Lunedì, 05 Novembre 2018 00:06

Solo il cielo non cade. Memoria e identità dopo un evento traumatico collettivo

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"Noi siamo la memoria che abbiamo e la responsabilità che ci assumiamo. Senza memoria non esistiamo e senza responsabilità forse non meritiamo di esistere". José Saramago

Avevo una fiaba illustrata da bambina, l’ho conservata nella memoria per anni, senza sapere il perché. Poi, improvvisamente, il 6 aprile di quest’anno, alla fine della consueta giornata di commemorazione del collettivo, familiare e personale anniversario triste mi è tornata in mente, mentre a testa in su guardavo il cielo azzurrissimo incorniciato dentro al cortile di uno di quei meravigliosi palazzi della nostra L’Aquila bella, da poco tornato a risplendere. Sono indescrivibili le sensazioni che provo di fronte alla bellezza amata che ritorna e rinasce e che giustamente viene festeggiata, rispetto al dolore immutato che mi arreca l’idea dei nostri cari che, invece, non tornano più.

Una gallinella si sentì cadere sulla testa una ghianda: “toc”, si convinse che il cielo stesse per cadere e si mise in testa di avvisare il re. E a tutti quelli che incontrava sul suo cammino diceva che il cielo stava per venire giù e non c’era tempo, il re doveva essere assolutamente avvisato. Immagino di essere restata sospesa pure io - da bambina - nell’attesa di vederla recapitare il suo messaggio, mentre chi leggeva per me voltava le pagine. Il messaggio al re non arrivò mai, poiché durante il tragitto successe qualcosa che la mise realmente in pericolo di vita: la paura fu tale e tanta da farle dimenticare il suo proposito e perfino che il cielo fosse sul punto di cadere.

La memoria fa di noi quel che siamo, costituisce un nucleo profondo di identità, “senza memoria non esistiamo”, afferma Saramago nel passaggio che -insieme ad altri parenti delle vittime - abbiamo scelto quest’anno a cornice della nostra nona fiaccolata di ricordo e dolore.

Senza memoria siamo e ci sentiamo persi, quanto spesso lo abbiamo visto capitare a chi si confronti con la drammaticità di una patologia che ne intacchi la funzionalità? Si perdono i ricordi, l’orientamento, ci si smarrisce, si perdono i visi, i nomi e i legami con i propri cari. Si perde il senso, soprattutto il senso di sé.

Arriviamo a Longarone che è già buio, il viaggio è stato lungo, siamo stanchi, abbiamo fame. Forse è solo suggestione, non so dirvi, ma la presenza della diga è tangibile, qualcosa che percepisco da appena scesa dall’auto. Del resto è là, proprio di fronte a noi, anche se al buio si intravede a mala pena e una parte di me mi fa pensare: “ma no, non può essere”. Invece, lo so: queste montagne, quel blocco di cemento, questa valle, sono ormai incise nella memoria collettiva di ciascuno di noi. Adesso. Ora che il disastro del Vajont è uscito, dopo anni, dal silenzio che lo aveva seppellito insieme ai morti e insieme a quelli restati vivi e diventati muti.

Quasi che la forza dell’aria e dell’acqua avesse spogliato pure loro - di tutto, pure dell’identità - lasciandoli nudi e inermi, davanti ad un informe che non riconoscevano più. Quasi che i sassi e l’acqua, oltre a devastare, stravolgere il conosciuto, inghiottire ogni punto di riferimento - Te lo direi dove si trova la mia casa, se solo riuscissi a capire dove ci troviamo -, avessero riempito e impastato anche la loro gola e la loro bocca. Non più un suono, non un gemito, non ingoi nemmeno, davanti al terrore. Chi ci riesce, piange. A volte, solo dentro. Lacrime fisse che restano veli di acqua davanti al cristallino oppure si raccolgono in gocce ferme nell’angolo dell’occhio che quasi ci si vergogna a lasciar andare. Ho visto spesso lacrime così, lacrime singole che rigano volti di traumatizzati, senza avere nemmeno la forza necessaria - loro no - per cadere a terra. Dopo un po’ si asciugano, lasciando appena un velo di sale sulla pelle.

