Ma l'abito fa il monaco?

Ma l'abito fa il monaco? (37)

Succede in questo piccolo angolo del sud Europa, in una penisola bistrattata (che a noi poveri appassionati, le novità ce le deve fare sempre sudare), che l’universo della bellezza si riunisca in una manifestazione giunta quasi al mezzo secolo.

Il Cosmoprof Worldwide è senza dubbio la mecca dei proseliti del beauty, lo siano per passione o per lavoro. Tre appuntamenti all’anno in tre continenti differenti che il bel paese ha la fortuna di ospitare ogni anno a Bologna, in quel weekend di marzo che l’industria cosmetica tutta aspetta per mettersi in mostra con innovazioni e prodotti di qualità. Le altre due, si tengono a Las Vegas e Hong Kong.

Dal 18 al 21 marzo, il Cosmoprof spegne 49 candeline. Qualcuno mi suggerisca la dimensione della Fiera di Bologna e voi immaginatela quasi completamente riempita da oltre 2500 espositori provenienti da ogni parte del mondo, quest’anno il 73% è rappresentato dalle aziende non italiane, alle quali presto sempre un occhio di riguardo. Ancora più entusiasmante scovare i piccoli stand (che siano essi italiani o stranieri) con un offerta di prodotti per nulla invidiabile ai grandi marchi. Poi, se capita che oltre alle chiacchiere cosmetiche ci scappa anche un bicchierino di grappa – Cosmoprof 2015, stand Madis, azienda greca ovviamente non reperibile in Italia, della quale ho provato una lozione per il corpo ottima – voi non ci tornereste? Ma ho già controllato, loro saranno presenti anche quest’anno e io torno a trovare loro! E non solo per la grappa…

Sembra che tra le novità introdotte sarà allestito un percorso SPA con le aziende specializzate nel settore che cercano di accaparrarsi la tua attenzione per farti provare trattamenti innovativi (la seconda parte è la mia più rosea visione, naturalmente) ad integrare tutta la vasta area Wellness già presente in fiera. Io potrei assolvere al ruolo di cavia nel caso voleste dissipare qualche dubbio a riguardo. Incuriosita come una scimmia dalle novità cosmetiche spero di non perdermi invece tra le maestrie di hair stylist e makeup artist che fanno bella mostra delle loro abilità.

Grosso errore pensare che quest’universo sia solo per il pubblico femminile! Hipster e barbuti di tutto il mondo c’è del materiale anche per voi e per le vostre coltri facciali che, in maniera sempre maggiore, entrano di diritto ad occupare una discreta fetta dell’industria della bellezza facendo anche tornare in auge – aspetto ancora più interessante – la figura del barbiere. Le mie conoscenze barbute un po’ le orecchie le hanno drizzate a questa notizia. Dunque, a ciascuno il suo soprattutto perché chi l’ha detto che il popolo dei beauty-fruitori sia solo femminile? Tutt’altro! Se tutto questo non equivale ad un “chiedete e vi sarà dato” poco ci manca. Difficilmente troverete una falla nell’offerta.

L’anno scorso a fine fiera mi sono pentita di non avere portato con me un trolley tanta l’abbondanza. Quest’anno il trolley mi sembra ancora un tantino sfacciato e scomodo per girare ma non garantisco che all’ultimo momento non ceda alla sfrontatezza e alla scomodità. Certo si cammina che neanche ci se ne accorge! Tanto. Ma tanto! Io sono carica di belle sensazioni che mi porto dalla scorsa edizione e sono certa di trovare tanti prodotti ma soprattutto tante realtà da farvi conoscere. Esperienza insegna che i biglietti è meglio acquistarli online qui che in fiera, innanzitutto per i costi inferiori e poi per evitare le code.

Fateci un pensiero per questo viaggetto nel paese dei balocchi e giuro che non vi trasformerete in asini, anzi! Lucignolo aveva trascinato Pinocchio in fretta e furia che non è neanche riuscito ad avvisare a casa, io vi sto dando due settimane!!

Velato patriottismo e crescente tradizione here we are again!!

Il 66mo Festival della canzone italiana è giunto al termine e con immenso disappunto, incredulità e amarezza il mio appello alla presenza di flora sul palco dell’Ariston non è stato neanche lontanamente preso in considerazione, e non solo. Nel caso fosse possibile realizzare bouquet di fiori bruttarelli, quest’anno siamo riusciti anche in questo!

Fatta questa doverosa premessa grossi applausi al conduttore Carlo Conti che di nuovo riesce a svecchiare la kermesse con garbo e rispetto per l’istituzione e che, di nuovo, conferma un sempre azzeccato Salvatore Ferragamo per gli outfit (leggi articolo Sanremo 2015): quindi, il premio eleganza quest’anno non lo diamo a lui!

Non voglio parlare di Gabriel Garko perché, poverino, se sei nato fotomodello e qualcuno di troppo ha creduto che potessi fare di più facendoti convinto pure a te non è che tutta l’Italia ti può dare addosso dopo 20 anni che ti si conosce. Certo, se poi in conferenza stampa dichiari che i tuoi abiti – sartoria romana Battistoni – saranno un omaggio rivisitato ai grandi attori del passato, noi possiamo farci una ragione di ciò che guardiamo ma tu non puoi avere sempre la stessa espressione, dai su… Piuttosto anonima Virginia Raffaele quando interpreta se stessa nell’ultima serata, vestita dal giovane Marco De Vincenzo, superba nelle altre serate nelle quali non erano i suoi abiti a renderla protagonista della scena.

