Sabato, 23 Febbraio 2019 01:40

Terremoto, Berdini: "All'Aquila buco nero dato dall'assenza dello Stato"

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“Nel terremoto dell’Umbria-Marche del 1997 lo Stato ha funzionato. Dopo 10 anni Foligno era stata restuitita alla piena fruizione da parte degli abitanti. Il terremoto dell'Aquila è avvenuto nel pieno di un'offensiva culturale contro lo stesso concetto di intervento pubblico che doveva scomparire per lasciare il posto all'iniziativa privata. L'Aquila ricorda i 10 anni dalla tragedia con un immenso buco nero di assenza dello Stato”.

Ad affermarlo, in un'intervista a NewsTown, è Paolo Berdini, ingegnere e ex assessore all'Urbanistica della giunta di Virginia Raggi.

Berdini, noto per le sue analisi e le sue posizioni critiche sugli effetti distruttivi che le politiche neoliberiste e l'urbanistica contrattata hanno avuto sulle città, era atteso ieri all’Aquila per una conferenza stampa organizzata da Antonio Perrotti del Comitatus Aquilanus, alla quale, però, non si è presentato a causa di un contrattempo che lo ha trattenuto a Roma.

Berdini sarà comunque all'Aquila la prossima settimana.

Ingegnere, cosa intende dire che all'Aquila lo Stato non ha funzionato?

Anzitutto va precisato che non sto parlando dell’emergenza, dove l'intervento di Berlusconi è stato di un’efficacia strepitosa, almeno nel dare un tetto a tutti gli aquilani. Magari ci fosse stato lo stesso tipo di intervento a Amatrice. Quello che intendo dire è che non c’è stata la forza di ricostruire subito il centro della città, la vera carta di identità non solo degli aquilani ma di tutto l’Abruzzo. Tutti gli sforzi vennero concentrati solo nella costruizione delle Case lasciando un enorme buco nero.

In un suo libro, lei ha scritto che sempre più città falliscono perché non riescono a garantire i servizi alle enormi periferie costruite negli ultimi anni. Anche L'Aquila corre questo rischio, secondo lei, visto il modo in cui si è espansa dopo il terremoto?

Io vengo dall’esperienza di Roma. Il fallimento di Roma deriva dal fatto che la città si è sviluppata da tutte le parti. Hai voglia a portare servizi in tutte quelle zone. Roma è tecnicamente fallita, ha un deficit di 13 miliardi di euro, che graverà sulle nuove generazioni. Le 19 new town costruite all'Aquila sono una zavorra che fa il paio con la lentezza della ricostruzine nelle frazioni e nei piccoli comuni. Sono errori a cui non si potrà porre rimedio domani mattina.

Vezio De Lucia, suo illustre collega, disse, un anno fa, che per L'Aquila il peggio doveva ancora arrivare, proprio per via di quetsa dispersione urbana. E' d'accordo anche lei con questa analisi?

De Lucia fu duro ma aveva ragione. All'Aquila il danno è stato doppio: i 19 nuovi quartieri Case rischiano di diventare ingestibili ma nel frattempo si stanno spegnendo anche i piccoli comuni.

Qui si è adottato il "com'era, dov'era". Cosa pensa di questa impostazione?

E' un approccio che fa parte della nostra cultura. Ma se non ci mettiamo quell’elemento in più, se non sfidiamo il futuro per dare una speranza alla gente che vive in questi luoghi, il fallimento è dietro l'angolo. L'Aquila potrà anche riprendersi, con l'Università e tutte le altre sedi istituzionali e i centri direzionali, ma gli altri comuni più piccoli? Che ne facciamo? Deve essere lo Stato a pensare a dare un futuro alla popolazione, non possono essere i sindaci da soli.  

Parlando di terremoti, c'è un modello L'Aquila, un modello Friuli, un modello Umbria-Mrche. Quale di questi è quello vincente? Un modello si può applicare indifferentemente a più realtà, si può in altri termini esportare?

Non c’è un modello adatto per tutti i terremoti, ogni luogo è particolare, bisogna fare tesoro delle specificità. Il terremoto dell’Aquila è stato devastante, non è paragonabile, per esempio, a quello del'Umbria/Marche di 20 anni fa. Detto questo, c'è una cosa che si potrebbe e dovrebbe fare ovunque: coinvolgere le popolazioni residenti nei processi decisionali, come si fece in Friuli. Invece oggi in gran parte dei terremoti c'è un commissario che decide tutto e non discute con la popolazione. Questo crea una frattura. Ogni terremoto è un caso a sé, le ricette però devono essere governate sempre con quell’intelligenza che consiste nel far sentire la popolazione protagonista.

E' d'accordo con chi propone una sorta di legge quadro delle emergenze?

Sì, ormai è divenata un'esigenza ineludibile. È venuto il momento di dare una normativa il cui impianto è quello che rimarrà poi in ogni terremoto. Deve essere questo lo sforzo del futuro, altrimenti saremo in un’emergenza comtinua.

Ultima modifica il Sabato, 23 Febbraio 2019 08:23
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