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Venerdì, 20 Ottobre 2017 14:13

Uno sguardo su "It", la Divina Commedia dell'orrore

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E' uscito ieri in Italia It, il film di Andy Muschietti tratto dall'omonimo romanzo di Stephen King, pubblicato nel 1986.

Il film, che negli Stati Uniti ha già incassato oltre 300 milioni di dollari (record assoluto per il genere horror), è interpretato da Sophia Lillis, Bill Skarsgard, Jaeden Lieberher, Finn Wolfhard e Jeremy Ray Taylor ed è il secondo adattamento del romanzo per il grande/piccolo schermo, dopo la miniserie televisiva uscita nel 1990. Come quest'ultima, anche il film è diviso in due parti. Il sequel è atteso per il 2019.

Abbiamo intervistato Enrico Macioci - scrittore e curatore di un recente volume, Dentro al nero. Tredici sguardi su «It» di Stephen King, interamente dedicato al romanzo dello scrittore del Maine - per chiedergli un giudizio sul film e per rivolgergli alcune domande sulla genesi del libro e sull'importanza che esso riveste non solo all'interno della bibliografia kinghiana ma nell'ambito dell'intera letteratura americana contemporanea.

Molti considerano It il capolavoro assoluto dello scrittore americano, una sorta di summa della sua poetica. Cosa lo rende un libro così particolare, anche all’interno della sterminata produzione kinghiana?

"It è la summa delle paure occidentali, contemporanee e non. King ci ha messo dentro tutto. Aveva l’ambizione di scrivere un opus magnum, una specie di Divina Commedia dell’orrore. Questa ambizione e questo respiro si sentono con grande forza, pagina dopo pagina. Davvero, leggendo, ci si immerge in un mondo dotato di vita propria. Solo ne L’ombra dello scorpione e ne La torre nera King ha immesso altrettanta carica epica, ma forse non altrettanta poesia".

Il film è riuscito a restituire, almeno in parte, la bellezza, la complessità e la profondità del romanzo?

Certamente no. Il film è un buon horror, abbastanza pauroso, con alcune scene ottime (specie la prima). Gli attori – dei ragazzini – se la cavano bene. Il romanzo però è un’opera complessa, profonda, poetica, una delle grandi opere letterarie del nostro tempo e di tutti i tempi. Me lo aspettavo, nessuna sorpresa. Trasporre King sembra facile ma è molto, molto difficile. La cosa più difficile da portare sullo schermo è, credo, la sensibilità del narratore del Maine, e Andy Muschietti non lo ha fatto (lo hanno fatto solo Frank Darabont e Rob Reiner). Del resto, si trova in buona compagnia.

Puoi parlarci della stesura del romanzo? Quando lo scrisse King? In quale fase del suo percorso biografico e artistico?

Lo scrisse fra il 1981 e il 1985. Aveva già pubblicato una quindicina di romanzi di grande successo, e fra questi capolavori quali Shining, Pet Sematary, La zona morta, Cujo, Stagioni diverse. It rappresentò la consacrazione definitiva, il suo Grande Romanzo Americano e di certo uno dei più seri candidati al famigerato titolo. A quei tempi, King era sempre ubriaco e fatto di cocaina. Per giunta s’imbottiva di psicofarmaci. Addirittura, se era a secco, beveva anche i colluttori. Ma ciò non influiva sulla produttività e lucidità. Conservava, parole sue, una marginalità funzionale sufficiente a permettergli di scrivere. Al mattino, da sobrio, lavorava sulle cose nuove. Man mano che si sbronzava lavorava sulle revisioni. Un folle!

King è uno degli scrittori più “tradotti” a livello cinematografico, tanto che si è perso il conto dei film e delle serie a lui direttamente collegate o anche solo ispirate. Non sempre, però, i risultati sono stati all’altezza delle opere originali. Lo stesso King dichiarò di non essere rimasto del tutto soddisfatto dalla visione di Shining, che probabilmente rimane la migliore riduzione cinematografica di un suo romanzo. Cosa pensi di questa estrema “adattabilità” al grande e piccolo schermo della produzione letteraria di King?

King è uno scrittore estremamente visivo (e, nei momenti più alti, visionario). Inoltre la sua prosa possiede un ritmo fantastico e le sue storie sono accattivanti, spesso sorprendenti e geniali. Nei film generalmente vanno perse la caratterizzazione dei personaggi, l’atmosfera, le sfumature, la cura del dettaglio: ciò che rende la sua voce così unica. Parziali eccezioni in tal senso mi sembrano Le ali della libertà, Il miglio verde e La nebbia, guarda caso tutte pellicole di Frank Darabont; poi Stand by me e Misery non deve morire, di Rob Reiner; e L’ultima eclissi, la trasposizione del romanzo Dolores Claiborne a opera di Taylor Hackford. Anche Carrie, lo sguardo di Satana di Brian De Palma e La zona morta di David Cronenberg non sono malaccio.

Perché, nonostante tutto, King continua a essere considerato uno scrittore commerciale, a essere snobbato dalla critica colta?

Perché vende moltissimo (imperdonabile!), perché è popolare, perché “sporca” la tradizione colta (Steinbeck, Hawthorne, Faulkner, Hardy, Dreiser) con quella cosiddetta di genere (McBain, Matheson, Stevens, Donaldson, Lovecraft, Poe, Levin, Bradbury, infiniti altri). E poi perché è spesso destino dei grandi venire capiti con un certo ritardo. Può consolarsi con gli ottanta milioni di dollari annui che guadagna, con la Gold Medal assegnatagli da Obama per straordinari meriti artistici nel 2015 e con l’affetto di centinaia di milioni di lettori di svariate generazioni. Un affetto di cui non gode nessun altro scrittore vivente, e di cui pochi hanno goduto nella storia della letteratura.

E’ appena uscito Dentro al nero. Tredici sguardi su «It» di Stephen King, da te curato. Vuoi parlarcene?

Si tratta di una miscellanea di saggi. E’ come un caleidoscopio: ci siamo messi in tredici, abbiamo preso It e lo abbiamo analizzato sotto vari punti di vista: stilistico, contenutistico, strutturale, narrativo, metafisico, filosofico… Naturalmente si tratta solo di un abbozzo perché It, come Amleto o Moby Dick, è passibile di infinite riletture. Io per esempio l’ho letto una prima volta a sedici anni e una seconda a quarantuno: si è trattato di esperienze profondamente diverse, ma entrambe assai gratificanti. Ogni due pagine dicevo: wow, che idea fantastica, che bella frase, che osservazione acuta. Oppure mi veniva da piangere, o da ridere, o da sbattere una mano sulla coscia, o da scuotere il capo. Si empatizza moltissimo coi sette protagonisti – una delle chiavi della grandezza del libro. Ti piacerebbe poterli conoscere. Ti piacerebbe che la storia non finisse mai.

Quali sono, secondo te, i cinque romanzi di King irrinunciabili?

Domanda difficilissima. Ma con un bazooka puntato alla tempia direi, a parte It e La torre nera: Misery, Shining, 22/11/’63, Il miglio verde, Stagioni diverse. Domani magari risponderei diversamente, ma credo che Misery resterebbe sempre in lista. E’ il romanzo più terrorizzante che esista, e anche il miglior meta/romanzo che abbia mai letto.

Ultima modifica il Venerdì, 20 Ottobre 2017 15:45

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