri (dis)simili col virus del sapere. Quando però Spofforth scopre il segreto di Bentley è tardi, perché Bentley ha insegnato la lettura all’intrepida Mary Lou, con cui intreccia una storia tenera e sensuale; e quando scopre che Mary Lou è incinta di Bentley il robot dovrà scegliere: obbligarla ad abortire e uccidere l’ultimo virgulto dell’esausta società o permetterle il parto e condannarsi a vivere, secondo gli ordini di un ottuso programma cibernetico per cui finché la specie umana esiste Spofforth deve vigilare?

La figura di Spofforth possiede qualche cosa del Cristo, un Cristo robotico che commuove e sconvolge, e getta una luce cupa sull’immediato avvenire. “Come amavano ripetere gli ingegneri genetici, [Spofforth] era un miglioramento dell’opera di Dio. Poiché, tuttavia, nessuno degli ingegneri credeva che esistesse un dio, quell’autoelogio non era gran cosa.” Spofforth ama, ma non può amare (“un’ossessione per te, per il modo in cui chini il mento e qualche volta sgrani gli occhi. Il modo in cui tieni la tazza del caffè. Sentirti russare la notte mentre sto qui seduto”, sussurra a Mary Lou); è tecnicamente immortale ma non vuol vivere (“era stato defraudato, orribilmente defraudato, di una vera vita umana”); coltiva i sentimenti ma non può manifestarli (“aveva sentito la forza della coscienza avvolgere il suo essere come un’ondata, e diventare il suo essere. Si era sentito stringere la gola, e poi aveva gridato di sbalordimento… lo sbalordimento di essere al mondo”); Spofforth è il martire dell’umana idiozia, di una hybris spinta alle estreme conseguenze dell’autodistruzione (“suppongo che tutto sia iniziato quando gli uomini impararono ad accendere il fuoco, per riscaldare la caverna e tener lontani i predatori. Ed è finito con il Valium atemporale”).  Spofforth appare ben più tragico di Bentley e Mary Lou perché non gli appartiene alcuna libertà, è un padrone schiavo del proprio potere, un potere che non ha chiesto e che chi gli ha imposto non comprendeva. Spofforth, il capo del mondo, è la vittima suprema del mondo, di un mondo che si disprezza e si odia. Il pensiero di Nietzsche non dista molto, e nemmeno l’arcana incandescenza di Gesù. Ma se, dopo secoli di devastazione psicologica e spirituale, Spofforth rappresenta l’unico Cristo di cui disponiamo, dovremo aspettarci da lui (da una macchina!) il sacrificio redentore? Forse, insinua Tevis, forse; dato che gli altri robot, i quali muovono le leve del comando a ogni livello, così ce li descrive Bentley al culmine d’una ritrovata consapevolezza: “E ora, guardando quella faccia tonta e artificiale, ho capito per la prima volta ciò che significava quella stupida parodia dell’umanità: nulla, assolutamente nulla. I robot erano stati inventati nell’antichità, in nome di un cieco amore per la tecnologia che aveva reso possibile inventarli. E dietro quella faccia vacua percepivo un fondo di disprezzo: il disprezzo che animava i tecnici umani che l’avevano creata, il disprezzo per la vita normale degli uomini e delle donne. Qualcuno doveva avere odiato la vita umana, per aver fatto una cosa simile, un simile abominio al cospetto del Signore.”

Ma grazie a cosa Bentley ritrova tale consapevolezza? Leggendo; dapprima sottotitoli di vecchi film, poi manuali d’istruzioni, infine romanzi e perfino la Bibbia. E Mary Lou insieme a lui. La lettura riattiva le risorse del cervello, ravviva la scintilla che ci rende umani; e oggi il principale dei problemi, fra tanti e gravi, è proprio l’affievolirsi progressivo della scintilla, il fatto che la scintilla si sta spegnendo, che chi governa ci conduce – con furbizia pari solo all’imbecillità – lontano dalla scintilla, in un luogo dove contano la merce, il petrolio, il denaro, infine il nulla. E davanti al nulla o si uccide sé stessi – il libro di Tevis è zeppo di gente che si dà fuoco, serenamente rimbambita dai farmaci – o si uccide il prossimo. La differenza non conta poi molto.

Bentley e Mary Lou trovano la forza per ribellarsi e hanno la fortuna d’imbattersi in una macchina più umana degli uomini, una macchina che assumerà su di sé il peso degli errori altrui; e se poi il loro figlio crescesse, piccolo seme d’un nuovo uomo,  allora chissà… chissà… “Adesso, mentre viaggio sulle antiche autostrade verdi dissestate, con l’oceano sulla destra e i campi deserti sulla sinistra, sotto il sole luminoso, mi sento libero e forte. Se non leggessi i libri, non potrei sentirmi così. Qualunque cosa possa accadermi, grazie a Dio so leggere, e sono entrato veramente in contatto con le menti di altri uomini. Vorrei poter scrivere queste parole, anziché dettarle. Perché deve essere stata la scrittura, non meno che la lettura, a infondermi una percezione così intensa della mia nuova personalità.”

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