Giovedì, 19 Aprile 2018 13:40

Per fermare la violenza sulle donne bisogna aiutare e educare gli uomini

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Cisterna di Latina, 28 febbraio 2018. Luigi Capasso, appuntato dei Carabinieri, spara alla moglie Antonietta Gargiulo, dalla quale si stava separando, ferendola gravemente. Successivamente, raggiunge ed uccide le figlie, Alessia e Martina, di 13 e 7 anni, prima di suicidarsi.

C’è un punto dolentissimo, nella vicenda di Cisterna di Latina, per noi professionisti della psiche e della salute mentale, un punto di dolore che amplifica la rabbia e l’impotenza con cui sempre ci si confronta ogni volta che donne e bambini restino vittime della violenza efferata di un uomo, di un marito, di un padre. È quel dubbio che se scuote le coscienze di tanti, ancor più cogentemente dovrebbe interrogare chi quotidianamente si prende cura dei disagi psico-emotivi degli altri: “Si sarebbe potuto fare di più, per evitarlo?”. E il rispondervi non venga considerato un mero esercizio teorico, né qualcosa che il senso comune facilmente potrebbe confinare nella sfera di un senno di poi che nulla aggiungerebbe allo strazio della perdita di quelle due giovani vite soppresse, allo strazio di quella madre e donna restata sospesa tra la vita e la morte per giorni, prima di essere dichiarata fuori pericolo.

Quindi, in punta di piedi e di penna, a distanza temporale ma non di certo emotiva dal tragico evento, mi sia consentita qualche considerazione.

Tanti professionisti lavorano al meglio delle loro possibilità per informare, accogliere, tutelare e proteggere le donne vittime di violenza. Spesso, con fondi scarsi e niente affatto sufficienti a coprire le necessità.

Sappiamo quanto facciano in tal senso i Centri Antiviolenza, quanto fondamentali siano, soprattutto in questo momento storico-sociale, nella prevenzione e nella lotta alla violenza di genere. Ma cosa si fa concretamente per accogliere, fornire risposte, prevenire un’escalation progressiva di aggressività, soprusi, maltrattamenti, cosa si fa rispetto ai disagi - in alcuni casi vere e proprie psicopatologie - dell’autore di violenza? Chi e come prende in carico l’uomo? È sufficiente?

Pochissimo. Pochissimo o nulla si fa per intervenire sull’autore di tale violenza, quasi ci fosse una fatica mentale, una resistenza dovremmo dire, che diventa anche teorica e operativa e che impedisce spesso di inquadrare il problema a livello sistemico, relazionale, quale è. Non che sia semplice, tuttavia c’è una visibile sproporzione tra la frequenza di episodi di violenza che hanno per vittime le donne e la presa in carico clinica e preventiva degli autori di tali crimini, gli uomini. Spessissimo – giustamente - si interviene sulla vittima ma lo si fa dimenticando che il circuito della violenza coinvolge, almeno ma non solo, una vittima ed un carnefice in interazioni dannose che si ripetono nel tempo, prima che si arrivi ad un epilogo. Tragico, quando se ne abbia notizia. Molto più raro è far accedere entrambi - ciascuno a suo modo - ad una presa in carico (clinica) che non sia soltanto appannaggio di avvocati e mediazione familiare perché, purtroppo ed evidentemente, non basta.

Vittima e carnefice andrebbero accompagnati in un percorso di consapevolezza e cura delle ferite psichiche (e fisiche) inferte e variamente subite. Consapevolezza è la parola chiave nei programmi di prevenzione e cura rivolti agli uomini maltrattanti. Perché è importante rendersi conto di quel che sta accadendo ma anche trovare spazi di condivisione e accoglienza di rabbia, tristezza e di tutte quelle emozioni che normalmente si agganciano alla fine di una relazione, soprattutto quando non si riesca ad accettarla: i passaggi all’atto si scongiurano proprio elaborando e mentalizzando quello che è accaduto e sta accadendo.

