Martedì, 03 Novembre 2015 16:14

Annibale Frossi, un'incredibile corsa dall'Aquila al tetto del mondo

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Stencil di Annibale Frossi Stencil di Annibale Frossi

1935: la nave Saturnia è ancorata al porto di Napoli, in partenza per l'Etiopia; a bordo c'è Annibale Frossi – 24 anni, giocatore di belle speranze e caporale maggiore della fanteria Gran Sasso – cui la guerra d'Abissinia rischia di far perdere gli anni migliori della carriera. Appena prima della partenza arriva però l'ordine di Adelchi Serena – tra i fondatori dell'A.S. L'Aquila e, all'epoca, vicesegretario del PNF – di lasciare a terra Frossi. Sarà lo stesso deus ex machina del club rossoblù a confermare di persona allo stupefatto militare le reali motivazioni di quell'ordine: "Giocherai per L'Aquila". È il 12 settembre; tre giorni dopo il ragazzo calca il prato del polisportivo aquilano e va a segno nella gara vittoriosa contro il Pisa (3-2) guadagnandosi gli applausi scroscianti del pubblico rossoblù.

Annibale Frossi era nato in Friuli, a Muzzana del Turgnano (Ud), il 6 luglio 1911. Si stabilisce nella vicina Flambro e, pur essendo affetto da miopia, si dedica all'attività calcistica legando gli occhiali – di cui non poteva fare a meno – alla nuca per mezzo di un elastico. Nel 1929, a diciotto anni, è inserito dall'Udinese in prima squadra insieme ad un sedicenne Walter D'Odorico, che poi vestirà le maglie di Lazio e Torino. In maglia bianconera esordisce come punta centrale, poi viene dirottato progressivamente verso l'esterno per esaltare al meglio le sue caratteristiche da velocista. È in grado, infatti, di correre i 100 metri palla al piede in poco più di 11 secondi, appena qualche decimo in più del campione olimpico Percy Williams: una vera forza della natura, ben descritta da quel nome altisonante – Annibale, scelto dal padre appassionato di storia – che si porta dietro.

Nel 1930-1931, in Serie B, è insieme a D'Odorico il migliore della sua squadra con 31 partite giocate ed 8 reti. Su di lui si fionda il Padova, che offre 25.000 lire per il cartellino; il ragazzo – ancora liceale e minorenne (all'epoca la maggiore età era stabilita a 21 anni) – accetta senza dir nulla alla famiglia tanto che una volta, a riportarlo a casa, furono i carabinieri chiamati dalla mamma. Trascina la sua squadra ad un'insperata promozione in Serie A e l'anno successivo esordisce in massima serie. Nel 1933 la naia lo porta a Bari ed il Padova è costretto a darlo in prestito ai galletti, in Serie B: 12 reti ed una promozione persa solo all'ultimo soffio, nello spareggio contro la Sampierdarenese. Nel 1934 torna quindi al Padova, appena retrocesso in Serie B, dove ritrova il conterraneo Walter D'Odorico. I due sono gli unici elementi di livello di una formazione tuttavia troppo giovane e poco organizzata per un torneo del genere ed i loro 32 gol (18 per D'Odorico – capocannoniere del girone – e 14 per Frossi) non riusciranno ad evitare al club la retrocessione in terza serie.

frossi padova

Nello stesso girone "adriatico" della Serie B è inserita L'Aquila, alla sua prima esperienza cadetta. I rossoblù, al contrario dei patavini, sono formazione che gioca un calcio brioso ed efficace, capace di segnare ben 48 reti (record del girone, condiviso con la promossa Bari) sotto la guida del tecnico magiaro József Ging. Il 17 marzo 1935 Padova e L'Aquila si affrontano all'Appiani; la classifica e la differenza tecnica tra le due squadre farebbe propendere la bilancia dei pronostici verso gli abruzzesi – peraltro passati in vantaggio dopo appena sei minuti di gioco – ma Frossi cambia le carte in tavola, segna 3 gol ed il Padova vince 4-2. Serena chiede il nome del folletto biancoscudato che ha fatto impazzire la difesa rossoblù e pochi mesi dopo il ragazzo con gli occhiali anziché in Africa, sbarca in Abruzzo.

La squadra aquilana versione 1935-1936 è, al solito, ben costruita. In panchina ora siede Attilio Buratti, che l'anno passato aveva sostituito Imre Schoffer nella Salernitana, con buoni risultati. Alla vecchia guardia – composta principalmente da Sain, Testoni, La Roma, Battioni e Bon – si sono aggiunti elementi del calibro di Brindisi, Baccilieri (nome altisonante per l'epoca ma che non troverà spazio, chiuso proprio da Frossi) e Lessi. La formazione tipo è: Sain; Mattei II, La Roma; Michetti, Rossi I, Brindisi; Frossi, Villotti, Battioni, Bon, Lessi. L'ala friulana si dispone sulla fascia destra, non rinunciando ad accentrasi ed a provare la conclusione. Al termine della stagione è l'unico dei rossoblù ad aver disputato tutte e 34 le partite di campionato, andando a segno in 9 occasioni, molte delle quali decisive per il risultato finale. L'Aquila chiude in 8a posizione, appesantita da un avvio shock (dopo il vittorioso esordio con il Pisa, raggranella solo 1 punto in 5 incontri) ma confermando quanto di buono fatto l'anno precedente.

