Libera-Mente

Libera-Mente (3)

"Noi siamo la memoria che abbiamo e la responsabilità che ci assumiamo. Senza memoria non esistiamo e senza responsabilità forse non meritiamo di esistere". José Saramago

Avevo una fiaba illustrata da bambina, l’ho conservata nella memoria per anni, senza sapere il perché. Poi, improvvisamente, il 6 aprile di quest’anno, alla fine della consueta giornata di commemorazione del collettivo, familiare e personale anniversario triste mi è tornata in mente, mentre a testa in su guardavo il cielo azzurrissimo incorniciato dentro al cortile di uno di quei meravigliosi palazzi della nostra L’Aquila bella, da poco tornato a risplendere. Sono indescrivibili le sensazioni che provo di fronte alla bellezza amata che ritorna e rinasce e che giustamente viene festeggiata, rispetto al dolore immutato che mi arreca l’idea dei nostri cari che, invece, non tornano più.

Una gallinella si sentì cadere sulla testa una ghianda: “toc”, si convinse che il cielo stesse per cadere e si mise in testa di avvisare il re. E a tutti quelli che incontrava sul suo cammino diceva che il cielo stava per venire giù e non c’era tempo, il re doveva essere assolutamente avvisato. Immagino di essere restata sospesa pure io - da bambina - nell’attesa di vederla recapitare il suo messaggio, mentre chi leggeva per me voltava le pagine. Il messaggio al re non arrivò mai, poiché durante il tragitto successe qualcosa che la mise realmente in pericolo di vita: la paura fu tale e tanta da farle dimenticare il suo proposito e perfino che il cielo fosse sul punto di cadere.

La memoria fa di noi quel che siamo, costituisce un nucleo profondo di identità, “senza memoria non esistiamo”, afferma Saramago nel passaggio che -insieme ad altri parenti delle vittime - abbiamo scelto quest’anno a cornice della nostra nona fiaccolata di ricordo e dolore.

Senza memoria siamo e ci sentiamo persi, quanto spesso lo abbiamo visto capitare a chi si confronti con la drammaticità di una patologia che ne intacchi la funzionalità? Si perdono i ricordi, l’orientamento, ci si smarrisce, si perdono i visi, i nomi e i legami con i propri cari. Si perde il senso, soprattutto il senso di sé.

Arriviamo a Longarone che è già buio, il viaggio è stato lungo, siamo stanchi, abbiamo fame. Forse è solo suggestione, non so dirvi, ma la presenza della diga è tangibile, qualcosa che percepisco da appena scesa dall’auto. Del resto è là, proprio di fronte a noi, anche se al buio si intravede a mala pena e una parte di me mi fa pensare: “ma no, non può essere”. Invece, lo so: queste montagne, quel blocco di cemento, questa valle, sono ormai incise nella memoria collettiva di ciascuno di noi. Adesso. Ora che il disastro del Vajont è uscito, dopo anni, dal silenzio che lo aveva seppellito insieme ai morti e insieme a quelli restati vivi e diventati muti.

Quasi che la forza dell’aria e dell’acqua avesse spogliato pure loro - di tutto, pure dell’identità - lasciandoli nudi e inermi, davanti ad un informe che non riconoscevano più. Quasi che i sassi e l’acqua, oltre a devastare, stravolgere il conosciuto, inghiottire ogni punto di riferimento - Te lo direi dove si trova la mia casa, se solo riuscissi a capire dove ci troviamo -, avessero riempito e impastato anche la loro gola e la loro bocca. Non più un suono, non un gemito, non ingoi nemmeno, davanti al terrore. Chi ci riesce, piange. A volte, solo dentro. Lacrime fisse che restano veli di acqua davanti al cristallino oppure si raccolgono in gocce ferme nell’angolo dell’occhio che quasi ci si vergogna a lasciar andare. Ho visto spesso lacrime così, lacrime singole che rigano volti di traumatizzati, senza avere nemmeno la forza necessaria - loro no - per cadere a terra. Dopo un po’ si asciugano, lasciando appena un velo di sale sulla pelle.

Ti senti in trappola a Longarone, hai come la percezione di essere dentro un buco perché sei circondato da montagne tanto più alte di te e anche se sai di non essere in pericolo, anche se sai che lassù - in cima oltre la diga - l’acqua non c’è più, sai pure che da là è arrivata qui a valle, con una violenza che è difficile immaginare ma che irrimediabilmente ti suggestiona. Soprattutto, quando te la raccontano in metri cubi, velocità di discesa, tempo tra la caduta della frana nell’invaso e l’impatto dell’acqua sul paese. Numeri che qui conoscono tutti. A memoria. Insieme a quello dei morti, dei morti bambini e anche dei morti mai identificati. E non te lo riesci a dimenticare, anche se sei al sicuro. Non te lo dimentichi, perché la diga la vedi sempre.

Le finestre della mia stanza d’hotel affacciano da quel lato, la guardo prima di andare a letto e la guardo appena alzata, mentre albeggia e i colori cambiano rapidamente: il contrasto tra il celeste, il giallo, il verde, l’arancione caldi di quest’autunno - simile a quello del 1963 - e il grigio cemento incastonato come una dentiera tra i due lembi della montagna mette i brividi.

Ho sempre avuto un legame emotivo con il disastro del Vajont, visualizzo, empatizzo, mi sintonizzo, da sempre. Vidi un film, anni fa, non riesco a collocarlo nel tempo ma so per certo che fu prima del disastro che “cadde in testa” a noi aquilani. “Ci è caduto in testa”, ho detto così quando è stato il mio turno di parola di fronte agli studenti che ci hanno accolto nell’auditorium del Museo Longarone Vajont: “Attimi di storia”.