Ti senti in trappola a Longarone, hai come la percezione di essere dentro un buco perché sei circondato da montagne tanto più alte di te e anche se sai di non essere in pericolo, anche se sai che lassù - in cima oltre la diga - l’acqua non c’è più, sai pure che da là è arrivata qui a valle, con una violenza che è difficile immaginare ma che irrimediabilmente ti suggestiona. Soprattutto, quando te la raccontano in metri cubi, velocità di discesa, tempo tra la caduta della frana nell’invaso e l’impatto dell’acqua sul paese. Numeri che qui conoscono tutti. A memoria. Insieme a quello dei morti, dei morti bambini e anche dei morti mai identificati. E non te lo riesci a dimenticare, anche se sei al sicuro. Non te lo dimentichi, perché la diga la vedi sempre.

Le finestre della mia stanza d’hotel affacciano da quel lato, la guardo prima di andare a letto e la guardo appena alzata, mentre albeggia e i colori cambiano rapidamente: il contrasto tra il celeste, il giallo, il verde, l’arancione caldi di quest’autunno - simile a quello del 1963 - e il grigio cemento incastonato come una dentiera tra i due lembi della montagna mette i brividi.

Ho sempre avuto un legame emotivo con il disastro del Vajont, visualizzo, empatizzo, mi sintonizzo, da sempre. Vidi un film, anni fa, non riesco a collocarlo nel tempo ma so per certo che fu prima del disastro che “cadde in testa” a noi aquilani. “Ci è caduto in testa”, ho detto così quando è stato il mio turno di parola di fronte agli studenti che ci hanno accolto nell’auditorium del Museo Longarone Vajont: “Attimi di storia”.

Sono emozionata più del consueto, davanti a questi giovanissimi che potrebbero non aver mai sentito parlare del terremoto dell’Aquila, nel corso della loro breve vita. Sono emozionata per via del video che hanno proiettato prima del nostro intervento e a cui non ero preparata: la scossa, le macerie, la casa di mia sorella sullo schermo, le persone intente a scavare. Ma, soprattutto, sono emozionata per via di tutti i Vigili del Fuoco dell’intera regione Veneto divisa per provincie che mi hanno presentato al bar e che ora solo seduti alla mia destra, in platea.

Ho stretto una mano dopo l’altra, assistendo senza stupore alcuno ai miei occhi che, ad ogni stretta, diventavano un po’ più lucidi, sul punto di piangere senza farlo. Non lo dimentico mai di essere sopravvissuta ad un evento traumatico, anche se sono una privilegiata che ha potuto elaborare, trasformando rabbia e dolore in milioni di forme, anche in virtù della professione che ho il privilegio di fare. Una professione che mi consente di ragionare di continuo sul dentro e sul fuori, su quello che in una relazione è mio, su quello che è di un altro, su quello che è nostro, impegnata in quella terapia della parola che è narrazione, ascolto e costruzione di nuove narrazioni: una restituzione di senso da cui non si può prescindere, soprattutto in certe specifiche situazioni.

L’Aquila, Amatrice, Rigopiano, Viareggio, Longarone sono per me scenari che vanno oltre le righe di un libro sui traumi, ben al di là degli approfondimenti professionali complessi che continuo a dedicare all’accarezzare dolori e lutti; e, in parallelo, alla clinica di un mostro - il Trauma, quello con la T maiuscola - che è in grado di stravolgere prima e condizionare, poi, il corso di un’intera vita, se non trattato adeguatamente.

Sono scenari che vanno oltre, vi dicevo, perché sono soprattutto volti di persone - altri parenti - alcuni dei quali diretti superstiti di una catastrofe, con i quali mi impegno in incontri che hanno come obiettivo globale proprio la restituzione di senso. E questo è un altro privilegio, poter ragionare sul significato che le cose assumono quando ad un evento traumatico sopravvivi.

