Verso sera

Verso sera (4)

Nell’indimenticabile Palombella Rossa, il protagonista Michele Apicella, pallanuotista comunista e funzionario del PCI in crisi di identità, si rivolge alla giornalista che lo intervistava chiedendogli il perché del trend negativo della sua squadra e con l’ormai celebre frase: “chi parla male, pensa male, vive male”, come a dire che il linguaggio svela la nostra cultura e visione del mondo.

Negli ultimi decenni, moltissime ricerche hanno collegato l’utilizzo di un certo tipo di linguaggio, un certo modo di scegliere e coniugare i verbi e la scelta delle parole con tratti della nostra personalità come l'autoritarismo, l'altruismo, l'empatia, la chiusura sociale e addirittura rilevando anche profili patologici. Ascoltando il linguaggio di una persona capiamo molto della sua visione del mondo e, dunque, quando veniamo quotidianamente sommersi da espressioni del tipo “facendo sparire i venditori ambulanti le nostre spiagge saranno più sicure e pulite” capiamo tre cose:

  • che le nostre spiagge sono pericolose (fortunatamente, così non è) e sporche (questo è vero, perché sono inquinate e non mal frequentate…);
  • che la responsabilità è dei venditori ambulanti;
  • che facendo sparire i venditori ambulanti tornerà sicurezza e pulizia.

Non c’è bisogno di spiegare quanto questa affermazione del ministro Salvini sia falsa, tendenziosa e discriminatoria.

Facciamo un altro esempio: quando l’ardito Ministro dell’Interno sostiene che il problema non è il razzismo da lui oggettivamente alimentato ma il fatto che un reato su tre viene commesso da stranieri, quello che si assimila a volte sotto la soglia della coscienza, e questi sono i messaggi più pericolosi, è che il rimanente due terzi di reati sono meno gravi. Salvini indica senza mezzi termini il nemico da colpire e anche la sua agghiacciante battuta, “contro il caldo africano non posso fare niente”, rinforza il suo messaggio sprezzante.

Il linguaggio del Ministro leghista è tecnicamente discriminatorio e fascista, discriminatorio perché non parla di criminalità ma di criminali stranieri, non parla di povertà ma di poveri italiani e stranieri, non parla di bambini ma di bambini italiani e stranieri e rom, fino a qualche anno fa non parlava di italiani ma di meridionali e padani; per sua intrinseca natura tende a discriminare tra migliori e peggiori, superiori e inferiori in base all’appartenenza etnica, religiosa, geografica e così via. Fascista perché invoca ed evoca un continuo ricorso alla forza, alla violenza, alla sopraffazione per risolvere i problemi che ha di fronte: “se entri a casa mia esci steso” (neanche fosse Chuck Norris!); in occasione dello sgombero “dolce” di una palazzina da parte della sindaca di Torino Chiara Appendino, il Viminale ha fatto sapere che “se non funziona quello dolce ci pensiamo noi…” .

In ultimo, ma potremmo continuare a lungo, la minaccia a Roberto Saviano di togliergli la scorta è un modo neanche molto criptico per dire: disponiamo della tua vita!

Che tutto ciò ecciti le folle non è affatto strano e misterioso: Gustave Le Bon, Erich Fromm, Adorno, Reich e tanti altri hanno riflettuto e scritto tanto su questo fenomeno. Psicologia delle Folle (Le Bon), Psicologia di Massa del Fascismo (Reich), Anatomia della distruttività umana (Fromm), ci spiegano come il singolo individuo, soprattutto se impaurito e spaesato, cerca una guida forte e decisa e la forza e la decisione si dimostrano indicando un nemico e colpendolo, senza dolcezza e senza indugio. Lo psicologo Milgram, nel celebre esperimento “obbedienza all’autorità”, dimostrò come basta poco per slatentizzare le pulsioni più violente e amorali presenti in ognuno di noi. Carl Gustav Jung, riflettendo sulla tragedia del nazismo, ebbe a dire che in ognuno di noi è presente un criminale in potenza!

