Martedì, 13 Dicembre 2016 17:57

Perché adesso bisogna votare

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“[…]Le Camere sono organi costituzionalmente necessari ed indefettibili e non possono in alcun momento cessare di esistere o perdere la capacità di deliberare. Tanto ciò è vero che, proprio al fine di assicurare la continuità dello Stato, è la stessa Costituzione a prevedere, ad esempio, a seguito delle elezioni, la prorogatio dei poteri delle Camere precedenti «finché non siano riunite le nuove Camere» (art. 61 Cost.), come anche a prescrivere che le Camere, «anche se sciolte, sono appositamente convocate e si riuniscono entro cinque giorni» per la conversione in legge di decreti-legge adottati dal Governo (art. 77, secondo comma, Cost.). […]”.

Così si concludeva la sentenza con cui la Corte Costituzionale, nel gennaio 2014, ha dichiarato l’illegittimità delle norme per l’elezione di Camera e Senato, nella formulazione che era stata modificata nel 2005.

Quella legge (Porcellum), introducendo il meccanismo delle liste bloccate e un premio di maggioranza senza soglia, suscettibile di distorcere la proporzionalità tra esito delle elezioni e composizione di Camera e Senato, aveva violato la Costituzione, in particolare sotto il profilo dell’uguaglianza del voto prescritta dagli artt. 1 (la sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione), 3 (tutti i cittadini sono eguali davanti alla legge) e 48 (il voto è personale ed eguale, libero e segreto).

Diciamo che queste sono le regole base per definire “democratico” uno Stato.

In sostanza le Camere attualmente in carica sono dal momento di tale sentenza in prorogatio. Vale a dire che, terminato il loro mandato per effetto della sentenza conservano pieni poteri fino all’avvicendamento con nuove camere che avverrà dopo le elezioni.

Secondo la Costituzione, il soggetto che avrebbe dovuto “eseguire” questa sentenza è il Presidente della Repubblica che, ai sensi dell’art. 88 è l’unico che può esercitare il potere di scioglimento delle Camere e indizione delle elezioni.

Ben due Presidenti della Repubblica, prima Napolitano, poi Mattarella, non soltanto hanno ritenuto di non dover esercitare questo potere ma si sono spinti al punto di sollecitare il Parlamento in carica a procedere a riforme “di sistema”.

Prima il progetto combinato italicum e riforma costituzionale, fortunatamente rispedita al mittente dal corpo elettorale, oggi, nuovamente, inserendo tra i punti del mandato esplorativo a Gentiloni l’armonizzazione della legge elettorale.

Da un punto di vista tecnico, i poteri del Parlamento in prorogatio possono essere esercitati solo in casi e circostanze veramente straordinarie ed urgenti, relativamente ad atti dovuti o a provvedimenti come l'esame dei disegni di legge di conversione dei decreti legge o la deliberazione dello stato di guerra o per adottare una legge di proroga della durata delle Camere, di approvazione dei bilanci o di concessione dell'esercizio provvisorio del bilancio. Come spesso accade nel nostro ordinamento giuridico però, questo precetto è privo di sanzione. Prevista cioè la regola non si prevede una conseguenza in caso di violazione, se non, appunto, il potere di scioglimento del Capo dello Stato.

L’assenza di sanzione non equivale però all’assenza della regola. Di questa regola sia il precedente che l’attuale Capo dello Stato, hanno dimostrato massimo disinteresse, indicando essi stessi, prima al governo Letta, poi al governo Renzi e oggi a quello Gentiloni, il programma con cui ottenere la fiducia delle Camere in prorogatio, non certo limitato a atti urgenti di ordinaria amministrazione bensì ampio e ambizioso fino al punto di prevedere riforme istituzionali che incidono sulla forma di governo.

Poco o nulla incide – sempre da un punto di vista tecnico – l’esito del referendum. Molto di più invece la crisi di governo innescata dalle dimissioni di Renzi. Che senso possono infatti avere consultazioni e ricerca di una maggioranza se manca alla base la legittimazione popolare del Parlamento?

Temo purtroppo che già prima della fine dell’anno tale senso sarà chiaro a tutti e non esprimerà una necessità istituzionale ma contingenze, alcune anche di natura venale: salvataggio statale o europeo di MPS; nomine di primavera nei CdA più appetitosi, tra cui Enel, Eni, Poste, Finmeccanica, Terna; e dulcis in fundo sempre entro il 2017, scelta del successore di Visco al governo della Banca d’Italia.

Credo che in una fase storica come questa non ci si possa permettere di burocratizzare le istituzioni statali che, in tanto potranno conservare senso e legittimazione e puntare a risalire la china della pratica funzionalità, in quanto riusciranno ad essere rappresentative delle istanze sociali. Trascorsi 11 anni dall’approvazione del porcellum, non si può continuare a privare un Paese del diritto alla rappresentanza democratica.

Pietro Pulsoni

Mi chiamo Pietro Pulsoni, mi occupo di consulenza alle imprese nei settori del diritto commerciale, amministrativo e della concorrenza e opero come avvocato. Svolgo anche attività di ricerca e di docenza su temi di diritto pubblico degli enti locali e diritto dell'unione europea. Faccio sport (rugby) a livello dilettantistico/amatoriale e occasionalmente collaboro con associazioni e società sportive. Vivo a L'Aquila da sempre.

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