Libera-Mente

Libera-Mente (2)

Mercoledì, 18 Luglio 2018 14:17

La tentazione dell'indifferenza

di

Mesi fa, nell’introdurre il mio intervento ad un convegno, mi hanno presentata come psico-traumatologa.

E io, che faccio sempre fatica a stare dentro a confini ed etichette, ammetto di aver pensato per una frazione di secondo, con una minuscola punta di orgoglio ma pure di imbarazzo: “Cavolo, sul serio lo hanno detto…”.

Bene che non ci si senta mai del tutto arrivati, non per falsa modestia ma per consentirsi margini di movimento e di crescita. Tuttavia, riflettevo, di traumi mi occupo da tempo ed è difficile prescindere da quel che fai quando tenti di formarti un’opinione rispetto a quel che accade intorno a te.

Non sono giorni facili. Anzi. Sono giorni di ascolto pieno e di parole mancanti, giorni in cui: “Sul serio lo hanno detto?”, non fai in tempo a pensarlo di una questione che già ne viene sollevata un’altra e non ce se la fa a commentare tutto, nemmeno se quello che viene detto tocca da molto vicino quello che sei e quello che fai nella vita. Il che, per me, è la stessa cosa. Le parole latitano o rincorrono pensieri troppo rapidi per essere fermati su carta. Vorresti e forse dovresti -le parole- trovarle pure tu. Perlomeno, tu più di altri, mi sono detta.

Ascoltavo l’intervento della neosenatrice a vita Liliana Segre, nel giorno del voto di fiducia al governo. Ascoltavo questa nonna, una delle poche ebree italiane sopravvissute ad Auschwitz ancora viventi, rivolgere i suoi richiami  -anticipatori, tristemente profetici, forse? - a respingere quella “tentazione dell’indifferenza verso le ingiustizie e le sofferenze che ci circondano”.

Una tentazione che diventa silenzio complice, cecità corresponsabile, anestetizzazione delle coscienze, ogni qualvolta della Storia si è compartecipi senza apparentemente rendersene conto. Senza avvertirlo quel “senso della responsabilità che ciascuno ha verso gli altri”. Respingere la tentazione dell’indifferenza. Non lo considero un verbo buttato lì a caso, respingere.

Invece, piuttosto, si cavalcano ondate di antisemitismo, intolleranza, razzismo, fascismi e disumanità.

Si cavalcano con una enorme dose di aggressività espressa, agita: verbalmente, nei gesti quotidiani e perfino nei commenti social, questo colpisce quando ci si soffermi a guardarsi intorno. Si è perlomeno consapevoli di quanta aggressività si vomita in giro? Non c’è bisogno che ce lo ricordi la Chiesa che l’Umanità sta perdendo. Restiamo Umani, in questo senso, è molto più che un slogan da stadio da contrapporre a quanto detto sopra. Molto più di una preghiera sacra o di una disperata invocazione. Restare umani è l’unica vera possibilità, ci preserva davanti all’orrore, al contrario dell’anestesia delle coscienze. Sappiamo già come è andata a finire in tempi non lontani a noi.

Ascoltavo la senatrice e mi sono ricordata di quando, nei primi anni di università, pensavo che avrei desiderato intervistare gli ebrei sopravvissuti all’Olocausto, magari per la tesi di laurea. Ce lo avevo già questo pallino del trauma, ce l’avevo ancor prima di studiarlo nel dettaglio, volevo capire cosa resta in chi resta, volevo sapere come ci si sente, cosa si prova a diventare un sopravvissuto. Vivere sopra, letteralmente. Sopra ai cumuli di macerie, sopra al pelo dell’acqua, sopra ad altri corpi morti intorno… Restare vivo. In senso assoluto, rispetto a situazioni che mettono in pericolo l’incolumità personale. In senso comparativo, se il “vivere sopra” di chi resta lo mettiamo in relazione anche al venir meno di chi -date le stesse condizioni di pericolo - muore.

