Mercoledì, 01 Febbraio 2017 11:55

La nebbia è dentro di noi

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Una scena del film "The mist" tratto dal romanzo di King Una scena del film "The mist" tratto dal romanzo di King

La nebbia, romanzo breve scritto nel 1976 durante una febbrile settimana, è una delle opere di King che meglio incarna lo stile/King. In maniera davvero spaventosa, quest’opera breve ma densa striscia all’interno della psiche e ne risveglia le paure ancestrali, attingendo a una conoscenza dell’umano sia precedente che successiva a Freud. King è quasi sonnambulistico nel suo incedere; ma noi, leggendo con attenzione, possiamo studiare il segreto del suo incantesimo, consci che quell’incantesimo resta comunque il frutto di un’alchimia non replicabile, il precipitato di istanze creative che entrano in una combustione immediata e totale.

C’è stato un violento nubifragio notturno. Il giorno dopo uno strano fronte di nebbia, netto come il bordo di un gradino, avanza su uno dei tanti laghi del Maine verso la casa di David Drayton, il protagonista e narratore. David lascia a casa la moglie e va col figlio cinquenne a rifornirsi di provviste in un supermercato; è lì che la nebbia li raggiungerà, in un orrore parossistico che lievita nell’arco di poche, assurde pagine, sbucando fuori dal libro come un pugno. King fa una cosa piuttosto semplice: prende un gruppo di persone e le imprigiona in un luogo chiuso, minacciato da un pericolo esterno di origine ignota (si cita l’Arrowhead Project, un vicino laboratorio governativo dove vengono condotti esperimenti estremi).

Nella nebbia si aggirano malefiche creature extradimensionali di ogni taglia e di ogni foggia ma non è questo – come sempre in King – l’aspetto cruciale. La paura che il racconto risveglia è interiore, addirittura intima. King, mentre lascia scorrazzare la fauna aliena, fruga sotto la nostra canottiera. Una grande minaccia esterna scoperchia il vaso di Pandora dell’abisso umano, l’oscurità che ci abita. E’ lì che King scende ogni volta, e ogni volta servendosi di un mostro diverso; perché il vero mostro, il mostro capace di concepire qualunque tragedia, è per l’appunto l’uomo. Ne risulta un bizzarro ribaltamento: La nebbia, che pure ritrae con vivida efficacia un’insidia cosmica, scava in realtà nelle pieghe dell’anima, quelle che solo un fortissimo stress porta alla luce e, si direbbe, a compimento.

L’imponderabile obbliga a gettare la maschera, cosicché l’Ombra si impossessi della scena. Ciascuno dei personaggi reagisce all’avvento della nebbia come può: chi si ubriaca, chi dedica le proprie energie a riparare un inutile portello meccanico, chi si fissa su questioni di principio (il proprietario del supermarket che pretende che la gente paghi comunque la merce, una donna che grida indignata: “Rivoglio i miei funghetti!”), chi decide di stare sognando, chi dorme, chi si rifugia nel sesso, chi casca nel fanatismo religioso (la terribile signora Carmody, che predica sacrifici di sangue per calmare la furia divina abbattutasi su di loro), chi semplicemente nega che il fatto nudo e crudo stia accadendo: la nebbia è una normalissima foschia e non vaga nessun mostro là dentro. La rimozione di Brent Norton, un avvocato fragile e arrogante, appare così salda e così idiota da ferirci: ci comportiamo in modo simile quando non vogliamo accettare lo stato delle cose. Che si tratti di un’emergenza planetaria oppure di un cancro, di un rapporto di coppia che non funziona più o anche solo del depressivo grigiore della routine noi neghiamo – neghiamo e dunque moriamo. Norton percorrerà meno di cento metri nella diabolica foschia, prima che qualcosa di grosso inizi a masticarlo.

Sarebbe lungo elencare i singoli moventi del microcosmo che King, con straordinaria abilità, riesce a far vivere nell’arco di poco più di cento pagine. Vorrei concentrarmi su un solo aspetto, uno di quei talenti che consentono allo scrittore americano, da oltre quattro decenni, di reinventare la narrativa contaminando alto e basso, colto e rozzo, vecchio e nuovo. Ho già accennato al contrasto fra micro (la psiche) e macro (l’allarme cosmico) che innerva La nebbia; questo attrito, il vero motore del romanzo, King lo realizza inserendo materia umile e banale dentro un contesto apocalittico e a tratti metafisico. Gli fa gioco l’ambientazione – geniale – nel supermercato, il luogo dove foraggiamo le nostre noiose ma rassicuranti esistenze, il luogo dove ci riforniamo di un sacco di roba superflua, la roba con cui riempiamo il buco che ci strazia. Suona dunque ferocemente ironico parlare di scope, crocchette, sacchi di fertilizzanti, confezioni di wurstel o di caramelle mentre si lotta contro potenze scaturite da chissà quale galassia o dimensione. Al centro dell’ignoto, con un gesto di rara perfidia, King piazza gli oggetti che teniamo dentro casa, in cucina, in camera, al bagno; gli oggetti che foderano con la loro stolta abbondanza il vuoto (rimosso) celato sotto la cosiddetta normalità. E’ qui che King marca la differenza: nell’attenzione sottilissima al particolare dentro l’universale.

Ecco allora un tizio che, fuggendo da una sorta di mosca gigante con tanto di bulbi, ventose e pungiglione, si precipita urlando e strabuzzando gli occhi “oltre i surgelati”; ecco che un uccello uscito dall’incubo di un folle si schianta “contro i sughi per spaghetti, schizzando Ragù e Prince e Prima Salsa dappertutto”; ed ecco che una donna anziana esce dal supermercato, decisa a raggiungere la farmacia distante appena cinque metri eppure sparita nella fitta foschia, armata di “una racchetta da tennis Spaulding Jimmy Connors, presa da uno scaffale di articoli sportivi nel corridoio numero due.” Gli esempi sarebbero infiniti ma mi fermo qui. Il concetto è chiaro. King sa che l’orrore alligna già dentro di noi, che siamo noi le creature più grottesche e contorte. Esercita dunque una pressione sulla nostra dimenticanza di chi siamo – dapprima vaga, poi più decisa, infine poderosa; le nostre difese crollano e il caos sgorga (il sangue che la signora Carmody vuole ossessivamente veder scorrere per placare la sete di un Dio punitivo e implacabile).

Un tempo pensavo che un racconto del genere rientrasse nell’ambito dell’intrattenimento – di gran qualità, ma pur sempre intrattenimento. Sbagliavo. Leggere un’opera come La nebbia rappresenta un esercizio per re-imparare che si deve morire, per accettare la nostra finitezza e al contempo la nostra misteriosa infinità coscienziale, ciò che è motivo per noi di enorme sofferenza ma che rappresenta anche l’unica, fondata speranza di trascendere la condizione terrestre (“speranza” è la parola con cui si conclude questo disperato romanzo).

Siamo piccoli, siamo minuscoli; ma – come scriveva Emily Dickinson – la nostra mente spazia oltre l’universo intero. E’ la maledetta eppure struggente peculiarità dell’uomo, e Stephen King la mette a fuoco meglio di chiunque altro all’altezza del XXI secolo.  

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