Lunedì, 18 Aprile 2016 10:55

Dalla barba ai piedi, lo spirito urban degli Hipster

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Seppur con un’incidenza che non può essere scambiata per regolarità, che non si dica che non mi rivolgo mai ad un pubblico maschile. E non avrei mai pensato che l’ispirazione potesse arrivare girovagando per i padiglioni del Cosmoprof: ricordate quando accennavo alla sezione dedicata ai barbuti? Gli stand per Barber Shop erano numerosi ma soprattutto stilosi!

La gioia di vedere il ritorno di un mestiere dei tempi che furono fa posto alla constatazione che tale ritorno altro non fa che rispondere ad una tendenza ben definita, una cultura, anche lei ereditata dal passato, che abbraccia musica, moda, cibo, letteratura… e baffi e barba!

Siamo negli Stati Uniti poco prima della Seconda Guerra Mondiale e sulla scena sociale viene a connotarsi una subcultura che trae le sue origini, nonché controversa etimologia, dal mondo della musica Jazz: ecco i primi Hipster della storia. Tra un hop (da oppio) e un hep (amanti del jazz), gli stimoli della ripresa del dopoguerra infervorano anche questo movimento che si riconosce nell’anticonformismo, nella consapevolezza dei suoi appartenenti scettici verso istituzioni e regole, non per questo disfattisti e demolitori. Tutt’altro. L’hisper è come se viaggiasse ad un livello più alto ed è illuminato dalle proprie passioni e dalla propria cultura che investe, in maniera composta, anche sfumature scabrose e non convenzionali. Un’assoluta evoluzione dello stile di vita bohémienne.

Charlie Parker, Bing Crosby e Jack Kerouac sono alcuni degli esponenti. Corsi e ricorsi storici, la cultura hipster non si esime dalla tradizione e negli ultimi anni torna, si alimenta della globalizzazione e diventa virale, epidemica!

Può un fenomeno del genere non riconoscersi sotto un abbigliamento dai connotati precisi? Neanche a dirlo! Sebbene la questione riguardi entrambi i sessi c’è uno spiccato interesse verso l’universo maschile, probabilmente perché difficilmente riesce ad omologarsi in maniera così massiccia ed evidente. Nonostante per alcune caratteristiche avvicini molto i due sessi, quasi da annullarne le differenze, la moda hipster è altamente ricercata, non è una banale accozzaglia di capi di vestiario arraffati in saldo l’ultima mezz’ora prima delle chiusura e credo sia questa attenzione al dettaglio che la rende più sorprendente per l’immagine comune che abbiamo tutti del maschio medio.

Gli hipster (uomini e donne, quindi) indossano pantaloni skinny e scarpe basse, sneaker Converse o anfibi Dr Martens, maglioni oversize, come fuori misura gli sciarponi quando fa freddo, camicie a quadri e abitini colorati. Questi giovani – che se non sono artisti hanno senza dubbio un bagaglio culturale molto più pesante dei kg del loro corpo – amano scovare chicche nei mercatini vintage, sono dall’accessorio facile purché non banale, sono attenti all’ambiente che li circonda ma solitamente ipertecnologizzati. Ma più di tutto, sommati ad un abbigliamento che lascia poco spazio a fraintendimenti, cos’è davvero il marchio di fabbrica del maschietto hipster? Ma la barba! Anche solo i baffi vanno bene ma è necessario che siano curati.

Barbe rifinite e baffi in ordine sono ciò che distinguono il pelo del maschio medio di cui sopra, la cui non voglia di farsi la barba è celata dietro ad una scelta di stile… Un astuto imprenditore c’ha visto giusto e ha pensato di creare dei prodotti cosmetici ad hoc. Niente di nuovo dunque, se non fosse che Marco Balocchi la sua linea cosmetica l’ha chiamata Hipsteria, l’ha contenuta dentro un packaging accattivante e giovane e la distribuisce a prezzi accessibili senza dimenticarsi della qualità, perché ho avuto modo di far provare alcuni dei prodotti a uomini forniti di folta peluria facciale che ne sono rimasti entusiasti. Non contento ha arricchito la linea con papillon XL in seta a stampa Vichy (quadratini colorati e bianchi) cuciti a mano, perché odia i papillon che si “perdono sul collo”, e con cinture e portafogli in pelle, numerati, che fanno delle imprecisioni del materiale – nel caso presenti – il loro punto di forza, perché ogni oggetto sia unico. E tutto made in Italy, con nomi che richiamano le fondamenta della storia “hipsterica” e confezionato in barattoli simil zuppa Campbell.

È al Cosmoprof che ho avuto il piacere di vedere soprattutto l’entusiasmo e di apprezzarne lo spirito perfettamente espresso da una brochure/tabellone di gioco del monopoli – Hipsteropoly, per l’appunto – con i prodotti (e prezzi) del brand nelle caselline. Anche il sito hipsteriaitalia.it merita una visita. Carica di energia e di seguaci convinti, ma soprattutto come abbiamo detto, consapevoli, la cultura hipster divide le folle tra sostenitori ed haters (i promotori della lotta al risvoltino ai pantaloni, ad esempio), i quali spesso e volentieri ne fanno propri degli accenti di stile, loro malgrado. Io mi schiero tra i simpatizzanti moderati e non posso fare altro che rendere giustizia all’energia di un fenomeno che di nuovo lascerà un segno importante nella storia della società.

Ultima modifica il Lunedì, 18 Aprile 2016 11:01

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