Tornando con la memoria agli anni del ventennio fascista sappiamo, anche se tendiamo a rimuoverlo, che il popolo italiano accolse le leggi razziali passivamente e che la chiusura del negozio dell’ebreo vicino destava indifferenza e, a volte, soddisfazione per vedere un concorrente in meno. La presenza dei campi di sterminio e la deportazione in quei luoghi di morte e tortura di ebrei, zingari, rom, oppositori politici, omosessuali (casualmente tutte categorie oggetto delle minacce di Salvini…) divenne nota a gran parte della popolazione dopo qualche anno ma non tutti inorridirono e, anzi, molti trovarono ragioni di comodo a giustificazione dell’opera di morte del Duce. I docenti universitari sostennero quasi unanimemente il fascismo pur di non compromettere le loro carriere accademiche.

Nella nostra città, nel giudizio di molti concittadini in merito all’opera di Adelchi Serena, gerarca fascista, segretario del PNF nel 1940 e, dunque, consapevole di tutti gli orrori in corso, conta più la realizzazione della piscina comunale che le responsabilità politiche per avere diretto il PNF e aver chiesto ai responsabili del campo di internamento di Campagna di esercitare più restrizioni sugli internati ebrei, oppure gli attacchi contro “l’internazionale giudaica” e le sua denuncia “contro gli atteggiamenti favorevoli alle famiglie ebree” di ufficiali impegnati in Croazia.

Questo ci dice che affermare che “il popolo lo vuole” non esprime la giustezza di un atteggiamento e che slatentizzare pulsioni aggressive e violente, presenti in ognuno di noi e in ogni società , rischia di essere molto pericoloso: il rendimento elettorale non giustifica il varcare di questo limite. Governare invocando ogni giorno il popolo affamato è un espediente per avventare il popolo, caricandolo di risentimento, contro un nemico, il più delle volte debole e indifeso, per continuare a perpetrare una politica oligarchica. Così era il fascismo, profondamente classista e a garanzia dei ricchi, così è il governo Di Maio-Salvini che non parla di povertà indotta dal capitalismo selvaggio ma di poveri italiani contri poveri stranieri e mentre i poveri lottano tra loro i più agiati con la flat tax vengono garantiti.

Un’ultima riflessione va doverosamente riservata a quell’atteggiamento terzo di chi non ama Salvini ma non si indigna per i migranti lasciati in mare o rispediti nei lager libici. L’indignazione e la pietà sono classificati come buonismo, si citano violentandoli e decontestualizzandoli autori come Flaiano, Sciascia e Pasolini, di gran lunga il più abusato di tutti (ogni volta che le forze di Polizia vengono contestate per eccessivo uso di forza c’è sempre il pentito di sinistra che cita Pasolini e gli scontri di Valle Giulia, ogni volta che si pronuncia la parola fascismo c’è sempre il solito pentito che tira fuori il fascismo degli antifascisti, fuori luogo e contesto ma questo non importa). L’immigrazionismo, come viene definito e manipolato il senso di pietà e umanità verso chi soffre, non esiste in quanto nessuno crede di poter ospitare tutti i poveri del mondo nel proprio paese: piuttosto, esiste la consapevolezza che le nostre politiche (vedi le guerre in Libia e Iraq, gli interventi in Eritrea ed Etiopia) provocano flussi migratori continui e che la riflessione andrebbe fatta su questo e non sul buonismo e altre fanfaronate ad uso leghista.

Esiste il razzismo, quello verso i neri: basta chiedere ad un amico di colore, anche se non è amico è uguale, quello che ascolta al suo passaggio, gli sguardi che incontra, le battute e gli atteggiamenti sociali che subisce e come tutto questo cambia in base alle campagne di opinione che vengono lanciate. Di fronte a ciò attaccare Saviano e le magliette rosse proclamandosi terzi ma finendo per fare il gioco di Salvini e Meloni e Di Maio (si anche Di Maio) diviene davvero incomprensibile.