Il discorso è complesso, delicato, probabilmente non rimandabile. L’occuparsi di uomini violenti prima che un crimine venga commesso, prima che si entri nei circuiti della giustizia, trova resistenze anche in molti colleghi e colleghe, lo asserisco con cognizione di causa. E certo non si pretende che tutti si occupino di tutto, che tutti si specializzino in tutto. Nondimeno, mi chiedo: proteggere la vittima, proteggerla in maniera più adeguata e con misure di tutela via via crescenti, è la soluzione? L’unica possibile soluzione ad un problema sociale drammaticamente dilagante?

Antonietta, ormai lo sappiamo, aveva anche cambiato la serratura. E altre come lei o prima di lei. Non è bastato. Mancava il divieto di avvicinamento, si è detto. Dunque, è ad uno strumento legislativo che ci si appella, sarebbe stata questa una possibile soluzione, avrebbe davvero scongiurato il tragico delitto e le folli intenzioni di un uomo ormai fuori controllo? Uno strumento legislativo in risposta ad un disagio umano che nella sfera relazionale si manifestava ed esprimeva, con sempre maggiore aggressività?

Non lo credo. E non mi basta nemmeno etichettare Capasso come un violento fuori controllo. Troppo poco utile sarebbe, anche ammesso fosse possibile inquadrare il soggetto in un’ottica clinica, affibbiargli un’etichetta psicopatologica fine a se stessa. Non possiamo - fortunatamente non ancora - effettuare una diagnosi psichica post-mortem sul carnefice ma quel che possiamo evincere dal quadro generale e dai dettagli di cui siamo a conoscenza, lascia intravedere una “sofferenza psichica” marcata che avrebbe probabilmente giovato di una presa in carico specializzata. Su questo dobbiamo riflettere per orientare il lavoro futuro, perché il contesto è sempre matrice di significato, come ci ha insegnato Gregory Bateson.

È difficile pensare a Capasso come ad un sofferente, di questo mi rendo conto e, lo ripeto ancora, non vorrei sembrare irriguardosa nei confronti delle vittime. Ma è difficile pensare ad egli anche come ad un sociopatico, un amorale privo di capacità empatiche ab origine. I sociopatici hanno una “carriera” deviante lunga e tutt’altro che occasionale. Un sociopatico Capasso non lo era. Un depresso, oltre che un violento, probabilmente sì. La sua escalation di violenza appare plausibile esito di una rottura psichica in cui tutto ha avuto un ruolo, non ultimo quel posto letto in caserma che lo vedeva solo ad arrovellarsi in ideazioni folli che prendevano sempre più spazio nella sua testa.

Non lo sappiamo. Ma non andiamo lontani se ipotizziamo che una costruzione folle lo abbia in fine portato a credere che morte oppure perse (ricordiamo che le figlie si rifiutavano ormai, a buon diritto, di vederlo) fosse per lui la stessa identica cosa. Mette i brividi, sì. Ma li mette anche pensare che esistono contesti in cui la violenza viene giustificata, sminuita, accettata. Appresa, anche. Talvolta, nelle dinamiche familiari e relazionali che coinvolgono ciascuno fin dalla primissima infanzia, per questo è importante contemplare la possibilità di una presa in carico psicoterapeutica che possa ricostruire anche le esperienze transgenerazionali, andando indietro nel tempo, risalendo a eventi del passato e a modelli di accudimento ricevuti. Non solo quelli, certo.

Siamo immersi in modelli sociali e di potere - soprattutto in alcuni ambienti, non ultimo quello militare - che veicolano un’immagine di maschio forte, potente, brutale, un maschio vincente e mai in difficoltà, mai in lacrime, mai depresso. Un dover essere che spesso incastra e condanna e che non lascia spazio per l’elaborazione di quei fallimenti che la vita sempre ti mette davanti. Gira una voce, negli ambienti militari: “Si può essere malati solo dal collo in giù”. Malati solo nel corpo. Malati sì, sofferenti mai.