Sono emozionata più del consueto, davanti a questi giovanissimi che potrebbero non aver mai sentito parlare del terremoto dell’Aquila, nel corso della loro breve vita. Sono emozionata per via del video che hanno proiettato prima del nostro intervento e a cui non ero preparata: la scossa, le macerie, la casa di mia sorella sullo schermo, le persone intente a scavare. Ma, soprattutto, sono emozionata per via di tutti i Vigili del Fuoco dell’intera regione Veneto divisa per provincie che mi hanno presentato al bar e che ora solo seduti alla mia destra, in platea.

Ho stretto una mano dopo l’altra, assistendo senza stupore alcuno ai miei occhi che, ad ogni stretta, diventavano un po’ più lucidi, sul punto di piangere senza farlo. Non lo dimentico mai di essere sopravvissuta ad un evento traumatico, anche se sono una privilegiata che ha potuto elaborare, trasformando rabbia e dolore in milioni di forme, anche in virtù della professione che ho il privilegio di fare. Una professione che mi consente di ragionare di continuo sul dentro e sul fuori, su quello che in una relazione è mio, su quello che è di un altro, su quello che è nostro, impegnata in quella terapia della parola che è narrazione, ascolto e costruzione di nuove narrazioni: una restituzione di senso da cui non si può prescindere, soprattutto in certe specifiche situazioni.

L’Aquila, Amatrice, Rigopiano, Viareggio, Longarone sono per me scenari che vanno oltre le righe di un libro sui traumi, ben al di là degli approfondimenti professionali complessi che continuo a dedicare all’accarezzare dolori e lutti; e, in parallelo, alla clinica di un mostro - il Trauma, quello con la T maiuscola - che è in grado di stravolgere prima e condizionare, poi, il corso di un’intera vita, se non trattato adeguatamente.

Sono scenari che vanno oltre, vi dicevo, perché sono soprattutto volti di persone - altri parenti - alcuni dei quali diretti superstiti di una catastrofe, con i quali mi impegno in incontri che hanno come obiettivo globale proprio la restituzione di senso. E questo è un altro privilegio, poter ragionare sul significato che le cose assumono quando ad un evento traumatico sopravvivi.

Uno dei punti più dolenti per chi resta. Perché a quell’essere restato, colui che resta deve poter dare risposte che gli facciano trovare pace, tanto quanto chi in pace è andato a riposare, dopo una morte che, no, non è stata serena. La strada dal restat al requiescat è davvero troppo complicata per chi sopravvive, per chi fatica a trovare pace interiore o pace su questa terra, ammesso si voglia contemplare l’esistenza di un aldilà.

Imparare a convivere con i vuoti e con il peso di sopravvivere ad altri implica una buona dose di compromessi che trovano un senso anche nel Ricordo collettivo e nella conservazione di una Memoria condivisa.

Atti civili ben distanti dall’individualismo che spesso viene proiettato su quanti abbiano subito o siano sopravvissuti a lutti ed eventi traumatici. Nulla a che vedere con quella fissazione o quell’alterazione di lucidità che viene attribuita, talvolta, a chi resta e si batte anche per un mondo migliore. Se un Senso non lo si può trovare nell’immediato e nemmeno nel breve termine (magari con la ricerca e l’ottenimento di Giustizia), si può fare di altro il cardine del proprio equilibrio interno, la motivazione per portare avanti battaglie che sì vengono sostenute anche da rabbia e dolore personali ma che trovano ragion d’essere nell’intento di allargare alla collettività - in modo assolutamente protettivo e preventivo - quello di cui si è stati involontari protagonisti, prima ancora che vittime.

Solo così, ricordo, condivisione e racconto diventano taumaturgici per chi incarna sulla propria pelle, in ogni singolo singhiozzo o lacrima mai versata, in ogni singolo solco di ruga e anche in tutte le parole mai dette e strozzate in gola, l’essere sopravvissuto ad un evento che - troppo spesso - poteva e doveva essere evitato.

Longarone è tutto questo e anche molto di più. Perché dovrà pur esserci un senso profondissimo di rispetto e monito se dopo 55 anni, la mattina del 9 ottobre, mi trovo a passeggiare in un posto deserto che ha le saracinesche abbassate in ogni attività commerciale, pubblica o privata, comprese la Posta e la Banca, per intenderci. Ha aperto il forno un paio d’ore e basta, il significato simbolico che il pane assume abbraccia sacro e profano insieme. E poi, ci sono le messe disseminate durante tutta la giornata, a monte e a valle, a Erto, a Casso, a Codissago, a Castellavazzo, a Longarone, nel cimitero monumentale di Fortogna.

C’è il lutto cittadino espresso e visibile in manifesti con il logo del Comune affissi ovunque. Un lutto che proprio tutti d’accordo non mette, dopo 55 anni, c’è chi si lamenta di dover fare 20 km per raggiungere le Poste più vicine e lo fa proprio con me che sono lì per capire e fotografare con gli occhi. Per trattenere, come una spugna. Eppure. Il rispetto di chi nemmeno c’era ma ha avuto decine di parenti deceduti, la disperazione tangibile di familiari restati per anni in silenzio, il dolore muto che osservo a distanza, ossequiosa pure io, in chi permane per mezz’ora immobile e a testa bassa, davanti a delle lapidi bianche che si sono volute semplicissime e tutte uguali, a parte l’incisione di nome e cognome, gli occhi di ogni sopravvissuto che ho incrociato e con cui ho potuto scambiare qualche parola, tutto qui ti fa percepire l’immensità di quello che è successo, perché tutti il Vajont ce l’hanno in qualche modo inciso addosso, proprio come i solchi visibili che l’acqua ha lasciato sulla roccia, passando.

