Martedì, 29 Novembre 2016 02:42

Appunti di storia e filosofia per nati a metà degli anni Settanta

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Sono nato nel 1975, dunque il 3 luglio 1990 avevo 15 anni. Fu allora che terminò la mia infanzia, ma non solo la mia. La notte del 3 luglio 1990 terminò l’infanzia di tutti gli italiani – maschi e femmine – nati in Italia a metà circa degli anni ’70. Sto parlando di un fatto storico e filosofico, di un evento ben preciso che concentra su di sé l’essenza di un’epoca, la tronca a dà avvio all’epoca successiva. Sto parlando della semifinale dei Mondiali di calcio fra Italia e Argentina, giocata a Napoli per l’appunto il 3 luglio 1990. Se volete darmi del ciarlatano, seguitemi un poco e magari cambierete idea.

Meno di un anno prima era crollato il muro di Berlino. Si veniva dagli anni ’80, che avevano riscattato la violenza dei ’70 senza ricascare nelle ideologie dei ’60. Gli anni ’80, il più portentoso inganno della storia contemporanea: dietro lo scintillio del benessere spalancava le fauci il vuoto, ma pochi se ne accorgevano e pochissimi avevano la voglia o il coraggio di ammetterlo. Naturalmente noi nati a metà anni ‘70 non lo sapevamo, e il crollo del muro parve suggellare un periodo di ricchezza, bellezza, forza, monelleria, audacia, bontà e libertà. Gorbaciov. La perestrojka. Rocky. Reagan. Bud Spencer e Terence Hill. I Goonies. Holly e Benij. Occhi di gatto. Lupin III. Perfino i ladri o i violenti si rivelavano buoni, alla fin fine. L’uomo Tigre massacrava gli avversari, ma solo perché crudeli. Lavava nel sangue le loro angherie e ristabiliva un ordine anzitutto morale. L’eroe trionferà comunque, al netto della sofferenza da attraversare. Trionferà la giustizia, laddove per giustizia si intendeva una forma netta, euclidea – un’utopia cioè, e cioè un preludio alla disillusione. La vita, ci veniva raccontato, ha un senso – ma non il senso della tragedia o della tragicommedia. La vita è un musical, una gara di coraggio e destrezza, uno splendore che si riproduce ogni week end; ogni sera, se tu lo vorrai. Se saprai divertirti. Se sorriderai. Un solo individuo vomitava sul serio orrori, laggiù nel Maine. Il suo nome è Stephen King. Ma gli anni ’80 si incaricarono di rendere attraente perfino il più classico dei looser, un tizio goffo con fondi di bottiglia per occhiali che scriveva storie tristissime e terrorizzanti. King venne – almeno in apparenza – fagocitato dal sistema; divenne ricco e famoso, un’icona planetaria, una macchina del successo proprio e altrui; e precipitò nella dipendenza da alcol e cocaina. Ogni maschera proietta ombra, e più la maschera è spessa più l’ombra sarà fitta. Quanto a noi, dopo le emozioni forti di un horror ci si poteva rilassare con Drive In, e senza nemmeno temere il ridicolo: si era bambini, in fondo.

I Mondiali del 1990 si disputarono in Italia. L’Italia era di gran lunga la prima potenza calcistica. Tutti i più bravi giocavano da noi: Zico e Platini, Falcao e Maradona, Rummenigge e Van Basten, Gullit e Matthaeus, Laudrup e Careca. Ogni domenica, accanto alla festa cristiana, si celebrava una festa pagana. Radio, Novantesimo Minuto, Domenica Sportiva. Ameri, Valenti, Ciotti. Al mercoledì, le coppe europee. La breve, solenne musica della trasmissione internazionale, la voce unica di Bruno Pizzul. Nella primavera del 1990 le squadre italiane vinsero addirittura tutte le coppe: il Milan di Sacchi la Coppa dei Campioni, la Sampdoria di Vialli e Mancini la Coppa delle Coppe, la Juventus di Dino Zoff la Coppa Uefa – sconfiggendo in finale un’altra italiana, la Fiorentina di Roberto Baggio.

Baggio, per giunta. Il più grande talento della storia del nostro calcio fiorì allora. E in Nazionale giocavano con lui Baresi e Maldini, Vialli e Bergomi, Giannini e Ferri, Zenga e Berti, Ancelotti e Donadoni. All’ultimo venne fuori Totò Schillaci, il povero che grazie ad abilità e volontà realizza sé stesso e conquista la gloria. Segnava sempre, in ogni maniera, durante quel Mondiale. Con la Cecoslovacchia, dopo il suo puntualissimo gol, fu Baggio a bissare. Partì da metà campo e arrivò fino in porta, dipingendo una delle reti più belle di sempre. Dopo che la palla entrò Baggio corse via a braccia aperte, piangendo e ridendo, braccato da Maldini che lo atterrò e gli montò sopra. Quindi un mucchio azzurro li seppellì, nel delirio tricolore dell’Olimpico. Notti magiche. L’inno della Nannini e di Bennato. La sigla prima del collegamento, che mandava in onda i panorami della penisola, i tesori dell’arte, gli scorci, la luce. Si giocava in casa dal punto di vista geografico, certo; ma anche perché i protagonisti del Mondiale coincidevano con quelli del nostro campionato, li ammiravamo ogni domenica sui nostri campi, dai nostri spalti, nei nostri teleschermi. Il migliore era ancora Maradona, che oramai però aveva trent’anni e tanti vizi, tanti acciacchi; nessuno pensava più che fosse davvero capace di fare la differenza da solo, e dopo il gol di Baggio con la Cecoslovacchia a molti sembrò di aver trovato l’erede legittimo di Diego, però più giovane e più puro.