Veniamo al nocciolo del quartetto: Madalina Ghenea. Tanta roba. Ma così tanta che penso che le mie idee contrastanti sui suoi abiti siano proprio dovute a questo. Si parte malissimo con lo zebrato pubblicità Gocciole Pavesi per terminare la serata in maniera magistrale con un abito nude luminoso e morbido, tutto Alberta Ferretti. Due piume di qua e due strass di là, questa signorina si sarebbe anche potuta salvare se non fosse che poi si è incaponita con lo stilista libanese Zuhair Murad, colpevole di creare favolosi e preziosi abiti con audaci trasparenze che indossati da una dea del genere vanno bene una volta, due ma anche tre: alla quarta, il volo pindarico fino alle gloriose notti del Bagaglino anni ’90 lo fai in un attimo! Ma sapete cos’è questa? Invidia. Perché dopo il vestito rosso della seconda serata, sempre Murad, in tutte noi si è insinuato il tarlo del dubbio che forse è inutile anche provare ad andare oltre un pigiama di pile con gli orsacchiotti. Dunque, tutti hanno ricoperto alla perfezione il loro ruolo.

E gli artisti in gara? Sempre lei, Arisa, ha capito che se non ce la puoi fare il meglio per te è il “purché se ne parli”, in barba a tutti quelli che pensano che sia scema! La giovane Francesca Michielin deve essersi consultata con Arisa prima della competizione circa il concetto di moda e di come puoi giocarci a tuo favore a Sanremo – cosa tra l’altro molto plausibile dato che le due si conoscono dai tempi della quinta edizione di X-Factor nella quale Arisa era giudice e che la Michielin vinse – perché nelle mani del marchio An Jour le Jour, sulla sventurata si è abbattuto lo scempio di avanguardie stilistiche come i calzettoni sotto i sandali e cropped pants (larghi e tagliati alla caviglia) su un fisico non adatto e per di più goffo. Si riprende l’ultima sera stile Ufo Robot raffinato.

Bella sorpresa invece Noemi che ha capito che il riciclone di tutto ciò che si ha nell’armadio (grucce incluse, leggi articolo Sanremo 2014) non funziona e si è affidata alle mani di Bianca Maria Gervasio per degli abiti grintosi, giovani ma perfettamente consoni al luogo nel quale sono stati indossati. Ho il sospetto che Dolcenera ci tenesse tanto a fare bella figura: ne è la prova l’ingresso svolazzante ed entusiasta della serata delle cover che non si è filato nessuno dei due presentatori sul palco, però tutto questo entusiasmo per un pezzo di stoffa color panna con in bella vista un corpetto intimo bianco non so, fate voi…

Battesimo melanzana nefasto per Deborah Iurato che altro non ha potuto fare che ripiegare sul banale tailleur da primo colloquio di lavoro (generalmente riciclato dalla Laurea) così da concentrarci tutti sulle virtù canore. Camminano sul filo della normalità le altre donne ma soprattutto gli uomini che si declinano al genere che rappresentano, Burberry e Pignatelli per i tranquilli Lorenzo Fragola e Valerio Scanu, i non convenzionali Elio e Le storie Tese abbigliati da Etro, jeans e giubbotto di pelle per Enrico Ruggeri, streetwear d’uopo per i rapper Clementino e Rocco Hunt.

Nel complesso pochissimi marchi altisonanti e tanti emergenti o riservati ad un pubblico di nicchia. E il premio eleganza quindi? A tutti coloro che con maggiore o minore inventiva hanno impreziosito i loro look con il richiamo arcobaleno all’interno di una cornice collocata, suo malgrado, in uno spazio stantio della nostra società così bisognoso di evolversi.

Complici di mesi emotivamente più impegnativi del solito, mi sono ritrovata ad attendere i saldi – ai quali da sempre ho riconosciuto la capacità di 'svuotare i pensieri' come lo shopping tutto, poi – come una bambina la mattina di Natale!

Per questo motivo il 5 gennaio mi sono lasciata andare ad una pratica che avevo abbandonato da anni: il giro per negozi il primo giorno dei saldi! C’è da dire che nella mia testa avevo anche un obiettivo ben preciso che puntava dritto dritto ad un paio di décolleté rosso fragola di Zara, scarpe che sul sito non comparivano tra gli articoli a saldo perché sì, Zara si diverte a far sparire articoli dal negozio on line in tempo di sconti. Per le motivazioni di cui sopra l’intoppo mi ha demoralizzata fino ad un certo punto e, gambe in spalla e sole in cielo, sono partita per la mia seduta di relax.

Povera scema… relax?!? Ad essere onesti la mattinata è iniziata presto e bene nel senso che nelle prime due o tre tappe le condizioni di shopping erano davvero favorevoli con poca gente invasata e maleducata all’orizzonte e soprattutto sconti soddisfacenti. La situazione ha iniziato a diventare pericolosa nel primo punto vendita Zara sul mio cammino dove le donnine erano più deliranti e, soprattutto, di décolleté color fragola solo numeri lontani dalla mia calzata. Lo sconforto di chi, comunque, non si arrende mi ha trascinata nel secondo punto vendita, molto più grande, molto più affollato ma dove svettavano in alto, coperte da un muro umano di gente in fila ai camerini, fragoline (porto un 36, se va bene 37) scontate del 40%!!!

I 30 min di orologio di fila per pagarle nonostante le quattro casse aperte sono storia vera che un giorno racconterò ai miei nipoti. Ecco un esempio di perseveranza ben ripagata. E di un acquisto sfruttabilissimo nei prossimi mesi, ma di questi ne sono pieni i negozi: nelle collezioni invernali vedo cotone, chiffon e seta (poliestere, a seconda) che mi fa pensare che solo il mio corpo percepisca la sensazione del freddo.

