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Lunedì, 10 Novembre 2014 17:14

#Grandirischi, 6 'scienziati' assolti dall'accusa di omicidio colposo e lesioni perché "il fatto non sussiste". Due anni a De Bernardinis

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Assolti "perché il fatto non sussiste". Alle 17:14, il collegio giudicante della Corte d'Appello dell'Aquila - composto da Fabrizia Ida Francabandera (uno dei due presidenti di sezione Penale) e dai consiglieri Carla De Matteis e Marco Flamini - ha pronunciato la sentenza che in molti temevano.

Assoluzione per Franco Barberi, all’epoca presidente vicario della Commissione grandi rischi, Enzo Boschi, all’epoca presidente dell’Istituto di geofisica e vulcanologia, Giulio Selvaggi, direttore del Centro nazionale terremoti, Gian Michele Calvi, direttore di Eucentre e responsabile del Progetto Case, Claudio Eva, ordinario di fisica all’Università di Genova e Mauro Dolce, direttore ufficio rischio sismico di Protezione civile. Agli imputati veniva contestata la morte di 29 persone e il ferimento di altre quattro: per questo, in primo grado erano stati condannati a 6 anni. Assolti. Il fatto non sussiste. 

Paga soltanto Bernardo De Bernardinis, già vicecapo del settore tecnico del Dipartimento di Protezione civile, condannato a due anni di reclusione: è stato appurato il 'nesso causale' tra le sue dichiarazioni e la morte di alcune tra le vittime del sisma. "Più scosse ci sono, meglio è, significa che sta rilasciando energia": parole di De Bernardinis, già prima della riunione, in una intervista in cui ribadiva una affermazione che tutti i sismologi convengono sia stata sbagliata. Non c'è alcuna correlazione infatti - positiva o negativa - tra la distribuzione nel tempo di scosse piccole e grandi. Parole che erano state già di Guido Bertolaso e che furono poi riportate da Franco Barberi all'attenzione dei sette 'scienziati', nel corso della riunione del 31 marzo: "Ho sentito il capo della Protezione Civile dichiarare alla stampa, anche se non è un geofisico, che quando ci sono frequenze sismiche frequenti si scarica energia e ci sono più probabilità che la scossa non avvenga". Nessuno reagì, però, ad una vera e propria 'bestialità scientifica'. Anzi, a leggere gli atti, Mauro Dolce, Enzo Boschi e Giulio Selvaggi dissero di "non ricordare" affatto quelle parole.

Anche per questo, il procuratore generale Romolo Como aveva chiesto la conferma della condanna per tutti gli imputati, con esclusione delle pene accessorie. "Immaginavo un forte ridimensionamento dei ruoli e delle pene, non certo un'assoluzione così completa, con lo scarico dele responsabilità sul solo De Bernardinis, sulla Protezione Civile in altre parole", ha commentato a caldo. "Sono alquanto sconcertato". 

Alla lettura della sentenza, parenti delle vittime e cittadini hanno urlato "Vergogna, vergogna" nei confronti della Corte.

 

 

Il processo d'appello

 

La requisitoria di Romolo Como. E' nel reato di 'mancato allarme' che si è oggettivizzata la narrazione del 'Processo a Galileo' con l’adesione acritica di molta stampa, a partire da quella specializzata.

Ha inteso ribadirlo anche Romolo Como, nella lunga requisitoria, sottolineando le pressioni - implicite ed esplicite - di larga parte del mondo scientifico, e non solo, che ha fatto quadrato intorno agli imputati. La Commissione Grandi rischi aveva tutti gli strumenti per istruire una valutazione di prevedibilità del rischio più fondata, con una analisi di prevenzione e previsione che poteva essere più concreta. Anche perché il terremoto dell'Aquila non è stato un evento atipico né eccezionale, anzi rientrava tra le normali vicende di un territorio sismico.

"Non si tratta di una sentenza di colpevolezza per non aver previsto il terremoto", ha incalzato Como. "Piuttosto, di una sentenza di condanna per l'errata e superficiale analisi degli indicatori di rischio e per la carente e fuorviante informazione veicolata ai cittadini".