 

Poche testimonianze di quell'annata ma un ottimo ricordo del popolo aquilano e della società, che tuttavia cominciava ad avere qualche difficoltà frossi aq calcioeconomica. Il club, voglioso di sistemare il bilancio societario mantenendo comunque l'ossatura portante della squadra – in primo luogo il portiere Sain, ambitissimo da molte compagini di Serie A – decide di sacrificare proprio Annibale Frossi che, dopo un provino con la Lucchese, passa all'Ambrosiana-Inter per 50.000 lire. In realtà, oltre che dagli osservatori del club milanese, Frossi è seguito anche da Vittorio Pozzo, commissario unico della Nazionale da poco laureatasi campione del mondo.

In maniera del tutto inaspettata, viene quindi convocato dallo stesso Pozzo per le Olimpiadi di Berlino del 1936. Il regolamento imponeva la presenza di soli studenti od universitari cosicché il commissario era stato costretto a scandagliare le serie minori e mettere insieme una batteria di esordienti azzurri che, secondo la stampa dell'epoca, non aveva nessuna possibilità di vittoria. Le cose, come si sa, andarono diversamente: il Metodo (2-3-2-3) di Pozzo, al contrario del più utilizzato 2-3-5, diede maggior spazio di manovra al neo-diplomato (seppur venticinquenne) Frossi che – da esordiente assoluto, il 3 agosto – decide la prima difficile partita contro gli Stati Uniti. "Un'opportunista delle più bell'acqua", lo descriverà il commissario tecnico. Da lì in poi è un'esplosione: segna tre reti nell'8-0 rifilato al Giappone e poi sigla i gol-vittoria – entrambi nei supplementari – contro la Norvegia in semifinale e contro l'Austria nella finalissima. È il 15 agosto 1936 e la Nazionale di calcio conquista il suo primo (e finora unico) oro olimpico, nello stesso stadio in cui, pochi giorni prima aveva trionfato negli 80 metri ostacoli Ondina Valla – bolognese di nascita e, due decenni dopo, aquilana d'adozione.

 

frossi nazioanale golUn oro olimpico, in parte, anche aquilano. L'ala friulana aveva già esordito con l'Ambrosiana-Inter in giugno nella Mitropa Cup 1936 ma aveva terminato la stagione con L'Aquila e dunque era tesserato con i rossoblù. La Federazione non aiuta a sbrogliare la matassa, citando come club di appartenenza di Frossi talvolta la compagine milanese e talvolta L'Aquila che – unica formazione abruzzese a poter vantare un azzurro – dovrebbe rivendicare con orgoglio il "suo" nazionale oro olimpico.

Il resto della storia è noto: 147 presenze in sei annate in nerazzurro, al fianco di Giuseppe Meazza, con 49 reti segnate, due Scudetti, una Coppa Italia e... una laurea in Giurisprudenza ottenuta nel 1941 all'Università di Parma – tra una partita ed un'altra – che gli valse il bel soprannome di "Dottor Sottile". Giusto qualche mese dopo il suo trasferimento nella città meneghina aveva peraltro avuto modo di rincontrare L'Aquila nei sedicesimi di Coppa Italia: la formazione rossoblù – in difficoltà in campionato dopo aver vissuto la tragedia di Contigliano – giocò una partita gagliarda ma perse 4-3. Con l'Italia disputò solo un altro incontro ufficiale – contro l'Ungheria, nel 1937 – riuscendo ad andare a segno anche in quell'occasione e fermandosi così ad una media di 1,6 marcature a partita, tra le più alte nella storia della Nazionale.

 

Dopo la guerra si stabilisce in Lombardia ed entra in Alfa Romeo come capufficio. Ma il destino lo chiama ancora nel calcio quando il suo direttore, frossi piola meazzaavendo saputo della carriera da calciatore, gli propone di andare ad allenare la squadra di alcuni amici, il Luino. Da lì Frossi passa prima al Mortara quindi al Monza, dove conquista la Serie B e sfiora la massima serie mettendo a punto una prima versione del sistema di gioco MM (3-2-3-2), poi portato al successo dalla Grande Ungheria di Ferenc Puskás. Arriva ad guidare in Serie A il Torino e, chiamato da Angelo Moratti, la sua Inter in cui però riveste il ruolo di tecnico per sole sei giornate, allenando tra gli altri un certo Enzo Bearzot. Poi Genoa, Napoli, ancora Genoa e Modena seminando il panico tra gli allenatori avversari – che non sapevano mai come affrontarlo – e tra i suoi stessi calciatori che spesso non ne capivano gli stratagemmi tattici. Chiude la carriera alla Triestina, nel 1965, non prima di aver contribuito alla fondazione dell'Associazione Italiana Allenatori Calcio.

Di indole prettamente difensiva e catenacciara – nonostante le sue caratteristiche da calciatore fossero più che offensive – arrivò a dire che "lo 0-0 è il risultato perfetto", espressione poi fatta sua da Gianni Brera che, apprezzandone la filosofia, lo ospitò sulle colonne della Gazzetta dello Sport. Ritiratosi in Friuli, negli anni Settanta scrive pungenti articoli per il Corriere della Sera ed altre testate nazionali. A Flambro, nel 1972, gli dedicano il campo sportivo e lui chiama per inaugurarlo proprio l'Inter, finalista in Coppa dei Campioni.

Muore a Milano il 26 febbraio 1999. Salvato dalla guerra grazie ad un'intuizione di Serena, è stato un colpo di fulmine per tutti gli sportivi aquilani riuscendo, in soli nove mesi, a lasciare un segno indelebile del suo passaggio in Abruzzo.

 

Ultima modifica il Martedì, 03 Novembre 2015 16:48

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