Talvolta, l’andare avanti viene proposto come imperativo categorico di fronte alle tragedie, un’esortazione a dimenticare che sa di pericolosa rimozione, di non elaborazione, quasi si pensasse che Ricordo e Memoria siano di per sé autocommiseranti, distruttivi, pericolosi, non evolutivi. Il contrario, direi.

Talvolta, si pensa alle commemorazioni e agli anniversari come qualcosa di dovuto alle vittime e ai loro parenti, si pensa ai cippi da infiorare e alle fontane da inaugurare tra un taglio del nastro e l’altro e non si coglie l’essenza, l’importanza simbolica che tali luoghi fisici -che diventano spazi mentali- assumono, possono o dovrebbero assumere anche nella costruzione di senso di chi è restato e di chi verrà, sia esso un visitatore o una nuova generazione.

Se ne discute molto, troppo, nella nostra amata città. E forse, ora che il decimo anniversario è ormai alle porte, varrebbe la pena riflettere su quel che si vuole diventare ed essere, prima ancora che tornare ad essere. Perché ogni ri-nascita ha in sé delle enormi potenzialità. Varrebbe la pena dotare di senso una storia che è nostra prima ancora che di altri, un pezzo di identità collettiva che dovremmo imparare a preservare dall’oblio perché ci appartiene.

A Longarone dove, come detto, per troppo tempo si è restati in silenzio, congelati, Memoria e Ricordo non sono più in discussione e fanno parte della valle, come gli alberi, come il colore azzurro del cielo, come l’aria profumata che arriva dalle Dolomiti, come il Piave che mormora e come la diga che sta là, immobile e muta. E custodi della memoria non sono solo i luoghi -la diga, il museo, il cimitero, il campanile o la pietra enorme arrivata dalla frana, su cui a Casso hanno costruito il pulpito della chiesa- ma anche le persone che li abitano e li animano, ricordando di continuo. In una narrazione collettiva che, da Paolini in poi, si ripete, come un suono di sottofondo che -proprio come la diga e il suono dell’acqua che è restata- non ti lascia mai.

Uno dei nostri accompagnatori, Michele Giacomel, pur non avendo memoria personale di quanto accaduto si rivela un narratore capace di farmi visualizzare ogni singola cosa che racconta perché lui stesso è figlio di quella storia e non solo di una madre che aveva appena 13 anni, nel 1963. Michele è un volontario, uno dei cosiddetti Informatori della Memoria che si avvicendano nell’accompagnare i visitatori lungo i percorsi dei Luoghi della Memoria, sempre segnalati da un cartello.

Vi sembrerà banale ma trovo l’idea degli informatori una straordinaria risposta (evolutiva), tra le tante che qui si è saputo dare ad una storia drammatica che finalmente ha preso il giusto spazio, anche mentale, il giusto tempo, il giusto riconoscimento locale e nazionale, individuale e comunitario. Una restituzione di senso collettiva, sistemica, assolutamente sovrapponibile a quella responsabilità esistenziale evocata da José Saramago.

Non posso descrivervi in nessun modo le emozioni provate nel camminare sopra la diga e le sue grate, non il senso di vertigine e la morsa alla bocca dello stomaco che non mi hanno lasciata mai, mentre qualcuno, all’interno del nostro gruppo, decideva di rinunciare a quei passi sospesi nel vuoto e a questa visita tanto densa di significato da attivare dei mostri interni non del tutto sopiti. A ragione, ve lo assicuro.

Non troverò parole per comunicare il senso di pace e simultaneo strazio che mi ha lasciato il camminare all’interno del cimitero monumentale di Fortogna, con le sue lapidi, le sue statue e i colori delle montagne tutt’intorno. E con le sue bacheche piene di resti di quanto fu recuperato, di fotografie di superstiti, morti e soccorritori, con i suoi orologi fermi alle 22.39 e con le suppellettili piegate dalla forza dell’acqua. Si scavò per 72 giorni e non tutti i morti furono recuperati.

Qualche volta ti crolla tutto intorno, il mondo che conoscevi fino ad un attimo prima scompare o viene inghiottito, muori, sopravvivi o finisci per ritrovarti esausto. Eppure, come nella fiaba della gallinella in cui il re non seppe mai che il cielo era stato sul punto di cadere, anche nelle circostanze più drammatiche il cielo non cade.

Il cielo non cade mai, lo sanno anche i bambini. Non si diventa quel che si è dimenticando, perché si resta sempre figli della propria storia, anche e soprattutto quando fa male.

Dedicato ad Arnaldo Olivier, sopravvissuto del Vajont.
Lui e i suoi occhi pieni di parole sanno perché.

Mercoledì, 18 Luglio 2018 14:17

La tentazione dell'indifferenza

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Mesi fa, nell’introdurre il mio intervento ad un convegno, mi hanno presentata come psico-traumatologa.

E io, che faccio sempre fatica a stare dentro a confini ed etichette, ammetto di aver pensato per una frazione di secondo, con una minuscola punta di orgoglio ma pure di imbarazzo: “Cavolo, sul serio lo hanno detto…”.

Bene che non ci si senta mai del tutto arrivati, non per falsa modestia ma per consentirsi margini di movimento e di crescita. Tuttavia, riflettevo, di traumi mi occupo da tempo ed è difficile prescindere da quel che fai quando tenti di formarti un’opinione rispetto a quel che accade intorno a te.