Lo sanno bene i sopravvissuti, questo. Sanno bene quali caratteristiche possa assumere il senso di colpa (del sopravvissuto, si chiama proprio così) per il fatto che una determinata sorte sia toccata ad un altro e non a te. Dice bene anche questo, la senatrice Segre. Non lo sapevo quante ne avrei viste, con gli anni. Non sapevo niente ma mi facevo mille domande. Mai immaginando che le pieghe che assume la vita avrebbero trovato il modo di fornire risposte a molti dei miei quesiti. E non solo studiando libri. Semplicemente osservando quel che intorno a me è capitato e continua a capitare, parlando con le persone, ascoltando il ripetersi di storie che s’assomigliano, pur restando uniche. Ognuna con le sue singolarità. Ognuna con il suo carico di dolore e sofferenza. Ognuna con una frattura impressa e riconoscibile, quella ferita psichica che divide nella mente e nell’esperienza il prima dal poi.

Non le ho più fatte, le interviste agli ebrei. Nel ghetto di Roma, negli anni, ci sono andata solo a passeggiare e a comprare quel dolce pesante di cui non ricordo mai il nome, quello che quando passammo agli euro costava tanto ma erano cinque euro ben spesi perché è buonissimo e pieno di ingredienti: pezzi di cedro, mandorle, uvetta, frutta secca, cannella. Un mix di sapori e consistenze che rende piacevole ogni morso. Fa venire in mente quegli angoli di mondo che hanno reso pensabili le mescolanze, perché si mette nell’impasto quello che c’è, quegli angoli di mondo che hanno reso pensabili le convivenze di anime diversissime tra loro, talvolta. Equilibri sottili che mille volte si sono incrinati e non sempre ce se ne è potuti rallegrare. Equilibri sottilissimi quanto confini che -in teoria- starebbero solo sulle mappe.

La mappa non è il territorio è un insegnamento sacro, nella teoria sistemica.

Passeggiavo, li osservavo, gli ebrei, non avevo mai il coraggio di fermare nessuno. Nel discorso, la senatrice Segre ha nominato anche i Rom e io mi sono ricordata di quella zingara incontrata al lago, anni fa, in un improvvisato campeggio giovanile, volevo mi leggesse il futuro per chi lo sa quale pena d’amore, invece lei disse soltanto: “tu farai la tesi su di noi”. E non si capiva e non capii al momento se fosse una premonizione, un suggerimento o una suggestione ipnotica cui avrei dovuto sottostare. La feci sui matrimoni interculturali, comunque, poiché avevo la necessità di incrociare il mio interesse per la psicologia della famiglia con quello che già all’epoca nutrivo per le migrazioni e l’impatto che iniziavano ad avere su una società che multietnica lo diventava di fatto e non ancora che consapevolmente. Scotti che si pagano, prima o poi.

Tanti anni sono passati. Sorridevo al ricordo di quella vecchia nomade coi denti d’oro. Sorridevo e già buttavo giù queste righe ma era prima che il nostro Ministro dell’Interno prendesse posizione anche sui Rom. Era prima della chiusura dei porti. Prima dei cosiddetti respingimenti in mare, dovremmo parlarne seriamente della follia di questa dicitura. Respingimenti in mare. No, non ci arrivo.

Cosa si respinge? La vita? La miseria? La disperazione altrui? Era anche prima che le fotografie di quei tre bambini morti annegati con i loro vestitini rossi campeggiassero sugli schermi di molti dei nostri smartphone e pc. Prima che qualcuno si affrettasse, con un tempismo davvero disgustoso, a definirli dei bambolotti in un fotomontaggio perché così -così forse sì- pesano meno sulla coscienza.

La tentazione dell’indifferenza. I meccanismi psicologici che esitano nella negazione, nella rimozione, nella scissione li chiamiamo di difesa. Servono a preservare l’integrità dell’Io di fronte al rischio di crolli (psichici) e si attivano naturalmente in situazioni di assoluta gravità, quelle in cui prendere atto di quanto accaduto è drammaticamente insopportabile. Hanno molto a che fare con le situazioni post-traumatiche.

Altra cosa sono la mistificazione, la ridicolizzazione, l’alterazione del reale. Ci si figuri che il mantenimento dell’esame di realtà è una bussola per noi psicologi, la più importante per leggere e capire la situazione del paziente che abbiamo davanti. Forse allargare lo sguardo dal singolo (la mappa) al sistema (il territorio) in questo momento storico è qualcosa di più che una mera deformazione professionale. Che poi, preferisco forma mentis, al limite.

