Mercoledì, 02 Novembre 2016 12:33

Lo spilungo, la scrittura, altro

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Stephen King ha creato numerosissimi mostri, reali o sovrannaturali, di terribile impatto; fra i primi mi sovvengono Annie Wilkes, l’infermiera psicotica di Misery, William Wharton, lo stupratore selvaggio de Il miglio verde, Frank Dodd, il cupo e squilibrato poliziotto de La zona morta, perfino Cujo, il San Bernardo idrofobo (o stregato?) dell’omonimo romanzo; e fra i secondi It, il diabolico venditore di cianfrusaglie Leland Gaunt di Cose preziose, il sadico George Stark de La metà oscura, o ancora creature quali i Tommyknockers, i langolieri, il demonio Tak sepolto nella miniera di Desperation, l’Overlook Hotel, Christine, la macchina posseduta o l’inquietante Buick che ingoia della roba e ne espelle dell’altra… da chissà dove. E poi ancora Randall Flagg, Kurt Barlow, Ardelia Lortz, gli odiosi e spietati bimbi detti figli del grano…

Nessun mostro kinghiano però a mio avviso regge il confronto con lo spilungo, l’entità che abita Boo ‘ya Moon, il luogo immaginario partorito dalla mente di Scott Landon, scrittore di successo al centro de La storia di Lisey. Lisey è la moglie di Scott, e quando costui muore si trova costretta dalle circostanze a tornare – sola – nella fantastica contrada che la fervida fantasia del marito ha reso in qualche misteriosa maniera tangibile.

Non è nemmeno la prima volta che King genera mondi alternativi, separati dal nostro da una pellicola tenue; come ama dire Jake Epping, il protagonista dei viaggi nel tempo nel magnifico 22/11/’63, “la realtà è sottile.” Taccio riguardo ai sette volumi de La Torre Nera, che confesso di non aver letto (ma mi rifarò). Per il resto, mai come ne La storia di Lisey King ha disegnato un altrove tanto persuasivo e al contempo tanto fiabesco. Sta qui la magia del libro: nell’ancorare a terra i sogni, nel piantarli, innaffiarli e farli crescere fino a costruire uno spazio assurdo, fascinoso e struggente, che sembra un misto tra l’Inferno, il Purgatorio e il Paradiso danteschi.

A Boo ‘ya Moon ci sono fiori d’ogni tipo e profumi meravigliosi; e gli alberi buoncuore, e prati tersi, e un sole d’oro e una luna di perla; e c’è una pianta delle Storie che getta un’ombra fresca e ristoratrice, nel cuore di una radura che ferisce per la sua bellezza; e c’è la Pozza delle Parole, la cui acqua può guarire qualsiasi ferita fisica e rimarginare qualsiasi piaga della mente, e sulla cui bianca spiaggia s’affacciano gradoni popolati di strani spiriti avvolti in lugubri sudari. Ma poi a Boo ‘ya Moon scende la notte e cambia tutto; i frutti marciscono o inveleniscono; animali urlanti s’aggirano nel bosco; e vi si aggira lo spilungo. Lo spilungo rappresenta, nel particolare lessico di Scott Landon, cresciuto in una famiglia di folli e lui stesso in parte folle, l’incarnazione massima dell’ “intaso”; e l’intaso è la sostanza di cui si compone la follia senza rimedio, il non senso, la cecità stolta e feroce del creato. Due sono gli aspetti insopportabili dello spilungo: la sua totale e definitiva indifferenza e il fatto che se si entra nella sua mente, se si occupa anche solo un cantuccio della sua grottesca attenzione, lui rimarrà in eterna attesa di noi; la nostra unica possibilità di salvezza consisterà nel non pensare a lui… ma come si fa a non pensare a qualcosa il cui pensiero per l’appunto ci terrorizza? Questo è uno dei problemi che si troverà ad affrontare Lisey, è anzi forse l’unico vero problema ch’ella dovrà risolvere; perché quando si incrocia lo sguardo spento dello spilungo il resto scivola decisamente in second’ordine.