Non sono giorni facili. Anzi. Sono giorni di ascolto pieno e di parole mancanti, giorni in cui: “Sul serio lo hanno detto?”, non fai in tempo a pensarlo di una questione che già ne viene sollevata un’altra e non ce se la fa a commentare tutto, nemmeno se quello che viene detto tocca da molto vicino quello che sei e quello che fai nella vita. Il che, per me, è la stessa cosa. Le parole latitano o rincorrono pensieri troppo rapidi per essere fermati su carta. Vorresti e forse dovresti -le parole- trovarle pure tu. Perlomeno, tu più di altri, mi sono detta.

Ascoltavo l’intervento della neosenatrice a vita Liliana Segre, nel giorno del voto di fiducia al governo. Ascoltavo questa nonna, una delle poche ebree italiane sopravvissute ad Auschwitz ancora viventi, rivolgere i suoi richiami  -anticipatori, tristemente profetici, forse? - a respingere quella “tentazione dell’indifferenza verso le ingiustizie e le sofferenze che ci circondano”.

Una tentazione che diventa silenzio complice, cecità corresponsabile, anestetizzazione delle coscienze, ogni qualvolta della Storia si è compartecipi senza apparentemente rendersene conto. Senza avvertirlo quel “senso della responsabilità che ciascuno ha verso gli altri”. Respingere la tentazione dell’indifferenza. Non lo considero un verbo buttato lì a caso, respingere.

Invece, piuttosto, si cavalcano ondate di antisemitismo, intolleranza, razzismo, fascismi e disumanità.

Si cavalcano con una enorme dose di aggressività espressa, agita: verbalmente, nei gesti quotidiani e perfino nei commenti social, questo colpisce quando ci si soffermi a guardarsi intorno. Si è perlomeno consapevoli di quanta aggressività si vomita in giro? Non c’è bisogno che ce lo ricordi la Chiesa che l’Umanità sta perdendo. Restiamo Umani, in questo senso, è molto più che un slogan da stadio da contrapporre a quanto detto sopra. Molto più di una preghiera sacra o di una disperata invocazione. Restare umani è l’unica vera possibilità, ci preserva davanti all’orrore, al contrario dell’anestesia delle coscienze. Sappiamo già come è andata a finire in tempi non lontani a noi.

Ascoltavo la senatrice e mi sono ricordata di quando, nei primi anni di università, pensavo che avrei desiderato intervistare gli ebrei sopravvissuti all’Olocausto, magari per la tesi di laurea. Ce lo avevo già questo pallino del trauma, ce l’avevo ancor prima di studiarlo nel dettaglio, volevo capire cosa resta in chi resta, volevo sapere come ci si sente, cosa si prova a diventare un sopravvissuto. Vivere sopra, letteralmente. Sopra ai cumuli di macerie, sopra al pelo dell’acqua, sopra ad altri corpi morti intorno… Restare vivo. In senso assoluto, rispetto a situazioni che mettono in pericolo l’incolumità personale. In senso comparativo, se il “vivere sopra” di chi resta lo mettiamo in relazione anche al venir meno di chi -date le stesse condizioni di pericolo - muore.

Lo sanno bene i sopravvissuti, questo. Sanno bene quali caratteristiche possa assumere il senso di colpa (del sopravvissuto, si chiama proprio così) per il fatto che una determinata sorte sia toccata ad un altro e non a te. Dice bene anche questo, la senatrice Segre. Non lo sapevo quante ne avrei viste, con gli anni. Non sapevo niente ma mi facevo mille domande. Mai immaginando che le pieghe che assume la vita avrebbero trovato il modo di fornire risposte a molti dei miei quesiti. E non solo studiando libri. Semplicemente osservando quel che intorno a me è capitato e continua a capitare, parlando con le persone, ascoltando il ripetersi di storie che s’assomigliano, pur restando uniche. Ognuna con le sue singolarità. Ognuna con il suo carico di dolore e sofferenza. Ognuna con una frattura impressa e riconoscibile, quella ferita psichica che divide nella mente e nell’esperienza il prima dal poi.

Non le ho più fatte, le interviste agli ebrei. Nel ghetto di Roma, negli anni, ci sono andata solo a passeggiare e a comprare quel dolce pesante di cui non ricordo mai il nome, quello che quando passammo agli euro costava tanto ma erano cinque euro ben spesi perché è buonissimo e pieno di ingredienti: pezzi di cedro, mandorle, uvetta, frutta secca, cannella. Un mix di sapori e consistenze che rende piacevole ogni morso. Fa venire in mente quegli angoli di mondo che hanno reso pensabili le mescolanze, perché si mette nell’impasto quello che c’è, quegli angoli di mondo che hanno reso pensabili le convivenze di anime diversissime tra loro, talvolta. Equilibri sottili che mille volte si sono incrinati e non sempre ce se ne è potuti rallegrare. Equilibri sottilissimi quanto confini che -in teoria- starebbero solo sulle mappe.

La mappa non è il territorio è un insegnamento sacro, nella teoria sistemica.

Passeggiavo, li osservavo, gli ebrei, non avevo mai il coraggio di fermare nessuno. Nel discorso, la senatrice Segre ha nominato anche i Rom e io mi sono ricordata di quella zingara incontrata al lago, anni fa, in un improvvisato campeggio giovanile, volevo mi leggesse il futuro per chi lo sa quale pena d’amore, invece lei disse soltanto: “tu farai la tesi su di noi”. E non si capiva e non capii al momento se fosse una premonizione, un suggerimento o una suggestione ipnotica cui avrei dovuto sottostare. La feci sui matrimoni interculturali, comunque, poiché avevo la necessità di incrociare il mio interesse per la psicologia della famiglia con quello che già all’epoca nutrivo per le migrazioni e l’impatto che iniziavano ad avere su una società che multietnica lo diventava di fatto e non ancora che consapevolmente. Scotti che si pagano, prima o poi.

