Giovedì, 06 Aprile 2017 03:39

Da Viareggio a L'Aquila alla Terra dei fuochi: "Noi non dimentichiamo"

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“Questa rete vuole essere un presidio della memoria ma anche dell’attenzione e del controllo; una rete della voce, che denunci e stia all’erta”.

Si chiama “Noi non dimentichiamo” la rete nazionale formata dai comitati e dalle associazioni dei familiari delle vittime dei terremoti dell’Aquila e di S. Giuliano di Puglia e di altre tragedie causate non da catastrofi naturali ma da errori umani.

“Stragi”: le chiamano così le mamme, i papà e i figli rimasti senza i loro cari. Anzi, “stragi di Stato”, diverse per cause e tipologia, ma legate da un filo conduttore: “L’incuria”, dice Antonietta Centofanti, presidente del comitato familiari vittime Casa dello studente, l’associazione che ha dato l’impulso decisivo alla nascita di “Noi non dimentichiamo”.

C’è un minimo comun denominatore che tiene insieme i 309 morti del terremoto dell’Aquila e le vittime della strage di Viareggio, i decessi causati dall’amianto e i bambini malati di cancro nella Terra dei fuochi: “L’incuria umana, istituzionale, della politica, perché non esistono tragedie che non si possono evitare. Le nostre sono tutte tragedie annunciate. Piangiamo i morti, facciamo le promesse, poi però ricominciamo nello stesso modo e torniamo a seppellire i morti e a fare i funerali di stato. Noi diciamo basta a tutto questo.  Questa rete” spiega Antonietta Centofanti “vuole essere un presidio della memoria ma anche dell’attenzione e del controllo. Una rete della voce, che denunci e stia all’erta. Da un grande dolore può nascere un impegno civile. Io vorrei che da questo incontro venisse fuori un impegno, quello di lavorare sullo stato dell’arte delle varie catastrofi e tentare di proporre a livello parlamentari delle soluzioni”.

Antonio Morelli è il presidente dell’associazione dei familiari dei bambini morti nel crollo della scuola di S. Giuliano di Puglia, il 31 ottobre 2002: “Il filo conduttore di tutte queste tragedie è il dolore. Ma sono delle tragedie annunciate, che si potevano e si dovevano evitare. Questo paese ha bisogno di giustizia. Ciampi ai funerali disse ‘Non siamo stati in grado di proteggere i nostri figli’: da quella frase, purtroppo, è stato fatto poco”.

Non solo terremoti, si diceva. Nicola Rosetti è il figlio di Sergio, motorista della Moby Prince morto nel disastro del 10 aprile 1991: “Ricordare è importante. Ricordare queste tragedie che sarebbe meglio chiamare stragi. A noi del Moby Prince lo Stato non ha ancora saputo dire la verità. a nascita di questa rete è importante: bisogna tare in gruppo per avere più forza e più voce. Solo con l’unità si riesce a sfondare i muri di gomma e andare a vedere nei cassetti dove la verità è nascosta. Uno Stato che non assicura ai cittadini il diritto di conoscere la verità non si può nemmeno chiamare Stato”.

“Tutte queste realtà” racconta Marco Piacentini, sopravvissuto alla strage di Viareggio “hanno un filo comune: c’è un’attenzione mediatica e istituzionale al momento del fatto e poi un abbandono completo. Si dimentica. Ma si dimentica perché si vuole dimenticare, perché queste tragedie sono fardelli scomodi. Purtroppo noi siamo fermi sempre allo stesso punto, a Viareggio dal 2009 a oggi le condizioni del trasporto merci pericolose non sono migliorate. E Mario Moretti (condannato in primo grado per omicidio colposo plurimo in quanto numero uno di Ferrovie Italiane all’epoca dei fatti, ndr) ha partecipato con Mattarella a una cerimonia pubblica, qualche giorno fa. Come si può stare insieme a persone condannate per omicidio colposo plurimo aggravato?”.

Ultima modifica il Giovedì, 06 Aprile 2017 03:46

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