Dunque, dicevo, mi sono fermata nella scrittura, per settimane. Fermata ad ascoltare, fermata a guardare, fermata a pensare e a leggere. Fermata a non capire. Fermata a restare zitta. Mi sono fermata. Come tanti, molti, troppi. Fermi. Immobili. Sono giorni terribili, ve l’ho detto. Giorni in cui si cerca un senso senza trovarlo. Non il senso individuale di vite che portiamo avanti - magari su equilibri precari che comunque si reggono - guardando all’orticello; bensì il senso collettivo, quello che dovremmo poter cogliere allargando lo sguardo, quello che ti rende parte di un quadro più ampio -sistemico- quello che ti dà il senso generale dell’esistenza. No, non per forza una considerazione di ordine religioso, anche se il termine Umanità richiama alla mente pure quello. Dove stiamo andando a finire? Cosa ne è del nostro esame di realtà? Capiamo che quello che chiameremo storia tra qualche anno, ce lo abbiamo sotto gli occhi proprio adesso? Capiamo che siamo parte di un più ampio sistema o percepiamo solo l’orticello?

La storia mi scorre davanti, pensavo in parallelo, mentre ero intenta a lavorare con uno dei beneficiari accolti nel progetto SPRAR1. La guardo dentro ad occhi più scuri dei miei ogni giovedì pomeriggio, tra le quattro pareti di una stanza collocata su Piazza d’Arti, una piazza di cemento post-sismica, con una storia bella di Accoglienza ed Inclusione (e non solo di migranti parlo, anche se preferisco parlare di persone e non di categorie). E certe volte, ve lo assicuro, le quattro pareti di cartongesso fanno fatica a contenere le emozioni intense di chi scelga di condividere con me anche le parti più dolorose e difficili del proprio percorso di vita e del viaggio affrontato per arrivare in Italia. I traumi, sempre più spesso. La Libia. Le notti insonni, gli incubi, il carcere, le percosse, le minacce, le morti altrui -nel deserto, nel mare- la violenza tutt’intorno, i flashback che prendono vita nella mente come fossero attuali, non ricordi ma scene in atto, “dans ma tête, dans ma tête”. Ci sono occhi lucidi e lacrime ferme sul bordo delle palpebre o all’angolo di un occhio, lacrime che non cadono.

È facile che non vengano mai giù, le lacrime di un traumatizzato. È facile che compaiano imbarazzo e vergogna, nel mostrare una cicatrice che fa male ancora. Stabilmente o a intermittenza. Imbarazzo e vergogna nel raccontare quell’indicibile che spesso oscilla tra il bisogno di essere condiviso e il non poter essere detto. Quello che viene detto diventa reale perché prende corpo, spazio e concretezza nella mente di chi ascolta, oltre che in quella di chi ha vissuto e sta verbalizzando nella propria lingua, con la voce, quanto accaduto. Se lo dici a qualcun altro diventa reale. Voler dimenticare è un desiderio di molti: “cancella, per favore. Cancella quel che ti ho detto, strappa i fogli, cestina il file, dimentica”. Non posso.

Non posso cancellare quel che hai vissuto ma posso aiutarti a sopportarlo se ci lavoriamo insieme.

Solo questo posso fare. E questo giovanissimo, invece, voleva cancellassi proprio quel che mi aveva raccontato perché si vergognava anche solo potesse restarne traccia, di quella violenza assistita che diventa drammaticamente disgregante per l’integrità psichica, al pari delle violenze subite sopra al proprio corpo. Insopportabile. Anche quando il corpo non è il tuo ma quello di un altro, così simile a te. Non devo dirvi niente. Servirebbero i dettagli? Me lo chiedo da giorni. Non me li raccontare i dettagli se non te la senti, basta così.  Prendiamoci una pausa. Me lo racconti la prossima volta, se vuoi. È tutto a posto. Sei al sicuro.

Adesso. Qui, vorrei dire ma questo non lo dico mai. Perché qui e adesso sono concetti troppo transitori. Avere progettualità per il futuro passa anche attraverso la possibilità di pensarsi stabili e non sempre provvisori. Ci vuole tempo. Fortuna. Costanza. Determinazione. Motivazione. Quelle che stiamo perdendo pure noi.