Invece Diego ci eliminò. La sua Argentina era sporca, brutta e cattiva, un manipolo di giocatori mediocri guidati da un genio stanco. La notte del 3 luglio l’Argentina ci sbatté fuori dal nostro Mondiale, da casa nostra, dal nostro sogno sparso di paillettes. Schillaci segnò il solito gol al minuto numero diciassette, Caniggia pareggiò su papera di Zenga (fino ad allora imbattuto) al minuto sessantotto, ai calci di rigore Goicoechea, un carneade, parò i tiri di Donadoni e Serena, mentre Maradona infilzò Zenga con crudeltà, portiere da una parte, palla – lenta e beffarda – dall’altra. Poi ci gioì in faccia. L’Italia, che già pregustava una finale che avrebbe vinto, che era la padrona di casa e del mondo, che aveva la squadra più spettacolare, l’Italia uscì. Uscì a causa della propria innocenza, pensammo in maniera più o meno conscia e più o meno mostruosa (a quali drammatici abbagli la buona fede spinge gli umani). L’Italia uscì, pensammo, a causa della propria eccessiva fiducia nella giustizia dell’esistenza – il più bravo gode i favori della sorte e il più bello viene premiato. Invece no. I cattivi possono vincere, e vincono. L’esistenza è più complessa di ciò che sembra e la giustizia forse non la riguarda.  Ricordo che la sensazione che provavo, tornando a casa dopo la partita, fu di tradimento. Qualcuno – no, qualcosa – mi aveva tradito, e non sapevo neppure cosa fosse. Così, me la presi con Maradona.  

Poi sarebbe arrivata la guerra del Golfo, e poi Tangentopoli, e poi si sarebbe aperto il ventennio berlusconiano che ci avrebbe condotto allo scempio attuale; ma io penso che tutto iniziò quella notte e che senza quella partita – senza quella sconfitta – tutto sarebbe potuto andare diversamente. Ho letto troppi libri fantasy, certo. E il mio è un atto di fede, senza dubbio. Non ho prove. Però lo so. So che quella sconfitta sancì la fine della mia infanzia, intesa non come fenomeno fisico (ero già alto e ben formato) o psichico (non giocavo più coi puffi da un pezzo), ma spirituale. Nel cuore di un’intera generazione un germoglio si spezzò e marcì. Valse per tutti, per chi vide la partita e per chi non la vide, per chi tifava Italia, per chi tifava contro e per chi se ne fregava. Questa rottura, questo infrangersi di un meccanismo collettivo valse – e vale – anche per chi ignora che la partita Italia Argentina del 3 luglio 1990 ci sia mai stata.

La partita Italia Argentina del 3 luglio 1990 è un evento assoluto, che trascende la singola esperienza; tutti siamo cresciuti nel suo grembo tossico, tutti l’abbiamo vista senza comprenderla, tutti non abbiamo mai smesso di risvegliarci dal suo incubo. Essa appartiene all’immaginario di un decennio, ma è nel bacino dei nati a metà anni ‘70 che ha sparso il proprio veleno, sono le nostre radici che ha maledetto. Quella partita concretizza un salto da un modo di vivere a un altro, dalla vittoria alla sconfitta, dalla bellezza alla bruttezza; soprattutto, dalla fiducia alla sfiducia. E’ un salto mortale senza rete, e noi stiamo ancora precipitando.

Il giorno dopo ero triste; ovvio, l’Italia aveva perso. Ma la tristezza durava, non se ne andò mai davvero; ancor oggi, se mi concentro, posso sentirla pulsare come una carie troppo profonda. Me ne andai in montagna con mio zio; sentimmo passare un branco di cinghiali nel bosco; cercammo fossili sul fianco di una scarpata; ci rinfrescammo all’ombra delle querce mentre sui campi sfolgorava l’estate. Ma il buio si allungava e io lo sentivo, e mio cugino classe ’73 lo sentiva, e l’altro mio cugino classe ’77 lo sentiva. Tutti noi nati a metà anni ‘70 sentimmo il buio allungarsi, nessuno escluso; anche chi non seppe di sentirlo lo sentì. Qualcosa era finito e iniziava qualcos’altro. Non sapevamo di che si trattasse ma sentivamo che non era bello né giovane, e sappiamo che prosegue tuttora, losco e inesausto. Un Maradona decrepito non vuol mollare lo scettro, e come un moderno Erode sgozza i piccoli Baggio nella culla. Baggio, il più puro dei talenti, un Mondiale non lo ha mai vinto; ma se non fosse esploso in Italia negli anni ’80 lo avrebbe vinto eccome, perché non avrebbe dovuto spezzare l’infanzia di nessuno. Non avrebbe dovuto sacrificarsi su nessun altare. Ecco il motivo per cui lo amiamo più di chiunque altro: perché intuiamo che condivide il nostro dramma. Italia Argentina del 3 luglio 1990 fissa il momento in cui la storia di una generazione svolta per infilarsi nel buio, un buio molto fitto. Non ho prove ma lo so, così come so che il buio, presto o tardi, finirà. Credo quia absurdum. C’è forse un altro modo?

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