Breve preambolo funzionale a esprimermi su quanto mi capita di vedere negli ultimi giorni nei social colpevoli per Umberto Eco “di aver dato diritto di parola a legioni di imbecilli” e per me di dare adito a facili equivoci e sterili sensazionalismi. Qualche giorno fa girava una foto di un cartellino di un paio di pantaloni della marca spagnola Desigual scontati a 49,90 euro da circa 75 che ne costavano. L’adesivo del nuovo prezzo copriva il cartellino originale che indicava come il pantalone, in realtà, costasse già 50 euro: in sostanza il giochino per cui ci allertano i vari tg nazionali con i loro servizi riempi buchi sul decalogo per evitare le truffe da saldi. All’inizio la foto aveva indignato anche me e non capivo come un grosso marchio rischiasse in qualche modo la faccia, e non discuto assolutamente sul fatto che qualcuno, anche grossi colossi, possano ricorrere a certi mezzucci.

Quello che mi ha indotta a pensare che potesse diventare il nuovo sport nazionale è stata un’altra foto, questa volta di Zara dove un cappotto (mi sembra) fosse prezzato 99 euro all’origine, poi 150 per ripassare a 99 prezzo saldo. Nella foto in questione, però, l’adesivo con il nuovo prezzo non andava a coprire il prezzo originale, quindi di cosa stiamo parlando? La mia mente ha iniziato a elaborare scene di omini laboriosi circondati da migliaia di capi da riprezzare ai quali una svista può pure scappare… Di contro, mi è capitato gli anni passati di andare in cassa (sempre di Zara si sta parlando) nel periodo degli ultimi giorni di sconti e… SORPRESAAAA, avere un ulteriore ribasso che sul cartellino non era segnato! Ovviamente questo è un esempio come tanti, non ci guadagno niente a “prendere le difese” di tale azienda – e vi garantisco che se invece lo facessi lo farei con estrema passione come il più penoso dei mercenari – ma posso assicurarvi che un cliente X può rivelarsi una bella patata bollente.

Altre maxi catene di abbigliamento adottano politiche diverse: ad esempio H&M, dove non bisogna aspettare i saldi per avere tornate di sconti e dove non c’è uniformità tra gli sconti in negozio e quelli sul sito, sia in termini di percentuale che in termini di capi interessati. E poi sappiamo già che non troveremo mai tutta la collezione in saldo. Il cartellino originale, però, non è mai coperto ma integrato con un altro e, in cassa, mi è sembrato che lo sconto venisse applicato manualmente. Altra esperienza personale, per una stessa maglia prezzi diversi e passaggio in cassa con quanto riportato dalla maglia che costava meno (perché ho preso quella, non sono mica scema!). Certo mi rendo conto che non tutti abbiamo tempo, voglia a pazienza di fare indagini di mercato che durano intere stagioni e posso pensare (anche con un certo grado di certezza che però non ho mai realmente verificato) che nel privato lo sconto possa essere uno specchietto per le allodole.

Avete voglia di calarvi nei panni dell’Ispettore Clouseau e fotografare le vetrine nei giorni antecedenti i saldi? Buon lavoro. La comunità ve ne renderà merito. Altrimenti scialla con gli occhi ben aperti e godetevi il vostro shopping!!

Lunedì, 21 Dicembre 2015 12:00

London Calling... Christmas!!!

di

Se mi passate la citazione anni luce lontana dal tema solito delle nostre conversazioni, fermatevi e godetevi sensazioni e visioni di questa 4 giorni che mi è capitata così, per caso, a inizio mese. E non un mese qualsiasi. Parliamo di un mese magico anche per i più duri di cuore. Avete presente cosa può essere Londra a Dicembre addobbata, illuminata, profumata di fumanti bicchieri di Mulled Wine (Vin Brulè) e Waffle al cioccolato?? Sa essere anche di più. Londra è a mio parere una città meravigliosa. Devo confessare che non mi ha rubato l’anima come New York ma riesce sempre a toccare quelle corde che comunque mi fanno tornare ogni volta incantata e l’atmosfera natalizia respirata in quest’ultima occasione ha contribuito non poco a confermare i miei sentimenti per lei.

Bando alle ciance e alle romanticherie per gente debole. Atterro in suolo britannico lunedì 30 Novembre e solo tre giorni prima il mondo dello shopping si era fermato al giro di boa del Black Friday!!! Giornata che i magnanimi inglesi hanno ben pensato di trascinare almeno fino a fine mese o più, perché sembra che negli Stati Uniti, nazione che ha dato i natali alla giornata evento, il Black Friday sia così tanto delirante proprio perché si tratta di 24 ore e stop. Non vi sto neanche a dire delle ricerche prima della partenza circa l’esclusivo e introvabile brand o mercatino da andare a scovare ma passeggiare tra le strade avvolgenti, perdersi negli snodi della tube (la metropolitana), ammirare le vetrine e sedersi a sorseggiare un the (ma anche una birra) in uno degli splendidi pub per guardare fuori la città che vive hanno avuto la meglio sulle mie presunte scoperte.

Tutto questo non ha assolutamente abbassato il mio livello di guardia e ho passato intere ore tra abiti, scarpe e cosmetici. Innanzitutto loro, i grandi magazzini londinesi. Un’istituzione. I più conosciuti sono senza dubbio gli Harrods con i sette piani di lusso dorato dall’accento egizio, leggermente distanti dalla via dello shopping per eccellenza, Oxford Street, e dai portafogli dei più – poi la shopper verniciata multilogo c’è per tutti – e meritevoli di menzione d’onore al reparto gastronomico e alla pasticceria, vero paradiso dell’eccellenza glicemica!

Immagino che sia una costante del posto ma posso garantirvi che fin’ora non ho mai visto delle vetrine così belle. Nelle tante vetrine che abbracciano il palazzo – già riccamente decorato di per sé – per queste feste risplendevano dei manichini in movimento che riproducevano scene circensi, esibizioni stile The Supremes, ballerine e case di marzapane, ricche e curate decorazioni. Amazing!!!