Lunedì, 11 Giugno 2018 14:22

La scomparsa della Sinistra

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Luigi Ferrajoli nel suo ultimo libro “Manifesto per l’uguaglianza” (ed. Laterza), quasi una prosecuzione del meraviglioso “Destra e Sinistra” di Norberto Bobbio - di cui Ferrajoli è stato allievo - torna a sostenere come l’uguaglianza sia un architrave delle istituzioni democratiche e come debba essere l’orizzonte di senso di tutta quella parte politica genericamente chiamata 'Sinistra' all’interno della quale si trovano componenti che hanno storie e ispirazioni diverse, ma che sono unite dal ritenere che i diritti sociali, le libertà individuali e i diritti civili siano la base e il fine ultimo dell’agire politico di chi sceglie questa collocazione.

Storicamente la Sinistra, il Movimento operaio, i Sindacati progressisti, i partiti socialisti e comunisti hanno lottato per questi diritti conseguendo nel novecento grandi risultati; solo per citarne alcuni: il diritto allo sciopero, tutti i diritti dei lavoratori sanciti dallo Statuto dei Lavoratori, la Legge 194, la Legge sul divorzio e ancora tanto altro. Non sfugge certo il contributo del Partito Radicale sulle battaglie per i diritti civili e quello del cattolicesimo popolare sui diritti sociali. A un certo punto però, come spesso accade, la Storia si arresta e quello che ha unito la Sinistra al suo popolo, milioni di persone, una parte del Paese, e suscitato speranze nel Mondo intero finirà per dividerla.

La Sinistra nella sua componente maggioritaria, che si denomina generalmente riformista, nel Nord del Mondo tradisce le ragioni della sua esistenza, diviene forza di garanzia delle élites, dello status quo, dell’establishment, come avrebbe detto Pasolini “del Palazzo”. Non comprende più i lavoratori e le ragioni del disagio sociale, travolta dalla caduta del Muro di Berlino ritiene che, per sopravvivere, debba arrendersi al capitalismo e al suo volto più moderno e feroce, la globalizzazione. Non vede i disastri della globalizzazione e le enormi differenze che si creano all’interno dei paesi occidentali e tra il Nord e il Sud del Mondo; di più, attacca ferocemente tutti i movimenti socialisti del Sud (Venezuela, Cuba, Brasile, Bolivia, Paraguay, ecc.) accusandoli di essere antidemocratici e finge di non vedere le conquiste sociali di quei movimenti che danno ai loro governi - espressione di questa idea socialista, bolivariana o del terzo millennio - un grande consenso popolare nonostante l’aggressione degli Stati Uniti e dell’occidente. Dimentica la solidarietà internazionale con gli oppressi per accreditarsi con i più forti, lascia la Palestina tra le fauci di Israele e la Grecia negli artigli della Banca europea e del Fondo Monetario Internazionale (Renzi, appena insediatosi Tsipras, perderà l’occasione storica di stringere un’alleanza mediterranea per rinegoziare i Trattati).

Nessuno ancora, nel vasto campo della Sinistra politica, ha trovato la forza di dire che la fine del Mondo diviso in blocchi, organizzato sulle due superpotenze, USA e URSS, non ha rappresentato la Fine della Storia ma l’inizio del caos, come da anni ripete Emanuele Severino. La politica viene travolta dalla finanza e dalla tecnocrazia e la Sinistra rimane sotto le macerie non della fine dell’URSS, come temeva, ma del tramonto della politica.