Tanti anni sono passati. Sorridevo al ricordo di quella vecchia nomade coi denti d’oro. Sorridevo e già buttavo giù queste righe ma era prima che il nostro Ministro dell’Interno prendesse posizione anche sui Rom. Era prima della chiusura dei porti. Prima dei cosiddetti respingimenti in mare, dovremmo parlarne seriamente della follia di questa dicitura. Respingimenti in mare. No, non ci arrivo.

Cosa si respinge? La vita? La miseria? La disperazione altrui? Era anche prima che le fotografie di quei tre bambini morti annegati con i loro vestitini rossi campeggiassero sugli schermi di molti dei nostri smartphone e pc. Prima che qualcuno si affrettasse, con un tempismo davvero disgustoso, a definirli dei bambolotti in un fotomontaggio perché così -così forse sì- pesano meno sulla coscienza.

La tentazione dell’indifferenza. I meccanismi psicologici che esitano nella negazione, nella rimozione, nella scissione li chiamiamo di difesa. Servono a preservare l’integrità dell’Io di fronte al rischio di crolli (psichici) e si attivano naturalmente in situazioni di assoluta gravità, quelle in cui prendere atto di quanto accaduto è drammaticamente insopportabile. Hanno molto a che fare con le situazioni post-traumatiche.

Altra cosa sono la mistificazione, la ridicolizzazione, l’alterazione del reale. Ci si figuri che il mantenimento dell’esame di realtà è una bussola per noi psicologi, la più importante per leggere e capire la situazione del paziente che abbiamo davanti. Forse allargare lo sguardo dal singolo (la mappa) al sistema (il territorio) in questo momento storico è qualcosa di più che una mera deformazione professionale. Che poi, preferisco forma mentis, al limite.

Dunque, dicevo, mi sono fermata nella scrittura, per settimane. Fermata ad ascoltare, fermata a guardare, fermata a pensare e a leggere. Fermata a non capire. Fermata a restare zitta. Mi sono fermata. Come tanti, molti, troppi. Fermi. Immobili. Sono giorni terribili, ve l’ho detto. Giorni in cui si cerca un senso senza trovarlo. Non il senso individuale di vite che portiamo avanti - magari su equilibri precari che comunque si reggono - guardando all’orticello; bensì il senso collettivo, quello che dovremmo poter cogliere allargando lo sguardo, quello che ti rende parte di un quadro più ampio -sistemico- quello che ti dà il senso generale dell’esistenza. No, non per forza una considerazione di ordine religioso, anche se il termine Umanità richiama alla mente pure quello. Dove stiamo andando a finire? Cosa ne è del nostro esame di realtà? Capiamo che quello che chiameremo storia tra qualche anno, ce lo abbiamo sotto gli occhi proprio adesso? Capiamo che siamo parte di un più ampio sistema o percepiamo solo l’orticello?

La storia mi scorre davanti, pensavo in parallelo, mentre ero intenta a lavorare con uno dei beneficiari accolti nel progetto SPRAR1. La guardo dentro ad occhi più scuri dei miei ogni giovedì pomeriggio, tra le quattro pareti di una stanza collocata su Piazza d’Arti, una piazza di cemento post-sismica, con una storia bella di Accoglienza ed Inclusione (e non solo di migranti parlo, anche se preferisco parlare di persone e non di categorie). E certe volte, ve lo assicuro, le quattro pareti di cartongesso fanno fatica a contenere le emozioni intense di chi scelga di condividere con me anche le parti più dolorose e difficili del proprio percorso di vita e del viaggio affrontato per arrivare in Italia. I traumi, sempre più spesso. La Libia. Le notti insonni, gli incubi, il carcere, le percosse, le minacce, le morti altrui -nel deserto, nel mare- la violenza tutt’intorno, i flashback che prendono vita nella mente come fossero attuali, non ricordi ma scene in atto, “dans ma tête, dans ma tête”. Ci sono occhi lucidi e lacrime ferme sul bordo delle palpebre o all’angolo di un occhio, lacrime che non cadono.

È facile che non vengano mai giù, le lacrime di un traumatizzato. È facile che compaiano imbarazzo e vergogna, nel mostrare una cicatrice che fa male ancora. Stabilmente o a intermittenza. Imbarazzo e vergogna nel raccontare quell’indicibile che spesso oscilla tra il bisogno di essere condiviso e il non poter essere detto. Quello che viene detto diventa reale perché prende corpo, spazio e concretezza nella mente di chi ascolta, oltre che in quella di chi ha vissuto e sta verbalizzando nella propria lingua, con la voce, quanto accaduto. Se lo dici a qualcun altro diventa reale. Voler dimenticare è un desiderio di molti: “cancella, per favore. Cancella quel che ti ho detto, strappa i fogli, cestina il file, dimentica”. Non posso.

Non posso cancellare quel che hai vissuto ma posso aiutarti a sopportarlo se ci lavoriamo insieme.

Solo questo posso fare. E questo giovanissimo, invece, voleva cancellassi proprio quel che mi aveva raccontato perché si vergognava anche solo potesse restarne traccia, di quella violenza assistita che diventa drammaticamente disgregante per l’integrità psichica, al pari delle violenze subite sopra al proprio corpo. Insopportabile. Anche quando il corpo non è il tuo ma quello di un altro, così simile a te. Non devo dirvi niente. Servirebbero i dettagli? Me lo chiedo da giorni. Non me li raccontare i dettagli se non te la senti, basta così.  Prendiamoci una pausa. Me lo racconti la prossima volta, se vuoi. È tutto a posto. Sei al sicuro.