Tra un Forever21 e un Primark qualunque (catene super low cost con dei cestini degli acquisti grandi come i carrellini della spesa a quadri della Zia Belarda!) spunta Selfridges con le sue bustine gialle e un reparto profumeria da togliere il fiato se non fosse che venivi impezzato dalle commesse neanche fossi nell’ultimo Kiko d’Italia, nonostante maneggiassi dei prodotti che possono arrivare a costare quanto la rata di un mutuo, una rata bassa però eh… sostanzialmente sono fuggita a ripararmi in un accogliente self-service H&M che non aveva proprio le sembianze degli store ai quali siamo abituati noi: il reparto scarpe di H&M ma soprattutto le vetrine di Zara potevano essere tranquillamente confusi per un negozio di Armani. Non esagero.

Ora capite perché non ho avuto tempo di fare delle esplorazioni? I miei sensi in un modo o nell’altro erano già immensamente appagati! Altro grande emporio del lusso e del design è Liberty, architettonicamente un regalo per i vostri occhi con una facciata in stile Tudor, è da 140 anni il fiore all’occhiello del West End. Il venerdì nero nei sopra citati luoghi di piacere era appannaggio di chi di nero aveva solo l’American Express… Più sensibili ai bisogni del popolo medio erano le cosiddette catene. C’è da dire che agli sconti di mezza stagione siamo abituati anche noi, ma quello che più faceva differenza era la percentuale di sconto, le promozioni correlate, la vastità di merce in sconto quindi in un attimo potevi aggiudicarti un 3x2 di pezzi scontati e di stagione grazie ai quali avevi raggiunto una soglia di spesa (generalmente molto bassa) tale da essere omaggiato con altri pezzi.

Ecco la vera differenza che ti faceva ingoiare il boccone di un cambio monetario un tantino sfavorevole…

Abbandonata la frenetica compostezza delle vetrine di Oxford, Carnaby e Bond Street (giusto per citarne alcune), mi immergo nella decentrata (ma non per questo meno affollata, anzi) ed eccentrica Camden Town. Mercatini, musica, negozi colorati e vivaci pub rivestono il quartiere di un manto alternativo, meno composto delle strade di cui sopra. Impossibile non rimanere colpiti dalle enormi riproduzioni 3D di sneakers, stivali, draghi e piercing che svettano sui muri degli edifici. Sempre di shopping e turismo stiamo parlando, però lontani dall’anima più tranquilla delle botteghe di Notting Hill, altro quartiere reso celebre tanto da un film quanto dalle sue viuzze di villette candide e ordinate.

Altro giro altra corsa e senza che potessi rendermene conto arriva il giovedì, giorno del ritorno a casa. Dopo tutto questo girovagare ecco il risultato: al momento di fare i biglietti mi sono premurata di comprare una valigia in più da imbarcare ma sono troppo deludente se vi confesso che a parte qualche pensiero per Natale, qualche cosmetico, calzini, un paio di stringate e una borsa super scontata da Clark’s non ho preso nient’altro? C’era davvero tanto da vedere e soprattutto da assaporare e io ho preferito essere al di fuori e guardare quante più cose potevo e per questa volta ho preferito saziare lo spirito che in men che non si dica si è tinto di un rosso brillante!

Delle Buone Feste a tutti voi e che possiate sempre entrare nel mood del canuto barbuto panzone dalle guanciotte arrossate così come è successo a me quest’anno!!

Vintage, usato – se preferite vissuto – , prestigioso, introvabile… Shopaholic tecnologizzate/i – non so perché, ma detesto gli asterischi dei generi – di tutto il mondo unitevi al sentimento della speranza di poter trovare quel capo che vi siete fatte/i – come sopra – sfuggire o di poter rimediare ad un acquisto troppo avventato.

Se munite/i – adesso la smetto – di smartphone o di un banalissimo e ormai desueto pc, Depop è l’app che fa al caso vostro. Ormai tanto conosciuta in ogni angolo del globo che può essere tranquillamente considerata anch’essa un social con una community di utenti collegati tra loro, conosciuti e riconoscibili dietro espliciti o celati nickname. Ma a cosa serve? Depop, naturalmente gratuita, è una piattaforma dove fare compravendita, dove non si diventa amici ma si “tengono d’occhio” gli utenti. E si vende (e si compra) di tutto purché, da come mi sembra, abbia una presentazione stilosa e che sia immortalato dalla foto giusta. Se riuscite a convincere Mario Testino a fotografare la motosega usata da vostro nonno per fare la legna da ardere direi che quest’ultima entrerebbe di diritto tra gli oggetti più bramabili. Non so se ho reso.

Nata nel 2011 dalla capoccia dell’imprenditore Simon Beckerman – che quasi quasi me lo aggiungo su Linkedingià ideatore della rivista Pig (People in Groove) a caccia di talenti nel mondo della moda, collaboratore dei Marzotto e dei Rosso – leggi il marchio Diesel – nei tempi morti, no so, sotto la doccia, durante la corsetta al parco, pensa bene di abbinare uno shop online alla rivista. E come succede a chiunque di noi abbia un’idea vincente, investitori e una sede a Londra, ecco milioni di utenti, Milano, New York e la mia attenzione. Questo appena 40enne signore si può sentire arrivato. Ah, Simon è anche creatore degli occhiali Super, accessorio eletto indispensabile da numerosi VIP qualche anno fa, dei quali non saprei indicarvi segni distintivi per farveli venire alla mente. Ci basta sapere della loro esistenza.