La Sinistra, divisa in due componenti (divisione arbitraria e approssimativa, ma comunque esemplificativa) con relative teorie e prassi, reagisce in due modi:

- da una parte la Sinistra riformista e di (ossessionata dal) governo avvia uno spogliarello ideologico senza fine che la porterà a divenire la brutta copia della Destra, il “sì ma anche no” di veltroniana memoria rappresenta al meglio questa autodistruzione culturale; Tony Blair prima e Matteo Renzi poi, con il solito ritardo italico, sono la manifestazione di questo suicidio (passando per Schröder, Hollande e tutto il socialismo europeo). Lo scimmiottare i conservatori nell’applicazione delle politiche liberiste finirà per rendere, a fronte della distruzione sociale che il capitale globale pratica, i partiti socialisti e democratici i garanti dell’ingiusto status quo;

- la Sinistra più radicale e orgogliosa si dividerà in infiniti micropartitini in permanente guerra tra loro: una componente ossessionata dal mito della purezza assoluta all’eterna ricerca dell’impuro, estranea a ogni principio di realtà e dunque di rappresentanza, cadrà nell’abbraccio mortale di un generico civismo arancione che somiglia ad un grillismo di serie b; chi sfuggirà a questa dannazione rimarrà paralizzato dalla paura di essere emarginato istituzionalmente e sarà proprio questa timidezza a ucciderlo. In entrambi i casi si spalancano le porte dell’inesistenza politica.

A seguito della feroce repressione di Genova del Movimento dei Movimenti per qualche anno sopravvivranno ancora alcuni schemi e organizzazioni di sinistra; poi, anche travolti dagli errori di quel periodo storico, inizierà la fine a noi tutti nota. Il PD bombarderà, per usare una brutta ma inequivocabile espressione, il suo popolo: Legge Fornero, Buona Scuola, Trivelle, Jobs Act, abolizione del Corpo Forestale, finanziamenti alle banche, e altri sciagurati provvedimenti metteranno i chiodi sul coperchio della bara politica che il PD si è costruito con tanta cura. Un Partito sedicente di sinistra che cancella l’articolo 18 in nome della modernità celebra il suo funerale e non basteranno delle sacrosante battaglie per i diritti civili a far resuscitare il morto. Della rimanente parte più critica e radicale della Sinistra abbiamo già detto.

E così si afferma il Movimento 5 Stelle.

Le ragioni che hanno portato alla nascita della Sinistra sono più che mai attuali (fino a quando ci sarà il capitalismo ci saranno Destra e Sinistra, al di là delle ciance grilline), i ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sempre di più e sempre più poveri (profezia di marxiana memoria avveratasi), i redditi da lavoro in continuo decrescere, i redditi da capitale in moltiplicazione, ingiustizie e privilegi sempre più forti, la distruzione ambientale che ha superato il punto di non ritorno e, dunque, il Movimento 5 Stelle, anche saccheggiando il patrimonio culturale e storico della Sinistra - vedi il concetto di Decrescita e i riferimenti a Latouche e Ivan Illich, per non citare poi quelli a Berlinguer - finirà per apparire l’unico dalla parte del popolo, contro l’élite, l’unico a rivendicare giustizia sociale. Non c’è da meravigliarsi se chi crede nella giustizia sociale e ritiene che questa organizzazione socio-economica sia ingiusta finirà per votare Grillo e financo il fascista Salvini in politica estera apparirà come l’unico ad avere il coraggio di criticare le guerre dell’Impero d’Occidente, Libia su tutte (mentre il PD si dimenava tra un sì ma anche no alla guerra e la Sinistra radicale era impegnata a dividersi su chi aveva per primo criticato quell’intervento).

A livello locale l’andamento, tranne qualche rara eccezione, è identico: i governi di progressisti, di centrosinistra, hanno finito per rappresentare l’esercizio del potere per il potere - D’Alfonso docet! - rinunciando a coraggiose e necessarie innovazioni culturali e amministrative.

Il presente lo viviamo: il PD è un partito ormai balcanizzato e lontano da possibilità di rifondazione, come invece è accaduto al Labour di Corbyn, e la sinistra radicale nelle sue più variopinte espressioni è posseduta da una incontrollabile pulsione autodistruttiva che tanto appaga, però, chi la segue. Non servirà a nulla, almeno per un po’, gridare al fascismo alle porte perché tanta è la rabbia che il popolo di Sinistra tradito ha accumulato, e sappiamo che per superare un tradimento occorrono due cose: molto tempo e una ricostruzione della relazione su idee e modalità nettamente diverse da quelle che hanno portato al tradimento. Sul tempo non so dire, ma sicuramente di cambiamenti di rotta culturali e di metodo non si scorge traccia.