Uno dei punti più dolenti per chi resta. Perché a quell’essere restato, colui che resta deve poter dare risposte che gli facciano trovare pace, tanto quanto chi in pace è andato a riposare, dopo una morte che, no, non è stata serena. La strada dal restat al requiescat è davvero troppo complicata per chi sopravvive, per chi fatica a trovare pace interiore o pace su questa terra, ammesso si voglia contemplare l’esistenza di un aldilà.

Imparare a convivere con i vuoti e con il peso di sopravvivere ad altri implica una buona dose di compromessi che trovano un senso anche nel Ricordo collettivo e nella conservazione di una Memoria condivisa.

Atti civili ben distanti dall’individualismo che spesso viene proiettato su quanti abbiano subito o siano sopravvissuti a lutti ed eventi traumatici. Nulla a che vedere con quella fissazione o quell’alterazione di lucidità che viene attribuita, talvolta, a chi resta e si batte anche per un mondo migliore. Se un Senso non lo si può trovare nell’immediato e nemmeno nel breve termine (magari con la ricerca e l’ottenimento di Giustizia), si può fare di altro il cardine del proprio equilibrio interno, la motivazione per portare avanti battaglie che sì vengono sostenute anche da rabbia e dolore personali ma che trovano ragion d’essere nell’intento di allargare alla collettività - in modo assolutamente protettivo e preventivo - quello di cui si è stati involontari protagonisti, prima ancora che vittime.

Solo così, ricordo, condivisione e racconto diventano taumaturgici per chi incarna sulla propria pelle, in ogni singolo singhiozzo o lacrima mai versata, in ogni singolo solco di ruga e anche in tutte le parole mai dette e strozzate in gola, l’essere sopravvissuto ad un evento che - troppo spesso - poteva e doveva essere evitato.

Longarone è tutto questo e anche molto di più. Perché dovrà pur esserci un senso profondissimo di rispetto e monito se dopo 55 anni, la mattina del 9 ottobre, mi trovo a passeggiare in un posto deserto che ha le saracinesche abbassate in ogni attività commerciale, pubblica o privata, comprese la Posta e la Banca, per intenderci. Ha aperto il forno un paio d’ore e basta, il significato simbolico che il pane assume abbraccia sacro e profano insieme. E poi, ci sono le messe disseminate durante tutta la giornata, a monte e a valle, a Erto, a Casso, a Codissago, a Castellavazzo, a Longarone, nel cimitero monumentale di Fortogna.

C’è il lutto cittadino espresso e visibile in manifesti con il logo del Comune affissi ovunque. Un lutto che proprio tutti d’accordo non mette, dopo 55 anni, c’è chi si lamenta di dover fare 20 km per raggiungere le Poste più vicine e lo fa proprio con me che sono lì per capire e fotografare con gli occhi. Per trattenere, come una spugna. Eppure. Il rispetto di chi nemmeno c’era ma ha avuto decine di parenti deceduti, la disperazione tangibile di familiari restati per anni in silenzio, il dolore muto che osservo a distanza, ossequiosa pure io, in chi permane per mezz’ora immobile e a testa bassa, davanti a delle lapidi bianche che si sono volute semplicissime e tutte uguali, a parte l’incisione di nome e cognome, gli occhi di ogni sopravvissuto che ho incrociato e con cui ho potuto scambiare qualche parola, tutto qui ti fa percepire l’immensità di quello che è successo, perché tutti il Vajont ce l’hanno in qualche modo inciso addosso, proprio come i solchi visibili che l’acqua ha lasciato sulla roccia, passando.

Talvolta, l’andare avanti viene proposto come imperativo categorico di fronte alle tragedie, un’esortazione a dimenticare che sa di pericolosa rimozione, di non elaborazione, quasi si pensasse che Ricordo e Memoria siano di per sé autocommiseranti, distruttivi, pericolosi, non evolutivi. Il contrario, direi.

Talvolta, si pensa alle commemorazioni e agli anniversari come qualcosa di dovuto alle vittime e ai loro parenti, si pensa ai cippi da infiorare e alle fontane da inaugurare tra un taglio del nastro e l’altro e non si coglie l’essenza, l’importanza simbolica che tali luoghi fisici -che diventano spazi mentali- assumono, possono o dovrebbero assumere anche nella costruzione di senso di chi è restato e di chi verrà, sia esso un visitatore o una nuova generazione.