Il procuratore generale ha spiegato come i membri della Commissione Grandi rischi sapessero benissimo che la riunione era stata fissata a L'Aquila perché, in città, si era creato un clima di allarmismo. Bertolaso intese dare alla riunione un connotato sociale e politico piuttosto che tecnico - si evince con chiarezza dalla telefonata con l'assessora Stati - e i membri della Commissione si prestarono alle intenzioni dell'allora capo della Protezione civile pur avendo tutti gli strumenti per analizzare in maniera compiuta l'evolversi di una situazione nient'affatto atipica. Dunque, fornirono risposte generiche e contraddittorie, nonostante la riunione fosse praticamente pubblica e - mediaticamente annunciata con grande clamore - avesse generato grandi aspettative nei cittadini, spaventati e disorientati. "La Commissione era attesa come una manna dal cielo", ha ricordato Como.

Il procuratore generale ha insistito molto anche sulla 'leggenda metropolitana' dello scarico d'energia che rassicurò i cittadini aquilani. "Più scosse ci sono, meglio è, significa che sta rilasciando energia": è per queste parole che in molti si convinsero a rimanere in casa al crescere delle scosse.
Parole pronunciate da Bernando De Bernardinis, già prima della riunione, in una intervista in cui ribadiva una affermazione che tutti i sismologi convengono sia stata sbagliata: non c'è alcuna correlazione infatti - positiva o negativa - tra la distribuzione nel tempo di scosse piccole e grandi. Parole che erano state già di Guido Bertolaso e che furono poi riportate da Franco Barberi all'attenzione dei sette 'scienziati', nel corso della riunione del 31 marzo: "Ho sentito il capo della Protezione Civile dichiarare alla stampa, anche se non è un geofisico, che quando ci sono frequenze sismiche frequenti si scarica energia e ci sono più probabilità che la scossa non avvenga". Nessuno reagì, però, ad una vera e propria 'bestialità scientifica'. Anzi, a leggere gli atti, Mauro Dolce, Enzo Boschi e Giulio Selvaggi dissero di "non ricordare" affatto quelle parole.

"Claudio Eva - scrive il giudice nella sentenza di primo grado - ritenendo poco opportuno esprimersi in termini critici su un’affermazione del capo della Protezione Civile preferì invece ‘aggirare in qualche modo la frase’ con un'eufemismo per cercare di dire e non dire". Per De Bernardinis la domanda fu posta 'più o meno ironicamente' mentre Franco Barberi commentò: 'Un riferimento anche un pò ironico'. Dopo l’ironia di Barberi calò il silenzio e si cambiò argomento.

Il 'mantra dello scarico d’energia' girò sui media (locali e nazionali) per giorni: tivù, giornali, Internet. Nessuno scrisse una sola riga di smentita, di precisazione o di presa di distanza.

Anzi. In apertura della prima udienza del processo d'appello, Attilio Cecchini, avvocato di parte civile, ha chiesto e ottenuto di poter depositare un audio esclusivo, tratto dalla trasmissione 'Presa Diretta' dal titolo 'Gli irresponsabili', andata in onda il 20 gennaio 2013, che fornisce prova di quanto affermato da Bernardo De Bernardinis nella conferenza stampa tenuta a margine della riunione del 31 marzo 2013, alla presenza di Franco Barberi, Mauro Dolce, Gian Michele Calvi, Massimo Cialente e Daniela Stati.

Sosteneva il vicecapo del settore tecnico del Dipartimento di Protezione civile: "...[le scosse] potrebbero durare parecchio... ma non ci si aspetta una crescita della magnitudine rispetto agli eventi...".

Guarda il caso, nel verbale ufficiale - redatto dopo il terremoto - la tesi dello scarico d'energia è scomparsa completamente: e nessuno ricordava di averne parlato, di averne discusso, anche perché si trattava - a dire degli imputati - di una 'boiata pazzesca' e l'ambiente scientifico ne era assolutamente consapevole. Non ne era consapevole la popolazione preoccupata, però. Nessuno fece nulla per smentire la falsa teoria dello scarico d'energia. Si sono create false illusioni su di un assunto che non era affatto fondato dal punto di vista scientifico. Perché non è stato detto, nel corso della riunione della Commissione? Perché non è stato detto dinanzi al sindaco Cialente e all'assessora Stati?.