C’era una volta Lucoli.

Nell’immaginario cittadino Lucoli è il paese da attraversare per arrivare a Campo Felice o il paese di provenienza di qualche collega o amico. In realtà il Comune montano di Lucoli ha una storia ricca e gloriosa non solo per avere dato i natali a Pietro Marrelli, avvocato mazziniano membro della Carboneria, condannato a 16 anni di carcere per cospirazione, ma per aver avuto un’economia fondata sulla pastorizia e sul lavoro del bosco in una splendida valle attraversata da un piccolo corso d’acqua.

Con il tramonto della civiltà contadina, l’urbanizzazione e l’industrializzazione, Lucoli inizia a spopolarsi e decide di darsi un futuro legando le sue sorti al turismo monotematico invernale dipendente dagli impianti sciistici di Campo Felice. Fino a qualche decennio fa sopravviveva ancora qualche scampolo di vita rurale e il paese, soprattutto d’estate, era molo animato, tant’è che qualcuno scrisse sul lavatoio di Colle di Lucoli “alla fonte ci sarà sempre qualcuno”; così è stato, a qualsiasi ora si attraversava il Colle, alla fonte c’era sempre qualcuno. Ai margini del percorso stradale che conduce a Campo Felice insistevano molte attività commerciali e di ristorazione frequentate non solo da turisti ma anche da numerosi allevatori. Poi arrivò lo “sviluppo” legato agli impianti sciistici, sorsero numerose costruzioni edili, fu realizzato il casello autostradale di Tornimparte, in ultimo la galleria di Forca Miccia per collegarsi con le Rocche.

Il risultato fu disastroso: residence di Casamaina abbandonati, sequestrati, in rovina; Prato Lonaro deserto e spettrale; lottizzazioni a Collimento mai completate; villette a schiera buttate qua e là senza nessuna congruenza con il paesaggio e invendute. Nel frattempo i collegamenti viari da Tornimparte verso le Rocche tagliavano definitivamente fuori Lucoli anche dai semplici transiti. Lo spopolamento è aumentato e in ultimo è arrivato anche il commissario prefettizio a certificare la crisi economica, politica e sociale di quello che rimane uno dei più bei paesi appenninici.

La vicenda di Lucoli è emblematica di come l’adesione acritica, dogmatica, un atto di fede, ad un modello di sviluppo finisce per compromettere le poche possibilità di futuro di un territorio montano. Negli anni in cui tutto questo accadeva i centri montani hanno vissuto un forte e continuo spopolamento: dal 1920 ad oggi il 90% della popolazione delle aree montane è andata perduta, in Italia il 43% dei comuni è in area montana, vi risiedono 9 milioni di persone, il 14% della popolazione, su una superficie che rappresenta il 49% del totale. In Abruzzo i dati sono ancora più pronunciati: il 65% dei comuni è montano, vi abita il 23% della popolazione ed occupano il 67% della superficie (Rapporto Montagna 2017, Fondazione Montagne Italia).

Lo spopolamento delle aree rurali ha origine ormai secolare (dalla rivoluzione industriale inglese alle enclosures di marxiana memoria) e riguarda l’intero pianeta, non a caso la maggior parte della popolazione mondiale vive ammassata in enormi agglomerati urbani: Shanghai 27 ml di abitanti, Pechino 21, Lagos 21, Delhi 16, e si calcola che in molte grandi metropoli come Lima, Città del Messico, Lagos ci sia l’equivalente di un quarto della popolazione totale non censito, che vive in enormi favelas! L’effetto globale è l’aumento impressionante della povertà, del conflitto sociale, della disuguaglianza economica. Diversi rapporti economici internazionali segnalano che il 10% della popolazione del pianeta detiene circa l’80% della ricchezza globale mentre l'1%, da solo, arriva a concentrarne su di sé il 50%.