E dunque, cosa li trascrivo a fare, i dettagli se c’è chi non ha ancora capito che la Libia è un inferno fuori controllo e non una vacanza premio? Se si continua a dire “tornatene a casa” a chi ci spiega che una volta arrivati in Libia puoi solo andare avanti perché alle spalle hai lasciato il deserto e i tuoi compagni morti e che il tuo tragitto di fortuna in pick-up serrati di corpi incastrati ad arte -non ti puoi nemmeno muovere, a volte soffochi e smetti di sentire anche le gambe- lo fanno in una sola direzione e non in senso contrario? Servono i dettagli,se mi rispondo che l’orrore ce lo buttano in faccia ogni giorno e ci stiamo abituando?

Si trovano modi di ridicolizzare, mettere in discussione, mistificare, sollevare dubbi, su tutto. Si può dire tutto e il contrario di tutto e non si ascoltano repliche, non ci sono curiosità da colmare perché si sa e conosce solo quello che già si pensa. Fa passare la voglia persino di parlare, figuriamoci quella di scrivere.

“Non mi sento nella mia pelle”, “Oggi, c’est difficil”, “Non dormo”, “Vuoi parlarmene, dei couchemar (incubi, ndr)?”, “Mi hanno fatto scavare una fossa comune”, “Hanno violato delle donne davanti a me”, “Penso troppo, non so come si fa a non pensare. Pensare troppo fa male”, “Il mio amico è morto sulle mie ginocchia”, “La vita in Libia is terrible life, vivi con la paura, non passa un giorno senza che tu non abbia paura per la tua vita”, “Il viaggio è stato duro, sono morte tre o quattro persone”, “Ho visto morire delle persone, uccise a fucilate davanti ai miei occhi”, “Ci picchiavano sempre, tutti i giorni”, “Non riesco a riaddormentarmi”, “Sono morte nove persone, nel camion, ho pensato che sarei stato il decimo”, “Se avessi saputo quello che mi aspettava in mare, non mi sarei mai imbarcato”, “Eravamo 125. Nella barca c’era un buco da cui è entrata l’acqua, le persone si sono agitate e due sono caduti in mare. Dalle 23 alle 6 del mattino siamo restati in mare e poi siamo stati salvati dalle associazioni che salvano le persone”, “È stata un’esperienza terribile, quando mi hanno salvato non avevo neppure i vestiti addosso”. “Cosa provi quando guardi il mare?”. Scende il silenzio. Scendono le lacrime, pure.

Sono bambolotti, si è detto. Sono così tanto morti, rigidi, immobili da sembrarlo veramente. È innaturale quella rigidità, in un bambino. Te la dà l’acqua, quella rigidità là. Te la dà il rigor mortis sopra ad un bambino, quella rigidità là. Quella che sembra che dormano ma non dormono perché sono immobili e i bambini non lo sono mai. Non respirano, sono fissi, hanno il colore grigio della morte che prescinde da quello della carnagione e opacizza e uniforma e allontana. E fissa. Ve lo devono veramente spiegare, questo?

Il mio bambolotto aveva 18 mesi e stava sotto ad una tenda, immobile e rigido, nell’obitorio da campo di Amatrice. Ne ho parlato con pochissime persone. Non l’ho mai detto a nessuno che sembrava un bambolotto. Non l’ho detto perché lo consideravo irrispettoso ma è l’unica cosa che sono riuscita a pensare, negli anni.

Ricordo tutto, anche le carezze che il Poliziotto della Scientifica non smetteva di fargli ripetendo: “stella”, in attesa di una madre e di un padre che, per il momento, non sarebbero arrivati. Sembrava un bambolotto ma era un bambino, così simile ai nostri, ci confessammo in un paio di sguardi e scambi sottovoce quasi temessimo di svegliarlo, improvvisata coppia di genitori in una “cameretta” senza né letto né carillon.