 

La posizione delle difese degli imputati. Gli avvocati hanno presentato oltre mille pagine di ricorsi, scardinando il nesso causale tra la riunione del 31 marzo e il cambio d'abitudine dei cittadini aquilani. E' stato introdotto anche un altro argomento che ha contribuito a smontare le accuse. Non si sarebbe trattato di una vera riunione della Grandi rischi, innanzitutto perché non erano state rispettate le regole di convocazione e poi perché mancava il numero legale che doveva essere di 10 membri. Invece, si arrivò al numero legale per la presenza di soggetti esterni (tra gli altri, il sindaco dell'Aquila Cialente e l'assessora regionale Stati). Eppure, gli imputati si dichiararono come Commissione Grandi rishi e, così, firmarono il verbale post-datato emesso dopo la scossa del 6 aprile.

Diversa la linea difensiva tenuta dall'avvocato di Enzo Boschi, Marcello Melandri, che ha inteso invece concentrarsi sul messaggio che la Commissione ha effettivamente veicolato alla cittadinanza. Stando al legale, nessuno di coloro che prese parte alla rinuione disse che la sequenza sismica in corso fosse da ritenere come un semplice scarico di energia e, dunque, come un segnale rassicurante. "Siamo qui per una serie di circostanze non addebitabili a nessuno - ha sottolineato Melandri nel corso del processo d'appello - tutto nasce da una inesatta comunicazione, non di certo della Commissione Grandi rischi piuttosto dei mezzi di comunicazione che hanno dato risalto ad una intervista rilasciata da De Bernardinis prima, e non dopo, la riunione". La colpa sarebbe quindi della stampa, il vero mittente - secondo Melandri - del messaggio rassicuratorio agli aquilani "tanto che il sindaco Cialente non si sentì affatto rassicurato, come ha anche testimoniato, e il giorno successivo alla Commissione decretò lo stato di emergenza".

Se non riferirono nulla, cosa fecero allora i sette scienziati riuniti in Commissione? "Una serie di comunicazioni tra di loro senza che ci sia mai stato un messaggio rassicurante della commissione o di qualcuno della commissione", ha spiegato a NewsTown il difensore di Boschi.
Quindi la Commissione non ha nemmeno comunicato il rischio esistente alla popolazione? "Ha detto soltanto - ha risposto l'avvocato - che la zona dell'Aquila è la più sismica d'Europa e che quindi ci si può aspettare in qualsiasi momento un terremoto prescindendo da uno sciame sismico che non ne è certo un precursore".

L'avvocato Roberto Petrelli, difensore di Franco Barberi, ha atresì contestato la presunta rappresentazione sociale del capo di imputazione: "E' stata straordinaria la sostituzione dei fatti con le idee che si ha di quei fatti".

"L'accusa e la sentenza si basano sulle rappresentazioni sociali dei fatti, non sui fatti stessi - ha tentato di dimostrare Petrelli - parafrasando la deposizione del consulente Francesco Sidoti (consulenza delle parti civili in primo grado, ndr): non conta quello che sta avvenendo in questa aula, ma quello che viene detto che sia avvenuto in questa aula".

Secondo il difensore di Barberi la colpa scivola via dal perimetro della "sua tipicità". Se si assume cioé che ci si è trovati di fronte a una vicenda che trae origine da un incarico conferito da un ente (lo Stato) a un suo organismo di consulenza (la Commissione Grandi Rischi), allora "i due soggetti sono distinti per natura, per le leggi che lo governano. Un conto è chi chiede un parere, un altro conto è per chi lo dà".

Poi è neanche tanto velata la volontà di mantenere la distanza tra politica e scienza: "Chi riceve una convocazione per la Commissione - ha affermato Petrelli - ha un parametro fissato che delimita il perimetro dell'attività svolta da chi decide la convocazione. Ci sono parametri che decide l'Ente che convoca, non la Commissione convocata".

Insomma la difesa di Franco Barberi si è basata, in gran parte, sulle competenze e sulle responsabilità: "Non c'è una indicazione diretta da parte della Commissione Grandi Rischi, non c'è mai stata. C'è stata una sostanziale raffigurazione di una induzione volontaria". Una raffigurazione sociale, insomma, dei fatti avvenuti. Per il difensore di Barberi tutta la "falsa rassicurazione" da parte della Commissione Grandi Rischi si racchiude infatti in quattro interviste precedenti e successive alla riunione della Commissione stessa. "Perciò – ha detto Petrelli – visto che il giudice non tiene conto di queste interviste e di quei contenuti, la percezione dei fatti si è sostituita all'emergere di fatti di natura documentale". 

