Martedì, 18 Aprile 2017 13:19

L'ultimo angolo di mondo finito: la profezia di Giovanni Agnoloni

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Forse il tema più imponente che oggi possa affrontare uno scrittore è quello del web; ma, a parte il tentativo (abbastanza fallimentare) di Dave Eggers con Il Cerchio, mi sembra che nessuno si azzardi a prendere la faccenda di petto. In effetti risulta arduo narrare una narrazione – e per di più una narrazione nella quale siamo immersi, una narrazione di cui gli interpreti siamo noi. Come ottenere la distanza necessaria a ritrarre l’oggetto? Come non lasciarsi divorare dal mostro che ci sta già digerendo?

Eppure l’argomento pretende spazio, e con urgenza. Ci troviamo forse a vivere la più radicale svolta antropologica dai tempi del Neolitico, e la svolta consiste per l’appunto nel web.

Giovanni Agnoloni, con la serie de La fine di Internet (pubblicata da Galaad e composta da Sentieri di notte, La casa degli anonimi, lo spin off Partita di anime e L’ultimo angolo di mondo finito, fresco di stampa), accetta la sfida a viso aperto e rilancia la posta. Non si limita infatti a un’analisi sociologica del fenomeno informatico/telematico, e neppure ai ricaschi psicologici; applica uno sguardo filosofico che a tratti sconfina nel teologico e nel trascendente.

In tal senso l’opera di Agnoloni è intimamente morale. Grazie al dono dell’intelligenza inventiamo e applichiamo tecniche sofisticatissime, addirittura in grado di modificare la realtà; ma non senza conseguenze. Se la tecnica da mezzo diventa fine, se da strumento di comunicazione diventa strumento di oppressione, se da suprema libertà diventa suprema schiavitù, ebbene il rischio è altissimo. Agnoloni fa appello alle risorse dell’animo umano che l’uso odierno della tecnologia, dei social network, della pubblicità, unito ai maneggi delle multinazionali, sta seppellendo sotto un cumulo di menzogne omologanti; fa appello al silenzio, alla solitudine virtuosa, alla necessità di preservare uno spazio di meditazione e dunque di pensiero. Ci esorta insomma a rimanere umani. Echeggia nella sua opera un’eco faustiana e al contempo nitzscheana: non vendiamo l’anima al diavolo, cioè alla parte cieca ed egoica di noi. Fermiamoci e cambiamo direzione, prima che sia troppo tardi.

E il troppo tardi è già in arrivo.

L’ultimo angolo di mondo finito si svolge nella primavera del 2029 – la quadrilogia inizia nel 2025. I personaggi attraversano un mondo che ha conosciuto il crollo globale della rete e che si sta riorganizzando, come è sempre accaduto e come sempre accadrà, in due direzioni: quella del bene e quella del male. In America la rete viene sostituita da una copertura wireless appoggiata ai droni; in Europa invece le città sono invase dagli ologrammi, sorta di fantasmi virtuali (semmai sia possibile una tal definizione) derivati dai vecchi profili on-line, che orientano i desideri e la coscienza degli individui. In questo scenario, post/apocalittico ancorché attutito da sembianze di opaca normalità, seguiamo le avventure di Kasper Van der Maart, studioso alla ricerca di Kristine Klemens, scrittrice scomparsa dalla voce profetica (sovviene, di sfuggita, I detective selvaggi di Bolaño); di Emanuela, editor fiorentina che cambia vita d’impulso, spingendosi fino in Bosnia all’inseguimento di un trascorso, infelice amore; i fratelli Ahmed e Amina, che si perdono nell’Italia del sud dopo essersi ritrovati in virtù di combinazioni stupefacenti; di Aurelio, inquieto chitarrista abbandonato in tenera età dal padre, il quale torna a gettare un’ombra sulla sua esistenza. Attorno a loro – meglio, sopra di loro – tramano figure nebulose e potenti, che giocano un’immane giro di poker sulle sorti del pianeta.

Ne L’ultimo angolo di mondo finito – e nell’intera quadrilogia – le coincidenze non sono mai davvero tali. Il caso non esiste; esiste viceversa lo scontro fra due disegni ben precisi, che si prefiggono l’uno la decisiva liberazione, l’altro il perenne servaggio dell’uomo. La lotta avviene fuori, tra vicende impreviste e violente; ma si decreta all’interno dei personaggi, presi da soli o nel rapporto con gli altri. Ciascuno, specchiandosi in qualche compagno d’avventura, deve scendere nelle proprie grotte (la grotta intesa in senso platonico è un luogo/simbolo che torna spesso nel romanzo) per decifrare la verità o la menzogna di ciò che accade; e ciascuno scopre che, secondo l’antico monito di Eraclito, non v’è impresa più ardua che conoscere sé stessi.

Agnoloni crea un curioso impasto fra Philip Dick, J.R.R. Tolkien e certo Stephen King (penso a Cell). Leggerlo ha però richiamato alla mia memoria anche due italiani contemporanei: l’Antonio Moresco de Gli increati  e de La lucina, laddove i vivi e i morti si mescolano e la cosiddetta realtà materiale è sottile come un foglio di carta, e il Cristò de La carne (Intermezzi, 2015), una  feroce metafora della moderna deriva nichilista. Lo stile di Agnoloni è piano e limpido, con impennate liriche; i dialoghi rari e asciutti; le scene di azione si alternano a squarci riflessivi.

Agnoloni s’interessa di più al significato delle vicende che alla psicologia dei personaggi, i quali appaiono comunque ben tratteggiati, specie nell’arco dei quattro volumi; potremmo affermare che il vero protagonista de La fine di internet sia l’umanità. La connessione simultanea cui internet dà accesso avvalora una tesi che oggi le scoperte della scienza e della fisica rafforzano: siamo tante minuscole parti di una coscienza infinita e co-creiamo, fra noi e assieme a questa macro-coscienza, il mondo che abitiamo. Sta a noi decidere quando fermarci e quando proseguire lungo il bordo di quell’abisso che Dostoevskij descrisse in maniera così terribile: l’abisso del libero arbitrio.

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