Adesso. Qui, vorrei dire ma questo non lo dico mai. Perché qui e adesso sono concetti troppo transitori. Avere progettualità per il futuro passa anche attraverso la possibilità di pensarsi stabili e non sempre provvisori. Ci vuole tempo. Fortuna. Costanza. Determinazione. Motivazione. Quelle che stiamo perdendo pure noi.

E dunque, cosa li trascrivo a fare, i dettagli se c’è chi non ha ancora capito che la Libia è un inferno fuori controllo e non una vacanza premio? Se si continua a dire “tornatene a casa” a chi ci spiega che una volta arrivati in Libia puoi solo andare avanti perché alle spalle hai lasciato il deserto e i tuoi compagni morti e che il tuo tragitto di fortuna in pick-up serrati di corpi incastrati ad arte -non ti puoi nemmeno muovere, a volte soffochi e smetti di sentire anche le gambe- lo fanno in una sola direzione e non in senso contrario? Servono i dettagli,se mi rispondo che l’orrore ce lo buttano in faccia ogni giorno e ci stiamo abituando?

Si trovano modi di ridicolizzare, mettere in discussione, mistificare, sollevare dubbi, su tutto. Si può dire tutto e il contrario di tutto e non si ascoltano repliche, non ci sono curiosità da colmare perché si sa e conosce solo quello che già si pensa. Fa passare la voglia persino di parlare, figuriamoci quella di scrivere.

“Non mi sento nella mia pelle”, “Oggi, c’est difficil”, “Non dormo”, “Vuoi parlarmene, dei couchemar (incubi, ndr)?”, “Mi hanno fatto scavare una fossa comune”, “Hanno violato delle donne davanti a me”, “Penso troppo, non so come si fa a non pensare. Pensare troppo fa male”, “Il mio amico è morto sulle mie ginocchia”, “La vita in Libia is terrible life, vivi con la paura, non passa un giorno senza che tu non abbia paura per la tua vita”, “Il viaggio è stato duro, sono morte tre o quattro persone”, “Ho visto morire delle persone, uccise a fucilate davanti ai miei occhi”, “Ci picchiavano sempre, tutti i giorni”, “Non riesco a riaddormentarmi”, “Sono morte nove persone, nel camion, ho pensato che sarei stato il decimo”, “Se avessi saputo quello che mi aspettava in mare, non mi sarei mai imbarcato”, “Eravamo 125. Nella barca c’era un buco da cui è entrata l’acqua, le persone si sono agitate e due sono caduti in mare. Dalle 23 alle 6 del mattino siamo restati in mare e poi siamo stati salvati dalle associazioni che salvano le persone”, “È stata un’esperienza terribile, quando mi hanno salvato non avevo neppure i vestiti addosso”. “Cosa provi quando guardi il mare?”. Scende il silenzio. Scendono le lacrime, pure.

Sono bambolotti, si è detto. Sono così tanto morti, rigidi, immobili da sembrarlo veramente. È innaturale quella rigidità, in un bambino. Te la dà l’acqua, quella rigidità là. Te la dà il rigor mortis sopra ad un bambino, quella rigidità là. Quella che sembra che dormano ma non dormono perché sono immobili e i bambini non lo sono mai. Non respirano, sono fissi, hanno il colore grigio della morte che prescinde da quello della carnagione e opacizza e uniforma e allontana. E fissa. Ve lo devono veramente spiegare, questo?

Il mio bambolotto aveva 18 mesi e stava sotto ad una tenda, immobile e rigido, nell’obitorio da campo di Amatrice. Ne ho parlato con pochissime persone. Non l’ho mai detto a nessuno che sembrava un bambolotto. Non l’ho detto perché lo consideravo irrispettoso ma è l’unica cosa che sono riuscita a pensare, negli anni.

Ricordo tutto, anche le carezze che il Poliziotto della Scientifica non smetteva di fargli ripetendo: “stella”, in attesa di una madre e di un padre che, per il momento, non sarebbero arrivati. Sembrava un bambolotto ma era un bambino, così simile ai nostri, ci confessammo in un paio di sguardi e scambi sottovoce quasi temessimo di svegliarlo, improvvisata coppia di genitori in una “cameretta” senza né letto né carillon.

Sembrava un bambolotto ma era un bambino. Non lo dimentichi un bambino morto, quando lo vedi. E non dico che dovremmo tutti andare in mare a raccogliere naufraghi, non dico che non vadano cercate risposte politiche. Però chiudere gli occhi -insieme a porti e confini- è un’altra cosa. Chiudere gli occhi è una sorte toccata a troppi senza colpa alcuna. Chiudere gli occhi noi, no. Non solo non lo dobbiamo fare ma non dobbiamo permettere a nessuno di chiuderceli. Non più. Non di nuovo.

*Ilaria Carosi è psicologa e psicoterapeuta. Si occupa di migranti, richiedenti asilo, rifugiati e politiche dell'immigrazione dal 2000.

Cisterna di Latina, 28 febbraio 2018. Luigi Capasso, appuntato dei Carabinieri, spara alla moglie Antonietta Gargiulo, dalla quale si stava separando, ferendola gravemente. Successivamente, raggiunge ed uccide le figlie, Alessia e Martina, di 13 e 7 anni, prima di suicidarsi.