Sembrava un bambolotto ma era un bambino. Non lo dimentichi un bambino morto, quando lo vedi. E non dico che dovremmo tutti andare in mare a raccogliere naufraghi, non dico che non vadano cercate risposte politiche. Però chiudere gli occhi -insieme a porti e confini- è un’altra cosa. Chiudere gli occhi è una sorte toccata a troppi senza colpa alcuna. Chiudere gli occhi noi, no. Non solo non lo dobbiamo fare ma non dobbiamo permettere a nessuno di chiuderceli. Non più. Non di nuovo.

*Ilaria Carosi è psicologa e psicoterapeuta. Si occupa di migranti, richiedenti asilo, rifugiati e politiche dell'immigrazione dal 2000.

Cisterna di Latina, 28 febbraio 2018. Luigi Capasso, appuntato dei Carabinieri, spara alla moglie Antonietta Gargiulo, dalla quale si stava separando, ferendola gravemente. Successivamente, raggiunge ed uccide le figlie, Alessia e Martina, di 13 e 7 anni, prima di suicidarsi.

C’è un punto dolentissimo, nella vicenda di Cisterna di Latina, per noi professionisti della psiche e della salute mentale, un punto di dolore che amplifica la rabbia e l’impotenza con cui sempre ci si confronta ogni volta che donne e bambini restino vittime della violenza efferata di un uomo, di un marito, di un padre. È quel dubbio che se scuote le coscienze di tanti, ancor più cogentemente dovrebbe interrogare chi quotidianamente si prende cura dei disagi psico-emotivi degli altri: “Si sarebbe potuto fare di più, per evitarlo?”. E il rispondervi non venga considerato un mero esercizio teorico, né qualcosa che il senso comune facilmente potrebbe confinare nella sfera di un senno di poi che nulla aggiungerebbe allo strazio della perdita di quelle due giovani vite soppresse, allo strazio di quella madre e donna restata sospesa tra la vita e la morte per giorni, prima di essere dichiarata fuori pericolo.

Quindi, in punta di piedi e di penna, a distanza temporale ma non di certo emotiva dal tragico evento, mi sia consentita qualche considerazione.

Tanti professionisti lavorano al meglio delle loro possibilità per informare, accogliere, tutelare e proteggere le donne vittime di violenza. Spesso, con fondi scarsi e niente affatto sufficienti a coprire le necessità.

Sappiamo quanto facciano in tal senso i Centri Antiviolenza, quanto fondamentali siano, soprattutto in questo momento storico-sociale, nella prevenzione e nella lotta alla violenza di genere. Ma cosa si fa concretamente per accogliere, fornire risposte, prevenire un’escalation progressiva di aggressività, soprusi, maltrattamenti, cosa si fa rispetto ai disagi - in alcuni casi vere e proprie psicopatologie - dell’autore di violenza? Chi e come prende in carico l’uomo? È sufficiente?

Pochissimo. Pochissimo o nulla si fa per intervenire sull’autore di tale violenza, quasi ci fosse una fatica mentale, una resistenza dovremmo dire, che diventa anche teorica e operativa e che impedisce spesso di inquadrare il problema a livello sistemico, relazionale, quale è. Non che sia semplice, tuttavia c’è una visibile sproporzione tra la frequenza di episodi di violenza che hanno per vittime le donne e la presa in carico clinica e preventiva degli autori di tali crimini, gli uomini. Spessissimo – giustamente - si interviene sulla vittima ma lo si fa dimenticando che il circuito della violenza coinvolge, almeno ma non solo, una vittima ed un carnefice in interazioni dannose che si ripetono nel tempo, prima che si arrivi ad un epilogo. Tragico, quando se ne abbia notizia. Molto più raro è far accedere entrambi - ciascuno a suo modo - ad una presa in carico (clinica) che non sia soltanto appannaggio di avvocati e mediazione familiare perché, purtroppo ed evidentemente, non basta.

Vittima e carnefice andrebbero accompagnati in un percorso di consapevolezza e cura delle ferite psichiche (e fisiche) inferte e variamente subite. Consapevolezza è la parola chiave nei programmi di prevenzione e cura rivolti agli uomini maltrattanti. Perché è importante rendersi conto di quel che sta accadendo ma anche trovare spazi di condivisione e accoglienza di rabbia, tristezza e di tutte quelle emozioni che normalmente si agganciano alla fine di una relazione, soprattutto quando non si riesca ad accettarla: i passaggi all’atto si scongiurano proprio elaborando e mentalizzando quello che è accaduto e sta accadendo.

