Lunedì, 13 Febbraio 2017 11:03

Bologna, via Zamboni, Anno Domini 2017

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Mi è capitato di leggere, tra le varie testimonianze sui fatti di Bologna, quella della responsabile della biblioteca interessata dalle proteste e dall'irruzione della polizia. Questa dichiarazione è stata, infatti, condivisa su Fb con tanto di firma (Mirella Mazzucchi) e, senza entrare nel merito della sua autenticità, anche se non ci sono smentite, solleva comunque una serie di spunti di riflessione.

Se confermata, la testimonianza della Mazzucchi dovrebbe essere la “versione ufficiale” dell'Università. E dovrebbe dar conto dei motivi che hanno spinto l’ateneo a chiedere l'intervento militare dello Stato con finalità di tutela dell'ordine e della pubblica sicurezza.

La ricostruzione della vicenda è basata sul concetto di legalità vs. illegalità e si risolve più o meno nel seguente concetto: l'amministrazione universitaria ha fatto una scelta organizzativa (controllo degli accessi mediante barriere fisiche) e ha diritto di imporla con ogni mezzo.

Si è in un campo, quello della scienza, in cui tale confine è molto, molto frastagliato e, almeno basandosi su quella che è la versione della responsabile del servizio biblioteca, appare oltrepassato anche dalla stessa amministrazione.

Sarebbe il caso di ricordare che la nostra Costituzione testualmente afferma “L'Arte e la Scienza sono libere”. Dunque una forma di controllo selettivo degli ingressi in una biblioteca pubblica non mi sembra rientrare esattamente nell'alveo della legalità.

Le motivazioni accampate dalla responsabile che fa riferimento alla necessità di “tenere fuori balordi e spacciatori che popolano la zona limitrofa” ed evitare “furti, rapine, episodi spiacevoli in sala di lettura per alcune ragazze, [...] minacce al personale da delinquenti comuni etc.” a mio avviso non reggono e semplicemente suonano come un'ammissione di negligenza.

Chi sono i delinquenti? Perché non si è provveduto alla individuazione e alla denuncia di balordi e spacciatori?

La responsabilità penale è, infatti, personale e non vi sono norme che giustificano la prassi di “fare di tutta l'erba un fascio” né a livello organizzativo né a livello della tutela della pubblica sicurezza.

Ma vi è di più. Emerge anche dalla dichiarazione della Mazzucchi che, a fronte della rimozione violenta dei tornelli ad opera dei protestanti, l'amministrazione dell’università abbia reagito chiudendo la biblioteca. “La mattina dopo, a Biblioteca ferita potevamo forse aprire? Abbiamo chiuso, e alle ore 13 questi hanno sfondato le porte, divelto le sbarre interne dal muro e occupato”.

Così l'amministrazione ha semplicemente abdicato alla propria funzione, interrompendo un servizio pubblico, a detrimento unico di chi avesse inteso fruire del servizio in maniera lecita e pacifica.

La “ciliegina” è, però, in conclusione della testimonianza: “Lasciatemi ora dire, dopo aver riferito fatti oggettivi, una cosa personale. Della Biblioteca a questi non frega nulla: è solo un pretesto per far casino”.

Bene, dunque ad avviso di questa funzionaria tenere aperta la biblioteca – a tacere dei diritti costituzionalmente garantiti – non ha senso alcuno. Meglio chiuderla. Meglio lasciare i balordi e gli spacciatori e, ovviamente, anche i drogati nel loro ghetto, questa gente non merita, anzi, non ha diritto di studiare, può solamente – anzi deve! - estinguersi.

Questo commento, non vuol essere assolutorio nei confronti di chi si sottrae in modo violento e forse anche interessato all'applicazione delle regole, quali esse siano.

Vuole essere un allarme e un'accusa a un sistema pubblico che pensa di avere il diritto di sopperire alle proprie inefficienze utilizzando metodi di contrapposizione e imposizione nei confronti della società civile. Nel merito del problema esistono esempi virtuosi di soluzione non violenta. Chi fa questo per mestiere potrebbe andarseli a cercare prima di sparare a una mosca con un cannone.

Peraltro non è sfuggito a nessuno come queste scelte abbiano determinato una perfetta rievocazione – ad un mese dal quarantennale –  della pagina più buia della storia del nostro paese, la “guerra civile a bassa intensità” del 1977.

Pietro Pulsoni

Mi chiamo Pietro Pulsoni, mi occupo di consulenza alle imprese nei settori del diritto commerciale, amministrativo e della concorrenza e opero come avvocato. Svolgo anche attività di ricerca e di docenza su temi di diritto pubblico degli enti locali e diritto dell'unione europea. Faccio sport (rugby) a livello dilettantistico/amatoriale e occasionalmente collaboro con associazioni e società sportive. Vivo a L'Aquila da sempre.

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