C’è un punto dolentissimo, nella vicenda di Cisterna di Latina, per noi professionisti della psiche e della salute mentale, un punto di dolore che amplifica la rabbia e l’impotenza con cui sempre ci si confronta ogni volta che donne e bambini restino vittime della violenza efferata di un uomo, di un marito, di un padre. È quel dubbio che se scuote le coscienze di tanti, ancor più cogentemente dovrebbe interrogare chi quotidianamente si prende cura dei disagi psico-emotivi degli altri: “Si sarebbe potuto fare di più, per evitarlo?”. E il rispondervi non venga considerato un mero esercizio teorico, né qualcosa che il senso comune facilmente potrebbe confinare nella sfera di un senno di poi che nulla aggiungerebbe allo strazio della perdita di quelle due giovani vite soppresse, allo strazio di quella madre e donna restata sospesa tra la vita e la morte per giorni, prima di essere dichiarata fuori pericolo.

Quindi, in punta di piedi e di penna, a distanza temporale ma non di certo emotiva dal tragico evento, mi sia consentita qualche considerazione.

Tanti professionisti lavorano al meglio delle loro possibilità per informare, accogliere, tutelare e proteggere le donne vittime di violenza. Spesso, con fondi scarsi e niente affatto sufficienti a coprire le necessità.

Sappiamo quanto facciano in tal senso i Centri Antiviolenza, quanto fondamentali siano, soprattutto in questo momento storico-sociale, nella prevenzione e nella lotta alla violenza di genere. Ma cosa si fa concretamente per accogliere, fornire risposte, prevenire un’escalation progressiva di aggressività, soprusi, maltrattamenti, cosa si fa rispetto ai disagi - in alcuni casi vere e proprie psicopatologie - dell’autore di violenza? Chi e come prende in carico l’uomo? È sufficiente?

Pochissimo. Pochissimo o nulla si fa per intervenire sull’autore di tale violenza, quasi ci fosse una fatica mentale, una resistenza dovremmo dire, che diventa anche teorica e operativa e che impedisce spesso di inquadrare il problema a livello sistemico, relazionale, quale è. Non che sia semplice, tuttavia c’è una visibile sproporzione tra la frequenza di episodi di violenza che hanno per vittime le donne e la presa in carico clinica e preventiva degli autori di tali crimini, gli uomini. Spessissimo – giustamente - si interviene sulla vittima ma lo si fa dimenticando che il circuito della violenza coinvolge, almeno ma non solo, una vittima ed un carnefice in interazioni dannose che si ripetono nel tempo, prima che si arrivi ad un epilogo. Tragico, quando se ne abbia notizia. Molto più raro è far accedere entrambi - ciascuno a suo modo - ad una presa in carico (clinica) che non sia soltanto appannaggio di avvocati e mediazione familiare perché, purtroppo ed evidentemente, non basta.

Vittima e carnefice andrebbero accompagnati in un percorso di consapevolezza e cura delle ferite psichiche (e fisiche) inferte e variamente subite. Consapevolezza è la parola chiave nei programmi di prevenzione e cura rivolti agli uomini maltrattanti. Perché è importante rendersi conto di quel che sta accadendo ma anche trovare spazi di condivisione e accoglienza di rabbia, tristezza e di tutte quelle emozioni che normalmente si agganciano alla fine di una relazione, soprattutto quando non si riesca ad accettarla: i passaggi all’atto si scongiurano proprio elaborando e mentalizzando quello che è accaduto e sta accadendo.

Il discorso è complesso, delicato, probabilmente non rimandabile. L’occuparsi di uomini violenti prima che un crimine venga commesso, prima che si entri nei circuiti della giustizia, trova resistenze anche in molti colleghi e colleghe, lo asserisco con cognizione di causa. E certo non si pretende che tutti si occupino di tutto, che tutti si specializzino in tutto. Nondimeno, mi chiedo: proteggere la vittima, proteggerla in maniera più adeguata e con misure di tutela via via crescenti, è la soluzione? L’unica possibile soluzione ad un problema sociale drammaticamente dilagante?

Antonietta, ormai lo sappiamo, aveva anche cambiato la serratura. E altre come lei o prima di lei. Non è bastato. Mancava il divieto di avvicinamento, si è detto. Dunque, è ad uno strumento legislativo che ci si appella, sarebbe stata questa una possibile soluzione, avrebbe davvero scongiurato il tragico delitto e le folli intenzioni di un uomo ormai fuori controllo? Uno strumento legislativo in risposta ad un disagio umano che nella sfera relazionale si manifestava ed esprimeva, con sempre maggiore aggressività?

Non lo credo. E non mi basta nemmeno etichettare Capasso come un violento fuori controllo. Troppo poco utile sarebbe, anche ammesso fosse possibile inquadrare il soggetto in un’ottica clinica, affibbiargli un’etichetta psicopatologica fine a se stessa. Non possiamo - fortunatamente non ancora - effettuare una diagnosi psichica post-mortem sul carnefice ma quel che possiamo evincere dal quadro generale e dai dettagli di cui siamo a conoscenza, lascia intravedere una “sofferenza psichica” marcata che avrebbe probabilmente giovato di una presa in carico specializzata. Su questo dobbiamo riflettere per orientare il lavoro futuro, perché il contesto è sempre matrice di significato, come ci ha insegnato Gregory Bateson.

È difficile pensare a Capasso come ad un sofferente, di questo mi rendo conto e, lo ripeto ancora, non vorrei sembrare irriguardosa nei confronti delle vittime. Ma è difficile pensare ad egli anche come ad un sociopatico, un amorale privo di capacità empatiche ab origine. I sociopatici hanno una “carriera” deviante lunga e tutt’altro che occasionale. Un sociopatico Capasso non lo era. Un depresso, oltre che un violento, probabilmente sì. La sua escalation di violenza appare plausibile esito di una rottura psichica in cui tutto ha avuto un ruolo, non ultimo quel posto letto in caserma che lo vedeva solo ad arrovellarsi in ideazioni folli che prendevano sempre più spazio nella sua testa.