Critici e lettori hanno definito La storia di Lisey come un romanzo sul matrimonio, sui segreti, gl’incanti e gli sconcerti del matrimonio. Per me invece questa è anzitutto un’opera che parla della follia, in special modo della follia creativa. E’ anche l’opera in assoluto più autobiografica di Stephen King, più ancora del celeberrimo racconto Il corpo contenuto nella raccolta Stagioni diverse. E’ un’opera delicatissima e fragile pur nella sua sequela di drammi, una rosa zuppa di rugiada in una matassa di rovi. King, proprio come Landon, si contraddistingue come uno scrittore dall’immaginazione particolare, in un certo senso eccessiva. Egli s’avventura spesso alla pozza delle storie, spingendosi laddove l’acqua è più buia e più alta; più l’immaginazione è potente, più la pozza diviene profonda. King conosce il rischio di creare, e di creare una materia ardita che interroga (e s’interroga) sulle domande ultime dell’umanità.

Anche la vita di King, in apparenza ordinaria (una moglie, tre figli, abitudini quiete), è stata a ben vedere un’odissea. Il padre fuggì di casa senza spiegazioni (tranne il classico pacchetto di sigarette da comprare) quando Stephen aveva due anni; non tornò mai più. A quattro anni Stephen assistette alla morte di un piccolo amico, investito dal treno dinanzi ai suoi occhi. Quando, intorno ai trent’anni, arrivò il successo planetario, King tentò di gestirlo con l’aiuto di una triplice dipendenza: dall’alcol, dalla cocaina e dagli psicofarmaci. Infine rammentiamo l’incidente del 1999, che lo ridusse quasi cadavere e gli costò parecchi mesi d’ospedale, polmoniti, infezioni, fratture multiple e una depressione che per poco non ne spezzò la vena narrativa.

Ritengo dunque che, come nella vita di Scott Landon, anche in quella di Stephen King ci sia sempre stato uno spilungo; e che King come Landon l’abbia tenuto a bada in due modi: scrivendo e ancorandosi alla famiglia, specie alla figura solida e fedele della moglie. Forse King non teme, come Landon, di scorgere la figura dello spilungo negli specchi o nei bicchieri, ma scommetterei un buon gruzzolo sulla sua convinzione che da qualche parte lo spilungo esiste davvero. Lo spilungo è l’abbandono immotivato di un padre, un treno che sfracella il tuo amichetto a pochi metri da te, è la schiavitù della droga, il demonio dell’alcolismo, un minivan che ti travolge a cinquanta miglia all’ora un tranquillo pomeriggio di giugno mentre percorri una carrareccia; e in fin dei conti lo spilungo sei tu, l’oscurità che nemmeno tu comprendi e che pure ti appartiene (ti domina?), l’oscurità che ti consente d’inventare storie così raccapriccianti e così belle che tutto il mondo vuole leggerle, storie per leggere le quali il mondo è disposto a ricoprirti di fama e di denaro.

La storia di Lisey c’insegna che si paga un prezzo per essere Stephen King, per conoscere così bene il sentiero che, attraverso la foresta dei buoncuore, conduce alla magica pozza delle parole; e il prezzo è lo spilungo, il rischio dello spilungo, il sapere che da qualche parte s’annida un simile rischio. Viene un giorno in cui lo spilungo si distende proprio sul sentiero e per Scott Landon non c’è più nulla da fare, non può più raggiungere la pozza; preferirà morire anziché cadere nelle fauci dello spilungo, perché nella pancia dello spilungo non si muore una volta, bensì per sempre; perché lì dentro si muore da vivi e con coscienza. Prima o dopo anche Stephen King morirà, prima o dopo moriremo tutti, e nessuno preferirebbe mai lo spilungo alla morte; ma forse, ci suggerisce King in pagine d’eterea poesia, il nostro mondo non è l’unico. Forse esistono tanti Boo ‘ya Moon che ci scorrono accanto – la realtà è sottile, sottilissima. Forse dopo Boo ‘ya Moon ci sono altri mondi ancora, mondi senza lo spilungo, mondi in attesa che troviamo il coraggio di visitarli, esplorarli, viverli.

Ultima modifica il Mercoledì, 02 Novembre 2016 13:15

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