Il discorso è complesso, delicato, probabilmente non rimandabile. L’occuparsi di uomini violenti prima che un crimine venga commesso, prima che si entri nei circuiti della giustizia, trova resistenze anche in molti colleghi e colleghe, lo asserisco con cognizione di causa. E certo non si pretende che tutti si occupino di tutto, che tutti si specializzino in tutto. Nondimeno, mi chiedo: proteggere la vittima, proteggerla in maniera più adeguata e con misure di tutela via via crescenti, è la soluzione? L’unica possibile soluzione ad un problema sociale drammaticamente dilagante?

Antonietta, ormai lo sappiamo, aveva anche cambiato la serratura. E altre come lei o prima di lei. Non è bastato. Mancava il divieto di avvicinamento, si è detto. Dunque, è ad uno strumento legislativo che ci si appella, sarebbe stata questa una possibile soluzione, avrebbe davvero scongiurato il tragico delitto e le folli intenzioni di un uomo ormai fuori controllo? Uno strumento legislativo in risposta ad un disagio umano che nella sfera relazionale si manifestava ed esprimeva, con sempre maggiore aggressività?

Non lo credo. E non mi basta nemmeno etichettare Capasso come un violento fuori controllo. Troppo poco utile sarebbe, anche ammesso fosse possibile inquadrare il soggetto in un’ottica clinica, affibbiargli un’etichetta psicopatologica fine a se stessa. Non possiamo - fortunatamente non ancora - effettuare una diagnosi psichica post-mortem sul carnefice ma quel che possiamo evincere dal quadro generale e dai dettagli di cui siamo a conoscenza, lascia intravedere una “sofferenza psichica” marcata che avrebbe probabilmente giovato di una presa in carico specializzata. Su questo dobbiamo riflettere per orientare il lavoro futuro, perché il contesto è sempre matrice di significato, come ci ha insegnato Gregory Bateson.

È difficile pensare a Capasso come ad un sofferente, di questo mi rendo conto e, lo ripeto ancora, non vorrei sembrare irriguardosa nei confronti delle vittime. Ma è difficile pensare ad egli anche come ad un sociopatico, un amorale privo di capacità empatiche ab origine. I sociopatici hanno una “carriera” deviante lunga e tutt’altro che occasionale. Un sociopatico Capasso non lo era. Un depresso, oltre che un violento, probabilmente sì. La sua escalation di violenza appare plausibile esito di una rottura psichica in cui tutto ha avuto un ruolo, non ultimo quel posto letto in caserma che lo vedeva solo ad arrovellarsi in ideazioni folli che prendevano sempre più spazio nella sua testa.

Non lo sappiamo. Ma non andiamo lontani se ipotizziamo che una costruzione folle lo abbia in fine portato a credere che morte oppure perse (ricordiamo che le figlie si rifiutavano ormai, a buon diritto, di vederlo) fosse per lui la stessa identica cosa. Mette i brividi, sì. Ma li mette anche pensare che esistono contesti in cui la violenza viene giustificata, sminuita, accettata. Appresa, anche. Talvolta, nelle dinamiche familiari e relazionali che coinvolgono ciascuno fin dalla primissima infanzia, per questo è importante contemplare la possibilità di una presa in carico psicoterapeutica che possa ricostruire anche le esperienze transgenerazionali, andando indietro nel tempo, risalendo a eventi del passato e a modelli di accudimento ricevuti. Non solo quelli, certo.

Siamo immersi in modelli sociali e di potere - soprattutto in alcuni ambienti, non ultimo quello militare - che veicolano un’immagine di maschio forte, potente, brutale, un maschio vincente e mai in difficoltà, mai in lacrime, mai depresso. Un dover essere che spesso incastra e condanna e che non lascia spazio per l’elaborazione di quei fallimenti che la vita sempre ti mette davanti. Gira una voce, negli ambienti militari: “Si può essere malati solo dal collo in giù”. Malati solo nel corpo. Malati sì, sofferenti mai.