Non lo sappiamo. Ma non andiamo lontani se ipotizziamo che una costruzione folle lo abbia in fine portato a credere che morte oppure perse (ricordiamo che le figlie si rifiutavano ormai, a buon diritto, di vederlo) fosse per lui la stessa identica cosa. Mette i brividi, sì. Ma li mette anche pensare che esistono contesti in cui la violenza viene giustificata, sminuita, accettata. Appresa, anche. Talvolta, nelle dinamiche familiari e relazionali che coinvolgono ciascuno fin dalla primissima infanzia, per questo è importante contemplare la possibilità di una presa in carico psicoterapeutica che possa ricostruire anche le esperienze transgenerazionali, andando indietro nel tempo, risalendo a eventi del passato e a modelli di accudimento ricevuti. Non solo quelli, certo.

Siamo immersi in modelli sociali e di potere - soprattutto in alcuni ambienti, non ultimo quello militare - che veicolano un’immagine di maschio forte, potente, brutale, un maschio vincente e mai in difficoltà, mai in lacrime, mai depresso. Un dover essere che spesso incastra e condanna e che non lascia spazio per l’elaborazione di quei fallimenti che la vita sempre ti mette davanti. Gira una voce, negli ambienti militari: “Si può essere malati solo dal collo in giù”. Malati solo nel corpo. Malati sì, sofferenti mai.

In Italia, ci sono pochissimi centri di ascolto per uomini maltrattanti e siamo talmente indietro a livello europeo da non immaginarlo nemmeno e da non averne neanche contezza tra gli addetti ai lavori, spesso. Il primo centro minimamente paragonabile - fatti anche i dovuti distinguo contestuali - a quello fondato in Norvegia nel 1987, è stato aperto in Italia nell’anno 2009. Da esso ne sono nati altri, negli anni, ma tanto ancora c’è da fare, soprattutto a livello culturale. Siamo tanto indietro. Anche perché, come detto, di uomini violenti non tutti vogliono o sanno occuparsene. Perché la rabbia e la violenza fanno paura, talvolta orrore, e l’uomo violento diventa il mostro da isolare e, paradossalmente, non ci si rende conto che proprio il suo isolamento - si parla in termini psichici ma anche relazionali - conduce frequentemente ad esiti drammatici. Proprio l’isolamento porta alla costruzione di percorsi ossessivi che si ripetono nella testa anche sotto forma di ideazioni deliranti e mortifere prima (come quelle suicidarie); minacce e passaggi all’atto, poi. Con troppa facilità, evidentemente.

Me lo sono chiesta insistentemente nei giorni successivi al delitto e non voglia essere un’accusa per nessuno: ce lo aveva un amico, Capasso? Un familiare? Un medico che lo avesse visitato, per qualunque altro motivo, nelle settimane precedenti? Un padre spirituale, vista la sua religiosità? E i colleghi di lavoro non si sono accorti del suo stato e del suo equilibrio psichico che diventava sempre più labile? Nessuno lo ha ascoltato o consigliato quest’uomo qua? Il disagio di Capasso andava intercettato, qualche psichiatra si è anche pubblicamente sbilanciato, in merito, rilevando la necessità di una presa in carico anche farmacologica ma non possiamo pensare che i professionisti della salute psichica vadano per strada a raccattare chi ha bisogno, né possiamo affidarci all’idea che chi sta soffrendo abbia sempre la lucidità e l’autoconsapevolezza necessarie per chiedere aiuto o contattare un centro di ascolto.

La funzione sociale è fondamentale, tutti andrebbero educati a riconoscere quei segnali di disagio psico-fisico che per noi clinici sono così evidenti. Il DSM-V annovera tra i sintomi della depressione maggiore, oltre al più noto tono dell’umore depresso, tristezza e ideazioni negative, irritabilità, angoscia, disperazione per se stessi e per il proprio futuro, pensieri negativi nei confronti degli altri. Tra le cause scatenanti figurano anche divorzi e separazioni, bisognerebbe tenerlo in debito conto.

Mi capita spesso di constatare - anche in chi spontaneamente cerchi un aiuto professionale in noi psicologi/psicoterapeuti - la difficoltà a collegare eventi della propria vita a sintomi. Insonnia, marcata tristezza, angoscia, ansia, assenza di motivazione, pensieri ricorrenti che diventano fissazioni o ossessioni appaiono all’improvviso, apparentemente sganciati da situazioni occorse nella propria vita. Sappiamo che in molti casi è una resistenza, la difficoltà di accesso alla coscienza di contenuti e collegamenti che vogliono restare inconsci, ma vi sorprendereste a verificare quanto spesso, anche davanti all’evidenza di eventi stressanti o traumatici, mi venga chiesto: “Perché mi sta succedendo questo?”. Perché andiamo da un medico se ci fa male la pancia in modo ricorrente e non siamo stati abituati a chiedere un aiuto psicoterapeutico quando ci si senta giù di morale, quando fallisca un progetto di coppia o familiare, quando ci si trovi ad allontanarsi o ad essere allontanati dalla famiglia, a perdere il contatto con i propri figli? Quando si abbiano accessi di rabbia incontrollabili? Quando ci si trovi a malmenare la propria moglie? Quanto si è o si resta soli, in tali circostanze? Isolare il mostro. Isolare il mostro non può essere la soluzione.

E, sì, si sarebbe potuto e dovuto fare di più. Iniziamo adesso! Come professionisti, come familiari, amici, conoscenti. Come datori di lavoro o corpo di colleghi perché la salute psichica, al pari di quella fisica, diventi un diritto di tutti e come tale venga tutelato e garantito sempre. Senza mostri che tengano.

Ilaria Carosi è psicologa e psicoterapeuta

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