Se ne discute molto, troppo, nella nostra amata città. E forse, ora che il decimo anniversario è ormai alle porte, varrebbe la pena riflettere su quel che si vuole diventare ed essere, prima ancora che tornare ad essere. Perché ogni ri-nascita ha in sé delle enormi potenzialità. Varrebbe la pena dotare di senso una storia che è nostra prima ancora che di altri, un pezzo di identità collettiva che dovremmo imparare a preservare dall’oblio perché ci appartiene.

A Longarone dove, come detto, per troppo tempo si è restati in silenzio, congelati, Memoria e Ricordo non sono più in discussione e fanno parte della valle, come gli alberi, come il colore azzurro del cielo, come l’aria profumata che arriva dalle Dolomiti, come il Piave che mormora e come la diga che sta là, immobile e muta. E custodi della memoria non sono solo i luoghi -la diga, il museo, il cimitero, il campanile o la pietra enorme arrivata dalla frana, su cui a Casso hanno costruito il pulpito della chiesa- ma anche le persone che li abitano e li animano, ricordando di continuo. In una narrazione collettiva che, da Paolini in poi, si ripete, come un suono di sottofondo che -proprio come la diga e il suono dell’acqua che è restata- non ti lascia mai.

Uno dei nostri accompagnatori, Michele Giacomel, pur non avendo memoria personale di quanto accaduto si rivela un narratore capace di farmi visualizzare ogni singola cosa che racconta perché lui stesso è figlio di quella storia e non solo di una madre che aveva appena 13 anni, nel 1963. Michele è un volontario, uno dei cosiddetti Informatori della Memoria che si avvicendano nell’accompagnare i visitatori lungo i percorsi dei Luoghi della Memoria, sempre segnalati da un cartello.

Vi sembrerà banale ma trovo l’idea degli informatori una straordinaria risposta (evolutiva), tra le tante che qui si è saputo dare ad una storia drammatica che finalmente ha preso il giusto spazio, anche mentale, il giusto tempo, il giusto riconoscimento locale e nazionale, individuale e comunitario. Una restituzione di senso collettiva, sistemica, assolutamente sovrapponibile a quella responsabilità esistenziale evocata da José Saramago.

Non posso descrivervi in nessun modo le emozioni provate nel camminare sopra la diga e le sue grate, non il senso di vertigine e la morsa alla bocca dello stomaco che non mi hanno lasciata mai, mentre qualcuno, all’interno del nostro gruppo, decideva di rinunciare a quei passi sospesi nel vuoto e a questa visita tanto densa di significato da attivare dei mostri interni non del tutto sopiti. A ragione, ve lo assicuro.

Non troverò parole per comunicare il senso di pace e simultaneo strazio che mi ha lasciato il camminare all’interno del cimitero monumentale di Fortogna, con le sue lapidi, le sue statue e i colori delle montagne tutt’intorno. E con le sue bacheche piene di resti di quanto fu recuperato, di fotografie di superstiti, morti e soccorritori, con i suoi orologi fermi alle 22.39 e con le suppellettili piegate dalla forza dell’acqua. Si scavò per 72 giorni e non tutti i morti furono recuperati.

Qualche volta ti crolla tutto intorno, il mondo che conoscevi fino ad un attimo prima scompare o viene inghiottito, muori, sopravvivi o finisci per ritrovarti esausto. Eppure, come nella fiaba della gallinella in cui il re non seppe mai che il cielo era stato sul punto di cadere, anche nelle circostanze più drammatiche il cielo non cade.

Il cielo non cade mai, lo sanno anche i bambini. Non si diventa quel che si è dimenticando, perché si resta sempre figli della propria storia, anche e soprattutto quando fa male.

Dedicato ad Arnaldo Olivier, sopravvissuto del Vajont.
Lui e i suoi occhi pieni di parole sanno perché.

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