In Italia, ci sono pochissimi centri di ascolto per uomini maltrattanti e siamo talmente indietro a livello europeo da non immaginarlo nemmeno e da non averne neanche contezza tra gli addetti ai lavori, spesso. Il primo centro minimamente paragonabile - fatti anche i dovuti distinguo contestuali - a quello fondato in Norvegia nel 1987, è stato aperto in Italia nell’anno 2009. Da esso ne sono nati altri, negli anni, ma tanto ancora c’è da fare, soprattutto a livello culturale. Siamo tanto indietro. Anche perché, come detto, di uomini violenti non tutti vogliono o sanno occuparsene. Perché la rabbia e la violenza fanno paura, talvolta orrore, e l’uomo violento diventa il mostro da isolare e, paradossalmente, non ci si rende conto che proprio il suo isolamento - si parla in termini psichici ma anche relazionali - conduce frequentemente ad esiti drammatici. Proprio l’isolamento porta alla costruzione di percorsi ossessivi che si ripetono nella testa anche sotto forma di ideazioni deliranti e mortifere prima (come quelle suicidarie); minacce e passaggi all’atto, poi. Con troppa facilità, evidentemente.

Me lo sono chiesta insistentemente nei giorni successivi al delitto e non voglia essere un’accusa per nessuno: ce lo aveva un amico, Capasso? Un familiare? Un medico che lo avesse visitato, per qualunque altro motivo, nelle settimane precedenti? Un padre spirituale, vista la sua religiosità? E i colleghi di lavoro non si sono accorti del suo stato e del suo equilibrio psichico che diventava sempre più labile? Nessuno lo ha ascoltato o consigliato quest’uomo qua? Il disagio di Capasso andava intercettato, qualche psichiatra si è anche pubblicamente sbilanciato, in merito, rilevando la necessità di una presa in carico anche farmacologica ma non possiamo pensare che i professionisti della salute psichica vadano per strada a raccattare chi ha bisogno, né possiamo affidarci all’idea che chi sta soffrendo abbia sempre la lucidità e l’autoconsapevolezza necessarie per chiedere aiuto o contattare un centro di ascolto.

La funzione sociale è fondamentale, tutti andrebbero educati a riconoscere quei segnali di disagio psico-fisico che per noi clinici sono così evidenti. Il DSM-V annovera tra i sintomi della depressione maggiore, oltre al più noto tono dell’umore depresso, tristezza e ideazioni negative, irritabilità, angoscia, disperazione per se stessi e per il proprio futuro, pensieri negativi nei confronti degli altri. Tra le cause scatenanti figurano anche divorzi e separazioni, bisognerebbe tenerlo in debito conto.

Mi capita spesso di constatare - anche in chi spontaneamente cerchi un aiuto professionale in noi psicologi/psicoterapeuti - la difficoltà a collegare eventi della propria vita a sintomi. Insonnia, marcata tristezza, angoscia, ansia, assenza di motivazione, pensieri ricorrenti che diventano fissazioni o ossessioni appaiono all’improvviso, apparentemente sganciati da situazioni occorse nella propria vita. Sappiamo che in molti casi è una resistenza, la difficoltà di accesso alla coscienza di contenuti e collegamenti che vogliono restare inconsci, ma vi sorprendereste a verificare quanto spesso, anche davanti all’evidenza di eventi stressanti o traumatici, mi venga chiesto: “Perché mi sta succedendo questo?”. Perché andiamo da un medico se ci fa male la pancia in modo ricorrente e non siamo stati abituati a chiedere un aiuto psicoterapeutico quando ci si senta giù di morale, quando fallisca un progetto di coppia o familiare, quando ci si trovi ad allontanarsi o ad essere allontanati dalla famiglia, a perdere il contatto con i propri figli? Quando si abbiano accessi di rabbia incontrollabili? Quando ci si trovi a malmenare la propria moglie? Quanto si è o si resta soli, in tali circostanze? Isolare il mostro. Isolare il mostro non può essere la soluzione.

E, sì, si sarebbe potuto e dovuto fare di più. Iniziamo adesso! Come professionisti, come familiari, amici, conoscenti. Come datori di lavoro o corpo di colleghi perché la salute psichica, al pari di quella fisica, diventi un diritto di tutti e come tale venga tutelato e garantito sempre. Senza mostri che tengano.

Ilaria Carosi è psicologa e psicoterapeuta

Letto 1908 volte Ultima modifica il Giovedì, 19 Aprile 2018 14:26
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