Il filosofo francese Lefebvre distingue tra l’epoca urbana in cui siamo entrati e quella industriale da quale veniamo e ci dice che lo spazio urbano viene plasmato in base a una logica interna all’espansione capitalistica; Marc Augé, sociologo francese, introduce nel 1992 il famosissimo concetto di Non-Luogo: i Non-Luoghi sono spazi generici, di accumulazione; nella città contemporanea sono i supermercati, i quartieri residenziali, le autostrade. La loro vocazione non è territoriale, non crea identità singole, rapporti simbolici e patrimoni comuni, ma piuttosto facilita la circolazione, dunque i consumi. Infatti una società che abita i non-luoghi è più esposta alla propaganda, all’impoverimento del linguaggio, all’indifferenza civile, alle politiche del consumo. L’uniformità insediativa dei (non) luoghi per abitare, lavorare, divertirsi, comunicare, impedisce di affezionarsi ad essi.

L’antica polis era fondata sul culto di un eroe morto, la città cristiana è fondata sul culto di un santo eroe, la società che abitava la città pre-rivoluzione industriale era fondata sui valori dell’eroe, santo o pagano che fosse. La città moderna è fondata invece sugli affari, sulla possibilità che ha il capitale di espandersi, infatti ormai parliamo di agglomerati urbani, la città è abitata dal cittadino, colui che è titolare di diritti e doveri ed è protetto dallo Stato, l’agglomerato è abitato da individui/ massa agglomerati e consumatori.

Sappiamo che esiste tra l’esperienza degli spazi e dei luoghi e il vissuto psichico una correlazione, i correlati psicologici del vivere nei non-luoghi risultano essere la perdita di identità, la frammentazione sociale, l’isolamento, la solitudine, depressione e sradicamento. Vissuti psichici di miliardi di individui che sempre più spesso cercano nei luoghi rurali un nuovo modo di essere al mondo, anche se la tendenza continua ad essere quella all’urbanizzazione e alla crescita smisurata degli agglomerati urbani. Se questa è la tendenza si capisce come il vivere in montagna rappresenti un opus contra naturam, cioè un qualcosa che si oppone alla tendenza dominante. Questa difficile opera è addirittura ostacolata dalle politiche messe in atto dai governi che si sono succeduti almeno negli ultimi trent’anni: dimensionamenti scolastici che hanno portato alla chiusura di quasi tutte le scuole superiori nei centri montani e all’accorpamento della scuole primarie, chiusura dei presidi sanitari, razionalizzazione, che poi è risultata essere chiusura dei servizi al cittadino come farmacie, sportelli postali e altro ancora.

In questo modo vivere nei centri montani è divenuta una scelta eroica che porta con sé correlati psicologici come il senso di estraneità al Mondo, accompagnato da sensazione di non-esserci o di essere diverso dagli altri. La strada che porta a ripopolare o quanto meno salvare i paesi montani è quella che passa per la possibilità di rifondare una comunità che è fatta di valori, ideali, luoghi, tradizioni, personaggi, animali, storie. Se si daranno gli strumenti per ricreare una collettività allora questa si baserà su una struttura socioeconomica.

Su questo punto si scontrano due modelli diversi, quello sviluppista e quello dei servizi e comunitario. La parola “sviluppo”, come ci ricordano Pasolini e Latouche, fa riferimento alla mistica della crescita infinita, per questo ha smesso da tempo di essere una cosa scientifica, è diventata mistica, mitologia, religione. Per dirla con le parole di Latouche “un feticcio imbroglione che anestetizza le sue vittime, il vero oppio dei popoli, che garantisce solo i pochi ricchi a danno di tutti gli altri”. Il modello sviluppista si fonda sulla teologia del PIL, puntando a creare dei non-luoghi ovunque, in montagna come al mare, omologando culture diverse, stili di vita e di consumo, sacrificando il genius loci. Il modello dei servizi e comunitario cerca invece di ricostruire comunità riaprendo scuole, presidi sanitari, offrendo servizi culturali, digitali, riformando enti pubblici (accorpare i Comuni e togliere alle agonizzanti Province la gestione delle strade, ad esempio), sostenendo le economie legate ai luoghi; in questo modo si restituisce un’identità collettiva basata su una coesione sociale e su una valorizzazione di storie e tradizioni. Si ridà vita allo Spirito del Luogo.