Non solo occhiali ai VIP per il catalizzatore Simon ma anche venditori VIP. Ad esempio, tra i suggerimenti della home abbiamo una qualunque Dita Von Teese che, direttamente dalla Città degli Angeli statunitense, vi offre i suoi costumi di scena o della biancheria intima (speriamo non usata!) selezionata per voi dalla regina del burlesque a prezzi tutto sommato contenuti. La maggior parte delle fashion blogger, dall’alto della loro innata capacità di capire cos’è giusto e cos’è sbagliato, veicolano i vostri acquisti con delle introduzioni che valgono da sole una visitina al profilo: una volta individuato il venditore che più soddisfa i vostri gusti rimane solo da seguirlo e aspettare il capo giusto. Virginiabecket mi piace un sacco!

C’è Fedez che vende t-shirt ancora inamidate per beneficienza e giovani nessuno che vendono maglie misto acrilico H&M a 25 euro! La migliore finora comunque è lei, Chiara Ferragni, scesa dall’alto dei cieli con un nome stampato nel firmamento dei famosi per qualcosa di non precisamente definito, alla quale tutto è regalato dai brand ma che vende tanto lusso quanto poracciate di ogni a prezzi altini, con descrizioni composte da tre o quattro hashtag e con il tutto esaurito. E Chiara Ferragni le nostre banconote le fa a striscioline e le usa come filo interdentale. Ma rientriamo nei ranghi gente!

La procedura per la vendita mi sembra molto semplice e intuitiva e segue i passi di qualsiasi comune social: fotografate o caricate dalla galleria seguendo i suggerimenti che vi vengono dati (no collage di foto, un solo oggetto, sfondi creativi etc, etc.), aggiungete descrizione, categoria e prezzo e specificate come volete consegnare la merce (di persona o tramite posta). Che la vendita abbia inizio! Fate il vostro affare, scambiate e ridate vita ai vostri oggetti e occhio alle fregature.

Appena iscritta ho già tre followers! Ma UAU! Sono quattro mentre scrivo. No, NOVE!! Chiudo a undici, quasi una celebrità. @misspot è fra voi utenti Depopiani!

Martedì, 13 Ottobre 2015 14:21

Confessioni di una blogger pericolosa

di

Cosa volete che vi dica? Passato al setaccio il Pantone 2015 color Marsala, metabolizzato il ventaglio cromatico autunnale che questa stagione rimane ancorato allo spicchio dei toni terrosi e caldi senza troppi colpi di scena – ricordiamo l’anno scorso il verde acido sistemato in ogni tipo di filato e capo – concentriamoci sull’accessorio principe di ogni fashion addicted: la scarpa. In continuo duello con la borsa, la scarpa rappresenta il feticcio di molti e volendo soprassedere la necessità - soprattutto della scrivente - di farne oggetto di introspezione e indagine psicologica, restiamo nella comfort zone della indiscutibile bellezza e potenza stilistica della stessa. Tra chi ne fa il punto focale assoluto del proprio outfit e tra chi si colloca all’interno della categoria dei “collezionatori seriali” mi sento di abbracciare con giusta modestia e soddisfazione entrambe le categorie.

Una passione che non si è risparmiata neanche di fronte allo zatterone monoblocco portato alla ribalta dalle Spice Girls sul finire degli anni ’90. L’adolescente di allora ancora ricorda il senso di gioia durante l’acquisto avvenuto dopo un anno circa di velate suppliche agli ormai inermi genitori. Posso orgogliosamente affermare e rassicurarvi tutti sul fatto che i gusti dell’attuale 30enne si sono affinati. Sicuro è che, nonostante gli oltre 140 pezzi (divisi in oltre 70 paia) presenti nella sua attuale collezione, quelle informi Fornarina nere, blu elettrico e argento sono rimaste nel suo cuore per infiniti motivi…

Questo episodio per rimarcare come un ricordo così netto della preadolescenza possa essere legato ad un paio di scarpe. Una ragazzina a quell’età ha una percezione relativa di se stessa, figurarsi se ce l’ha di quello che sarebbe diventata la sua forma di collezionismo. C’è da dire che ho passato gran parte dell’infanzia a cimentarmi in bozzetti arrangiati di abiti (il dono del bel disegno, ahimè, non mi è mai appartenuto) e questo era senza dubbio un campanello d’allarme. Ma tranquilli, la consapevolezza non ha tardato molto a palesarsi!

Venendo al nocciolo della questione: non vi sembra che un modello particolarmente in voga quest’autunno ricordi fortemente le zatterone anni ’90? Partiamo all’origine di una scarpa che io trovo raffinata e iperfemminile nonostante sia destinata principalmente ad un pubblico maschile: la stringata classica, che si evolve nella versione lavorata a coda di rondine o senza lacci, con o senza zip (versione che personalmente adoro), azzeccate anche nei colori che si discostano dal classico nero, blu e marrone. Dove sta l’inghippo? Sta nella nuova generazione di stringata alla quale hanno ben pensato di sostituire la classica suola con una raccapricciante zeppa di gomma e per fare le cose fatte proprio bene spesso e volentieri questa è anche bianca o diversamente colorata rispetto al resto. Passi la stringata dr. Martens, figlia dell’omonimo anfibio, dai sentori molto London underground, che messa nella giusta maniera potrebbe anche non farvi sembrare eterni Peter Pan in cerca della propria collocazione anagrafica. Quello a cui si assiste oggi è una promozione a “scarpe da vetrina” delle scarpe ortopediche. Con estremo rispetto per le scarpe ortopediche che compensano l’aspetto estetico con imprescindibile utilità medica. Ecco la regressione di 15 anni che aggiunge alla zeppa anche la suola “carroarmato”.