Altro concetto contestato dagli avvocati delle difese, in particolare da Musco - difensore del professor Calvi - è la cooperazione colposa: "Tiene avvinghiate tutte le posizioni degli imputati", ha incalzato. "Al contrario, se non c'è violazione di una regola cautelare non può esserci mai colpa. E' il caso del professor Calvi: non è un sismologo, è un ingegnere che si occupa di sisma e che svolge, dunque, una funzione profondamente diversa dai sismologi. Il professor Calvi - nel corso del suo interrogatorio - ha spiegato che, il 31 marzo, si è tenuta una riunione di sostanza: è arrivato a L'Aquila e gli sono stati forniti alcune informazioni riferite al momento. In base ai dati ricevuti, ha analizzato scientificamente i possibili effetti delle scosse sul costruito, su parametri di accellerazione e spostamento. Visto che le scosse non avevano, fino ad allora, superato il grado 4 della scala Richter, il professor Calvi non ha fatto altro che sottolineare che, allo stato dei fatti, non si sarebbero registrati danni rilevanti alle strutture sensibili".

Inoltre, Calvi sarebbe rimasto "lontano dalle conferenze stampe, senza avere alcun dialogo con i giornalisti. Questi sono i dati fattuali, e la fattualità è ineliminabile", ha ribadito Musco. "Volete davvero condannare un futuro premio Nobel a 6 anni per aver fornito un parere scientifico. Qual è la regola cautelare che il professore ha violato per meritare la condanna?".

"Siamo dinanzi ad un giudizio di colpa senza colpa", ha concluso il legale.

 

 

La 'storia' di un processo storico

Il processo è il più importante tra quelli scaturiti dagli oltre 200 filoni aperti dopo il sisma per indagare su cause e possibili responsabili dei crolli. Ha suscitato attenzione in tutto il mondo: non stupisce affatto, per la particolarissima situazione giudiziaria che ha scatenato critiche e polemiche. Con una lettura spesso superficiale, se non artatamente mistificata, della sentenza di primo grado emessa dal giudice Marco Billi.

Si è parlato, infatti, di 'processo alla scienza'. Erroneamente. Spesso con dolo. E la comunità scientifica non ha mai smesso di fare quadrato intorno ai sette ex componenti della Commissione, in tutti i modi, tra pizzini istituzionali e articoli su importanti riviste internazionali. Che evidentemente hanno ottenuto il risultato sperato.

"Questa è una storia di accondiscendenza al potere politico: il Capo ordina di rassicurare, gli 'alti in grado' eseguono e gli esperti tacciono-avallano", ha invece sottolineato il giornalista scientifico Ranieri Salvadorini che, su Lettera43, ha seguito con grande attenzione l'evolversi del processo".

Evidentemente, Salvadorini si riferisce alla tragica telefonata dell'allora capo della Protezione Civile Guido Bertolaso a Daniela Stati, all'epoca assessore regionale alla Protezione civile. E' il 30 marzo 2009, l'indomani si sarebbe riunita la Commissione Grandi Rischi: " … si e deciso di fare una riunione lì a L’Aquila… in modo da zittire subito qualsiasi imbecille, placare… li faccio venire a L’Aquila, è una operazione mediatica… loro che sono i massimi esperti in terremoti diranno: lezione normale, sono fenomeni che si verificano, meglio che ci siano cento scosse di scala 4 Richter piuttosto che il silenzio, perché cento scosse servono a liberare energia, e non ci sarà mai la scossa quella che fa male, hai capito !?…". 

Una settimana dopo, un terremoto di forte intensità sconvolgerà L'Aquila e il cratere sismico, causando la morte di 309 persone. "Il capo ordina di rassicurare, gli 'alti in grado' eseguono, e gli esperti tacciono-avallano". 

"In questo processo - ha spiegato Salvadorini, cogliendo il senso della sentenza emessa da Marco Billi - le conoscenze scientifiche sono marginali e penalmente ininfluenti. Anzi, la scienza è la grande assente. Tutto il processo ruotava infatti attorno alla verifica del 'nesso causale' che lega il messaggio di rassicurazione (uscito dalla riunione della Commissione Grandi Rischi) e un cambiamento di abitudini che, in 29 casi, si è rivelato fatale. Messaggio determinato, stando agli atti, dalla 'cattiva condotta' degli scienziati". 

Come detto, la rassicurazione disastrosa era il cuore del processo che le difese hanno smontato: se c’è una scienza che è andata sotto processo, è quella sociale. La chiave di lettura di tutta la vicenda è la volontà di compiere una operazione mediatica, per tranquillizzare con il 'mantra dello scarico d'energia' che girò sui media (locali e nazionali) per giorni: tivù, giornali, Internet. Nessuno scrisse una sola riga di smentita, di precisazione o di presa di distanza. 