Le politiche delle Grandi Opere (legge Obiettivo di Berlusconi, Sblocca Italia di Renzi) trasformano i territori i non-luoghi, aperti solo per il consumo e il transito, non certo per viverci. Quei fondi dovrebbero essere investiti per una politica della montagna che preveda al bisogno l’adeguamento dei trasporti e delle infrastrutture (evitando opere sovradimensionate che fanno la fortuna di progettisti e imprese), ma che dia soprattutto la possibilità di creare una comunità con un suo genius loci. Da queste poche righe si intuisce come i paesi montani non saranno salvati dal tentativo destinato a fallire di portare la città in montagna o di ammassare quante più persone possibile in un luogo montano in un determinato periodo dell’anno. Se questa politica funziona in determinate situazioni non vuol dire che può essere applicata ovunque (si ricorderà la proposta di far diventare Tornimparte come Roccaraso!) e soprattutto non è sufficiente a creare una comunità, un luogo per vivere (basti pensare alla tantissime stazioni balneari, vive per tre mesi l’anno, spettrali per gli altri nove mesi).

Quando affrontiamo questo tema ricordiamoci di Lucoli…

Diversi anni or sono, ai tempi degli sbarchi dall’Adriatico di cittadini albanesi, durante una riunione tra docenti universitari un professore della Facoltà di Ingegneria, poco a conoscenza del suo mondo emotivo, raccontò un sogno: si trovava su una montagna, iniziò a rotolare giù e finì su un barcone pieno di albanesi che lo portò non in Italia ma in Albania. Si svegliò spaventato e spaesato.

L’ingegnere diede la responsabilità di questo strano prodotto onirico alla costolette di maiale mangiate la sera precedente, gli psicoanalisti presenti in sala invece non faticarono a riconoscere i temi archetipici del sogno. Il sogno diceva al professore che nuove parti psichiche, frammenti scissi di personalità, stavano emergendo. Venivano rappresentate nel sogno dall’arrivo dei diversi, degli sconosciuti, gli albanesi e dall’essere scaraventato in una terra vissuta nell’immaginario collettivo come ostile, l’Albania.

Lo straniero da sempre rappresenta l’Ombra della società in cui arriva, il potenziale destabilizzatore. L’epoca ipermoderna, tuttavia, dell’arrivo dei diversi, dell’apertura al mondo, della globalizzazione ne ha fatto la sua base, a condizione però che viaggino le merci, i capiali e i flussi bancari non le persone, in quel caso la globalizzazione smette di essere una promessa e diventa una minaccia. In realtà, in tempi di turbocapitalismo le promesse sono per pochi e i guai per tanti, tantissimi.

I primi a vivere i guasti della globalizzazione che l’Occidente ha imposto esportando la sua cultura e i suoi stili di vita al resto del Mondo, per amore o per forza, con la promessa del benessere illimitato o con la guerra, sono proprio i migranti, gli abitanti del Sud del mondo. Libici, iracheni, afgani, curdi, siriani, palestinesi, tutti costretti a fuggire dalle guerra causate, in qualche modo, dall’Occidente. Nigeriani e subsahariani in fuga dalla miseria e dalle predazioni che il Nord del mondo svolge sulla loro Terra. Quella dei migranti è una dannazione, in fuga dalle bombe e dalla miseria, accompagnati dalla morte sempre, passo dopo passo, a disposizione di orribili mercanti di uomini, torturati, stuprati, uccisi, annegati, questo è il destino di quelli che Fanon avrebbe chiamato e chiamò i Dannati della Terra.