Sono spiacente, ma non è cosa davvero. Non riesco a digerirle e sappiate che la fan delle 5 ragazzotte inglesi non si fa abbindolare dai ricordi di gioventù e non esulta. E badate bene che nessun brand si è risparmiato dal produrle. Una battaglia che condurrò da sola, lo so. Forse le tengono solo fino ad Halloween, come gli stand di cioccolata e decorazioni di zucche… Sì, dev’essere per quello! Attenzione, non tutto è perduto. Restituiamo dignità ai nostri piedi che siamo finalmente arrivati al giusto compromesso tra le punte strette e lunghissime e lo stondato da bambola con scarpe finemente allungate le cui punte, anche se spigolose non sono mai eccessive e qui tra le stringate potrete sbizzarrivi, anche con tacco per chi ha coraggio e muscoli nei polpacci da vendere. Poco da aggiungere, le stringate classiche sono il tocco di eleganza anche con un abbigliamento molto essenziale sopra, anzi, forse si esprimono meglio.

The last but not the least Manolo Blahnik: Fleeting Gestures and Obsessions. Ispirazione d’autunno è anche questo prestigioso volume edito da Rizzoli USA, omaggio al genio creativo spagnolo classe 1942 che ripercorre i 40 anni di attività di uno degli stilisti calzaturieri più influenti del mondo. Enciclopedico, fotografico, esclusivo (anche nel prezzo di 150 dollari!), biografico e storico alla cui realizzazione hanno contribuito anche Pedro Almodovar e Sofia Coppola che ha lavorato con lo stilista per il film Marie Antoinette. Natale non è poi così lontano per pensare ad un regalo che lasci a bocca aperta… Al limite tra la confessione e i consueti consigli, attenti a cosa mettete ai piedi perché sarà la prima cosa che certi soggetti vi guarderanno!!

Sabato, 29 Agosto 2015 15:02

Moda in Trans(izione)!

di

Off topic? Neanche più di tanto. In tempi di saldi – e in questi giorni quelli più succulenti – dovrei utilizzare il mio spazio per suggerirvi cosa è meglio per nutrire i vostri armadi, ma in questa calda calda estate posso pretendere che indossiate più di una canotta e un paio di bermuda/shorts? Non è vero. Certe cose vanno oltre le temperature e le giustificazioni sono sempre a zero!!

Ciò che mi spinge a lasciarvi a briglie sciolte è quello in cui mi sono imbattuta qualche giorno fa. Imbalsamata sul divano con il ventilatore puntato contro, l’unico svago affrontabile era lo zapping e girovagando tra le nuove proposte della tv on demand – tra le altre cose geniale invenzione – salta ai miei occhi una nuova serie pluripremiata che scopro essere prodotta da Amazon sulle evoluzioni di una famiglia di Los Angeles dopo la scoperta della transessualità del padre, Transparent. Un piccolo gioiellino.

Oltre a suggerirvi la serie per quello che è, per come affronta il tema dell’identità di genere in maniera leggera senza ridurre il tutto in un goffo guazzabuglio di luoghi comuni (ad esempio quello della femminilità innata), per la deliziosa colonna sonora, vi consiglio questi 10 episodi di 30 minuti ciascuno per riallacciarmi alla questione che sta alla base dello stile personale: indossare ciò che più ci fa sentire a posto con noi stessi e soprattutto, in questo contesto più che mai, adoperare l’abbigliamento per comunicare ciò che siamo, che per quel che mi riguarda è quello che mi ha sempre di più affascinato del mondo della moda. Utilizzarla a proprio piacimento e a propria espressione.

Avrò una visione romantica di questo mondo, adesso lascio da parte contraddizioni intrinseche e scorrettezze. In questo telefilm ho voluto vedere un uomo che trova la sua libertà, si palesa al mondo con il suo disagio e il suo megafono sono i suoi vestiti. Aiutato e guidato Morton Pfefferman, professore di scienze politiche, prende confidenza con Maura e con la difficoltà di lasciar prenderle i suoi spazi in un corpo costretto al silenzio. Aspetto, forse centrale, è il coming-out del protagonista ad un’età avanzata. Dietro alla produzione, neanche a dirlo, c’è un folto gruppo di transgender ad accompagnare lo sviluppo del personaggio a garanzia di una coerenza di sceneggiatura assolutamente percepibile.

Non amo il termine travestito, ma in questo telefilm la differenza tra vocaboli è giustamente sottolineata ed i puntini sulle “i” sono presto messi dissipando ogni possibile misunderstanding. Il tema è caldo e il mondo della moda non rimane a guardare e risponde prontamente inserendo nel proprio “organico” esponenti già celebri – o che celebri lo sono diventati grazie a – del movimento transgender spostando l’attenzione su un fenomeno fin’ora, per i più, relegato solo alla sfera delle perversioni sessuali. Sempre più diffuse campagne pubblicitarie e marchi che accompagnano i personaggi anche dopo la transizione definitiva.

Apripista Riccardo Tisci di Givenchy che nel 2010 ingaggia Lea T., modella transgender brasiliana, un anno prima dell’operazione e del cambio nome. Anno, peraltro, in cui la modella sfila per la prima volta durante la settimana della moda a Rio in bikini. Altro caso da prima pagina è la modella Andreja Pejic, fino allo scorso anno Andrej, volto della casa cosmetica Make Up For Ever, scovata a 17 anni durante un turno di lavoro da McDonald’s, che ha sfilato e posato in abiti sia maschili che femminili. Non credo sia tanto una questione di ridefinizione dei canoni della bellezza perché quelli si sono evoluti già da parecchio e ci troviamo di fronte a persone di una bellezza fuori dal comune delle quali difficilmente si distingue il passato o la propria mascolinità, nel caso dovesse essere questo il nocciolo della questione. Si inseriscono corpi e volti straordinari all’interno di uno stile che già da un paio di decenni ha spostato i confini del maschile e del femminile, talvolta fondendoli.