L’accusa non era di non aver previsto il terremoto, piuttosto di una valutazione negligente del rischio. E quindi, chi ha mistificato la sentenza? In molti, purtroppo. "E' nel reato di 'mancato allarme' che si oggettivizza la narrazione del 'Processo a Galileo' - ha denunciato Salvadorini - con l’adesione acritica di molta stampa, a partire da quella specializzata".

In realtà, erano tre i punti focali dell'intera vicenda che non hanno mai trovato debito spazio sulla stampa, specializzata o meno, e nel dibattito pubblico. Il primo, come detto: la sostanza del processo era la 'rassicurazione disastrosa', gli studi scientifici hanno avuto un ruolo marginale e del tutto ininfluente in termini penali. Il secondo, la compiacenza degli scienziati al potere politico, la chiave di lettura dell’intera vicenda. Il terzo, le responsabilità dei media nella grande narrazione del 'processo alla scienza'. Piuttosto, si è alimentato un dibattito distorto alla radice. 

 

 

Ancora in piedi posizione Bertolaso

Sulle conseguenze processuali riferite al terremoto che colpì L'Aquila alle 3.32 del 6 aprile 2009 rimane ancora in piedi la posizione di Guido Bertolaso, all'epoca dei fatti capo della Protezione civile nazionale. Per lui l'accusa è di omicidio colposo.

L'inchiesta, ribattezzata Grandi Rischi 2, fu avviata dalla polizia giudiziaria dopo la denuncia presentata dall'avvocato aquilano Antonio Valentini (che nel processo appena concluso assiste numerose parti civili). Ciò dopo la diffusione di una telefonata intercettata tra Bertolaso e l'ex assessore alla Protezione civile della Regione Abruzzo Daniela Stati, uscita, invece, dall'inchiesta. A volere la riunione della Commissione Grandi Rischi fu proprio Bertolaso, dopo che il 30 marzo 2009 in città si registrò un terremoto di magnitudo 4.1.

Dopo due richieste di archiviazione avanzate dalla Procura della Repubblica dell'Aquila e respinte dal giudice delle indagini preliminari, il fascicolo è passato alla Procura Generale e l'indagine è gestita proprio dal pg Romolo Como che dovrà decidere se scagionarlo e chiederne il rinvio a giudizio. La telefonata tra Bertolaso e Stati avviene il 30 marzo e l'ex numero uno della Protezione civile informa l'assessore che il giorno dopo aveva organizzato una riunione della Commissione dicendole di mettersi d'accordo con il suo vice, Bernardo De Bernardinis. Una riunione necessaria per fare il punto "su questa vicenda dello sciame sismico che continua (era iniziato tra dicembre e gennaio 2014, ndr), in modo da zittire subito qualsiasi imbecille, placare illazioni, preoccupazioni ecc".

Bertolaso, poi, rimprovera la Stati per un comunicato stampa diffuso dalla Regione che rassicurava gli aquilani spaventati dopo la scossa di magnitudo 4.1 nel quale, sostanzialmente, si diceva che non sono previste altre scosse di terremoto. Bertolaso va su tutte le furie: "Non si dicono mai queste cose quando si parla di terremoti, neanche sotto tortura, perché se tra due ore c'è una scossa che cosa dicono i tuoi? Bisogna essere prudentissimi", aggiunge.

"Farò venire a L'Aquila i massimi esperti di terremoto e loro diranno che è una situazione normale, sono fenomeni che si verificano, meglio che ci siano cento scosse di 4 scala Richter piuttosto che il silenzio perché cento scosse servono a liberare energia e non ci sarà mai la scossa quella che fa male. Hai capito? Ora parla con De Bernardinis, decidete dove fare questa riunione domani. Poi fatelo sapere che ci sarà questa riunione che non è perché siamo spaventati o preoccupati ma è perché vogliamo tranquillizzare la gente e invece che parlare io e te facciamo parlare i massimi scienziati nel campo della sismologia. Io non vengo - prosegue la conversazione -. Li faccio venire da te a L'Aquila, o da te o in prefettura, decidete voi a me non frega niente, di modo che è più un'operazione mediatica. Hai capito?".

 




Ultima modifica il Mercoledì, 18 Novembre 2015 11:33

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