Toccato il suolo di un Paese d’Occidente, l’Italia, che fino a prima dell’arrivo dell’agente Minniti li salvava in mare mentre ora li lascia nelle mani degli aguzzini libici, si rendono subito conto che la Dannazione non è finita, infatti sul loro destino si gioca una sporca partita politica. La retorica fascitoide della Destra italiana afferma che la nostra comunità è formata da italiani e stranieri e che i guai dei primi sono causati prevalentemente dai secondi.

Entrambi gli assunti sono falsi.

La comunità è formata da chi la costituisce, la vive, la trasforma, la anima, la costruisce, per questo la Comunità è qualcosa di più della somma delle singole individualità, non un insieme di monadi ma un tutto. La frammentazione di questo Insieme, non certo provocata dai migranti, è la causa di tanti mali della società contemporanea. Il secondo assunto risulta essere se possibile ancora più falso, l’impoverimento della nostra società con il suo portato di disoccupazione e precarietà, i guasti della sanità, istruzione, giustizia, i dissesti del territorio e la distruzione ambientale, non sono certo responsabilità di chi è arrivato ieri ma da chi ha vissuto e governato l’Italia almeno negli ultimi ventenni.

La discriminazione si nutre sempre del razzismo, cioè dell’idea che un popolo (una razza, come si diceva nel ventennio, tra l’altro quest’anno ricorre il tragico ottantesimo anniversario della promulgazione della legge sulla Difesa della Razza), sia inferiore ed un altro superiore. In una recente conversazione, un assessore di Destra mi diceva che quello che infastidisce il “suo popolo” è vedere questi “neri, ben vestiti con il cellulare che ridono e scherzano”, dunque se il migrante si spacca la schiena sui nostri campi o nei nostri cantieri e a fine giornata di lavoro sparisce dalla nostra vista, allora può essere tollerato, ma se telefona come noi, veste come noi, ride e scherza come noi, allora no, non va bene.

Questa credo sia la radice più profonda del razzismo: se tu sei al mio servizio ti posso tollerare ma se tu vuoi essere come me, allora no, perché tu sei diverso, inferiore.

Su questa discriminazione di fondo poi cresce l’opportunismo elettorale (l’assessore di cui sopra mi raccontava dei tanti voti che questo sentire razzista muove e per questo lui lo cavalca), la violenza nazista (basta leggere i post sui social che parlano di puzza dovuta al colore della pelle, uomini primitivi e quanto altro), lo sfruttamento ( un straniero non lo puoi remunerare come un italiano) e tutti gli altri atteggiamenti sociali mossi da rabbia e risentimento male indirizzati, indirizzati verso chi sta peggio.

La guerra tra poveri d’altronde è uno dei meccanismi che da sempre garantisce le classi dominanti. Possiamo concludere che gli italiani sono razzisti? Sicuramente un numero significativo di italiani lo sono. Possiamo concludere che gli italiani hanno un’attrazione per il fascismo? Le masse desiderano il fascismo, scriveva Reich, soprattutto nei momenti critici e questo lo è. Il fascismo come promessa di ordine e chiarezza, delegando tutto ad un capo carismatico; dimenticando però che il fascismo e il razzismo, il fascismo e la violenza, la violenza e il razzismo sono coppie inscindibili che generano mostri. L’istruzione di massa aveva lo scopo in principio di rendere il popolo consapevole e libero, con l’avanzare del capitalismo e dell’età della tecnica il sapere è divenuto al servizio di qualcosa o qualcuno e quando bisogna servire è preferibile non rendere liberi e consapevoli i servitori. La Modernità così concepita finisce per partorire colui che per nascere aveva ucciso: il fascismo, cioè quell’idea di governo della collettività basata su violenza, discriminazione e razzismo, odio per il sapere.

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