Quello a cui si assiste con queste operazioni è una sorta di riqualificazione a livello sociale di una categoria di persone associate al proibito e al tabù. Un ultimo suggerimento. Per rimanere in tema e per trascorrere un paio d’ore spensierate è uno spassoso film inglese del 2005, Kinky Boots: un proprietario di una fabbrica di scarpe rilancia l’azienda in difficoltà iniziando la produzione di stivali per transessuali. A dimostrazione che la dicotomia moda/transgender non è storia poi così recente.

It- girl. Termine molto in voga negli ultimi tempi che sta ad indicare le prezzemoline delle riviste di moda e simili il cui compito è quello di farsi fotografare nel momento giusto con il capo d’abbigliamento (o accessorio, è uguale) al momento giusto, presenziare alle sfilate, sfavillare nei party più esclusivi e trasudare quel non so che di “ho messo la prima cosa che avevo nell’armadio ma ne so a pacchi ed è subito stile”. Una figura che poi c’è sempre stata e che in passato ha riguardato più personaggi alla Paris Hilton, quindi con un aspetto più costruito. Complice la crisi, non so, le it-girl si sono svestite dei panni dell’inarrivabile e hanno preferito quelli più comodi e meno pretenziosi di ragazze della porta accanto, molto spesso dotate di velleità artistiche, self made ed impegnate non solo ad accaparrarsi flash. All’apparenza il cursus honorum può essere sintetizzato in un po’ di lungimiranza, spirito di iniziativa nel metterci la faccia e voglia di stare dietro ad un blog. Se poi madre natura è stata un minimo generosa la carriera è aperta a tutte!

A ben vedere intraprendenza e lungimiranza sono solo i titoli di testa di percorsi fatti da carriere sudiate a tavolino o vicende personali che alla base hanno cinema, tv e senz’altro mondo della moda.

L’esempio principe di casa nostra è la protagonista del blog The Blond Salad, Chiara Ferragni, cremonese classe 1987 che inizia l’avventura nel 2009 facendosi strada nei social network postando foto dei suoi outfit. In sei anni la giovane biondina si trasforma in Re Mida e, ad oggi, attorno al suo nome ruotano copertine, contratti con le più grandi case di moda, una sua personale linea di accessori e fatturati da capogiro. Sappiamo tutti che è l’invidia a parlare ma se mi fossi fatta qualche foto in più negli anni in cui gli autoscatti non si chiamavano ancora selfie… Lei è un esempio anche parecchio ambizioso ma sulla falsa riga se contano a centinaia, soprattutto fuori dai confini dove le fanciulle prendono quasi il posto delle top model, retaggio molto anni ’90. Le ragazze immagine degli stilisti oggi sono prestiti dalle scene televisive, artistiche e cinematografiche. E le it-girl.

Estasiata e stupita vengo a sapere che quello della it-girl è un mestiere vecchio quasi un secolo come la rappresentante vivente della categoria che è una splendente “geriatric star” newyorkese 93enne. Fashion guru, interior designer e molto altro. Iris Apfel. Protagonista non solo di un fortunatissimo documentario firmato dallo scomparso Albert Maysles uscito ad aprile in America, ma anche e soprattutto di una serie piuttosto lunga di retrospettive a lei dedicate da parte di musei e gallerie di tutto il mondo, non ultimo il Metropolitan. Punto di riferimento di generazioni stilisti che le hanno chiesto collaborazione e supervisione. Il suo segno distivo sono gli enormi occhiali tondeggianti e gioielli al limite del fisicamente sostenibile: ne indossa enormi, sovrapposti e di ogni materiale, alternando pezzi di alto valore con oggetti recuperati nei mercatini.

Per il sito di e-commerce yoox.com anni fa mise in vendita tre linee di monili, una delle quali composta da pezzi di sua proprietà, che descrivevano pienamente la stravaganza e la forte personalità dell’eterna ragazza al passo con i tempi che vive con serenità il passare degli anni. Figlia di altri tempi si dice spaventata dall’impazzare della tecnologia e suggerisce di trovare il proprio stile compiendo un lavoro di introspezione e non di superficiale emulazione; di non stare a soffermasi sul valore estrinseco dei capi, restituendo una certa dignità alla moda, all’essenza della stessa, colta da una donna che ne ha fatto il centro della sua vita per oltre 70 anni.

Lunedì, 25 Maggio 2015 12:43

Non chiamatela tuta

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E nemmeno salopette (anche se è altamente probabile la troverete chiamata così ovunque).

Quelli che hanno conoscenza da vendere nel settore la chiamano jumpsuit. Non è che sia proprio una novità di stagione ma è indubbio che tutte le nuove collezioni ne hanno almeno una. Un vero pezzo jolly che non esclude nessuno ma dà il meglio di sé sui soggetti alti, la cui taglia importa il giusto.

E guarda un po’, vengo a sapere che le origini della tuta sono proprio di una mente che aveva pensato ad un capo destinato all’alta moda. L’ideatore è stato Ernesto Michahelles, in arte Thayaht. Eclettico artista attivo sin dal primo movimento futurista, nel 1919 lancia l’idea di un vestito maschile dal taglio essenziale, con tasche e cintura. Comodo, da tutti i giorni.

Il mondo borghese del tempo non accettò di buon grado l’innovazione e la tuta venne relegata al mondo operaio. Thayaht, comunque, collaborò attivamente con l’atelier parigino di Madeleine Vionnet e, negli anni, la sua ricerca artistica abbraccia così tante volte lo studio per nuovi tessuti e abiti che oggi è considerato uno dei fautori della nascita dello stile made in Italy.