In Italia, ci sono pochissimi centri di ascolto per uomini maltrattanti e siamo talmente indietro a livello europeo da non immaginarlo nemmeno e da non averne neanche contezza tra gli addetti ai lavori, spesso. Il primo centro minimamente paragonabile - fatti anche i dovuti distinguo contestuali - a quello fondato in Norvegia nel 1987, è stato aperto in Italia nell’anno 2009. Da esso ne sono nati altri, negli anni, ma tanto ancora c’è da fare, soprattutto a livello culturale. Siamo tanto indietro. Anche perché, come detto, di uomini violenti non tutti vogliono o sanno occuparsene. Perché la rabbia e la violenza fanno paura, talvolta orrore, e l’uomo violento diventa il mostro da isolare e, paradossalmente, non ci si rende conto che proprio il suo isolamento - si parla in termini psichici ma anche relazionali - conduce frequentemente ad esiti drammatici. Proprio l’isolamento porta alla costruzione di percorsi ossessivi che si ripetono nella testa anche sotto forma di ideazioni deliranti e mortifere prima (come quelle suicidarie); minacce e passaggi all’atto, poi. Con troppa facilità, evidentemente.

Me lo sono chiesta insistentemente nei giorni successivi al delitto e non voglia essere un’accusa per nessuno: ce lo aveva un amico, Capasso? Un familiare? Un medico che lo avesse visitato, per qualunque altro motivo, nelle settimane precedenti? Un padre spirituale, vista la sua religiosità? E i colleghi di lavoro non si sono accorti del suo stato e del suo equilibrio psichico che diventava sempre più labile? Nessuno lo ha ascoltato o consigliato quest’uomo qua? Il disagio di Capasso andava intercettato, qualche psichiatra si è anche pubblicamente sbilanciato, in merito, rilevando la necessità di una presa in carico anche farmacologica ma non possiamo pensare che i professionisti della salute psichica vadano per strada a raccattare chi ha bisogno, né possiamo affidarci all’idea che chi sta soffrendo abbia sempre la lucidità e l’autoconsapevolezza necessarie per chiedere aiuto o contattare un centro di ascolto.

La funzione sociale è fondamentale, tutti andrebbero educati a riconoscere quei segnali di disagio psico-fisico che per noi clinici sono così evidenti. Il DSM-V annovera tra i sintomi della depressione maggiore, oltre al più noto tono dell’umore depresso, tristezza e ideazioni negative, irritabilità, angoscia, disperazione per se stessi e per il proprio futuro, pensieri negativi nei confronti degli altri. Tra le cause scatenanti figurano anche divorzi e separazioni, bisognerebbe tenerlo in debito conto.

Mi capita spesso di constatare - anche in chi spontaneamente cerchi un aiuto professionale in noi psicologi/psicoterapeuti - la difficoltà a collegare eventi della propria vita a sintomi. Insonnia, marcata tristezza, angoscia, ansia, assenza di motivazione, pensieri ricorrenti che diventano fissazioni o ossessioni appaiono all’improvviso, apparentemente sganciati da situazioni occorse nella propria vita. Sappiamo che in molti casi è una resistenza, la difficoltà di accesso alla coscienza di contenuti e collegamenti che vogliono restare inconsci, ma vi sorprendereste a verificare quanto spesso, anche davanti all’evidenza di eventi stressanti o traumatici, mi venga chiesto: “Perché mi sta succedendo questo?”. Perché andiamo da un medico se ci fa male la pancia in modo ricorrente e non siamo stati abituati a chiedere un aiuto psicoterapeutico quando ci si senta giù di morale, quando fallisca un progetto di coppia o familiare, quando ci si trovi ad allontanarsi o ad essere allontanati dalla famiglia, a perdere il contatto con i propri figli? Quando si abbiano accessi di rabbia incontrollabili? Quando ci si trovi a malmenare la propria moglie? Quanto si è o si resta soli, in tali circostanze? Isolare il mostro. Isolare il mostro non può essere la soluzione.

E, sì, si sarebbe potuto e dovuto fare di più. Iniziamo adesso! Come professionisti, come familiari, amici, conoscenti. Come datori di lavoro o corpo di colleghi perché la salute psichica, al pari di quella fisica, diventi un diritto di tutti e come tale venga tutelato e garantito sempre. Senza mostri che tengano.

Ilaria Carosi è psicologa e psicoterapeuta

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