Così quello che da sempre è stato un capo destinato all’uso lavorativo adesso si trasforma in capo di tendenza. Tempo di serate all’aria aperta ma anche di cerimonie. In entrambe le occasioni, la tuta può essere il vostro passepartout. È nel suo essere vestirvi da capo a piedi e, come il suo inventore, è assolutamente eclettica. Sceglietela in lino o jersey per un’uscita informale oppure rivolgetevi alla seta se necessitate di un tocco più raffinato. Io le trovo deliziose per le cerimonie estive! Elegantissime quelle bimateriale, ovvero: pantalone e parte superiore differenti. Senz’altro non avrete problemi a trovarne in tinta unita – in giro ne ho viste soprattutto nere – quindi se non foste troppo fortunate nella possibilità di scelta è d’obbligo puntare sugli accessori, ma ormai sappiamo che questa è una regola applicabile a tutto!

Una scelta più vasta è offerta dal web. I principali siti di abbigliamento online ne hanno per tutti i gusti e le esigenze e devo dire che sono piuttosto scrupolosi anche nella guida delle taglie. Se poi riuscite a confrontarvi con i commenti di chi ha già acquistato il gioco è praticamente fatto.

Per vie traverse si inserisce nella categoria e ritorna in auge anche la classica salopette di jeans, soprattutto in versione maschile quindi più morbida e larga, e non c’è fashion blogger che si rispetti che non si sia fatta ritrarre con la sua bella salopette con maglietta bianca o a righe bianche e nere e Converse/Superga. Stop. Siete autorizzate ad andare oltre questa frontiera ma non lo siete a sentirvi così fashion da azzardarvi a stupire gli invitati con questo outfit al matrimonio della vostra migliore amica!!!

Non è mai tutto oro quel che luccica! Posso confermare una certa scomodità in caso di impellenze fisiologiche che, a meno che non vi troviate in un luogo “igienicamente sicuro”, potrebbero dare vita a brutte scene… Fatevi coraggio, è solo questione di un po’ di giochi di prestigio! E questo spiega perché lo trovi un capo inaccessibile in inverno: pensate a quanti strati dovrei togliere!! Ma scomodità relativa a parte, è un abito versatile, a prova di imprevisto dell’ultimo minuto e, inaspettatamente, si porta dietro un bel pezzo di storia della moda…

Fossi in voi una nell’armadio la terrei…

And the mantra goes on… Esorcizziamo il clima pseudo natalizio focalizzando la nostra attenzione su tutto ciò che bisogna assolutamente avere per la stagione delle braccia e delle gambe al vento. E se fino a pochi giorni fa eravamo ancora indecisi sulla fine da far fare ai nostri maglioni, oltreoceano si svolgeva - ed è tutt'ora in svolgimento - il Coachella Valley Festival! Il raduno dedicato alla musica e alle arti che muove cifre da capogiro ogni seconda metà di aprile in California. Partito un po’ in sordina nel 1999, dopo 15 edizioni (nel 2000 stop) diventa un appuntamento anche glamour. Inevitabili i confronti con il capostipite del genere Woodstock, anche se ne perde l’essenza e immagino come i nostalgici possano inorridire di fronte a tale paragone perdendosi in un’oasi di negozi, campeggi super organizzati e aree vip. Certo la musica. Quella rimane e gli artisti succedutisi nei vari anni non fanno rimpiangere ciò che è stato…

Bando alle ciance. Così come nell’agosto del 1969 si eresse una grossa colonna nel tempio dello stile, il Coachella fa del suo meglio, non si smentisce e rende omaggio al tempio prendendo in prestito molti spunti cosicché ci ritroviamo a scorrere gallerie fotografiche sovrapponibili. La famosissima catena di abbigliamento low cost H&M rende omaggio all’evento con una collezione tutta seventies di frange, fiori e impalpabili e ampi capi ricchi di colore. Se non avesse provveduto il brand svedese, per la bella stagione certo non avremmo avuto problemi di reperibilità perché dalla scia dei tessuti a fiori che però possono vestire anche occasioni più formali, parte tutto un altro filone di ispirazione hippy.

Ricreate il vostro Coachella per le strade delle città!

Che vogliate optare per uno short in jeans tagliato a vivo o per un maxi abito morbido e fluttuante, immancabile sarà la borsa a secchiello avendo anche la possibilità di scegliere sia tra l’high cost che tra marchi più alla portata, in ogni colore e dimensione. Al nostro scopo suggerirei una sempre verde pelle (o finta) color cammello di media dimensione. Ai piedi più che delle zeppe spingerei a scegliere dei sandali rasi e Valentino, ad esempio, li propone alla schiava con delle delicate placche metalliche ai lati e sul dorso del piede: deliziosi e di Valentino, volete mettere?

Ma ogni sandalo minimal può fare al caso vostro. Gemme e sbrillocchi tanto in voga qualche estate fa potete conservarli per le cerimonie! Un po’ off topic in questo caso ma totalmente in linea con i trend di stagione le espadrillas! Avete presente le ciabattine in tela con la suola grezza in iuta? Quelle! Sono state rilanciate dal marchio originale che naviga l’onda del successo dovuto dalla considerazione che le case di moda gli hanno dedicato. E anche in questo caso libero sfogo a tessuti, colori e ampiezze di portafoglio! Sulla comodità e sulla freschezza non mi sento di garantire: non grandi ricordi di queste scarpe nella mia infanzia ma in un ventennio cambiano tante cose quindi sarà il caso di aggiornare le nostre valutazioni verso settembre. La parentesi ciabatta non vi faccia dimenticare il baluardo della freschezza podalica estiva: gli stivaletti. Bassi, morbidi, scamosciati e color sabbia. Non dovete sapere altro.

Il Coachella style accoglie di buon grado tutto ciò che incarna lo stile hippy insaporito da un q.b. di gusto chic. Infine, una coroncina di fiori tra i capelli al vento sarà il vostro biglietto da visita su un top con le frange, ampi pantaloni svolazzanti e colorati o un abito di pizzo bianco.

Non si esce vivi dagli anni ’70.

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