Lunedì, 23 Maggio 2016 06:23

L'Aquila: 7mila alloggi liberi e uno sviluppo urbano eccessivo

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Nel territorio comunale dell'Aquila ci sarebbero, ad oggi, 7.250 alloggi disponibili, attualmente liberi e abitabili.

Il dato è il frutto di uno studio, non ancora completato, del Dipartimento di ingegneria civile, edile-architettura e ambientale (Diceaa) dell'Università dell'Aquila. Anche se non si tratta di un dato definitivo, sono cifre destinate a far discutere, in una città che soffre uno sviluppo urbanistico irregolare e confusionario, su un territorio enorme - come abbiamo scritto già due anni fa [leggi l'articolo] L'Aquila è il nono comune più esteso d'Italia, quattro volte più grande di Milano - difficile da gestire e da sostenere (vedi rifiuti e trasporti) e senza un'idea né una visione strategica delle classi dirigenti.

Secondo lo studio del dipartimento dell'Ateneo aquilano, il numero di oltre 7mila alloggi include quelli che prevedevano, all'indomani del terremoto del 2009, gli "affitti concordati", quelli degli "acquisti equivalenti" (200 solo in centro storico, per lo più nella zona della Villa Comunale), quelli del fondo immobiliare, qualche migliaio di "casette" costruite con la famigerata delibera 58, e quegli alloggi attualmente messi in affitto o in vendita. Basta farsi un giro in automobile per le vie dell'Aquila per notare quante centinaia di annunci di affitto o vendita sono affissi ai balconi dei palazzi ricostruiti e ancora non abitati.

Insomma, siamo di fronte a un fenomeno spaventoso, considerando che tutti gli appartamenti delle diciannove aree del Progetto Case sono circa 4.500, cioè poco più della metà di quelli attualmente disponibili secondo l'Ateneo aquilano.

A presentare i dati del lavoro in corso è stato il professor Fabio Andreassi, intervenuto all'Aquila alla presentazione del libro Viaggio in Italia, le città nel trentennio neoliberista, che racconta attraverso 27 articoli altrettante città italiane, tra cui il capoluogo abruzzese. "Questo surplus di alloggi all'Aquila ha scatenato persino anticorpi da parte dei cittadini, che stanno iniziando a non chiedere l'agibilità finale - ha dichiarato Andreassi - una sorta di risposta saggia a un problema, da parte del sapere comune".

Qual è la soluzione, allora? Secondo Andreassi, che ha mostrato anche studi effettuati su Tokyo, in Giappone, occorre governare la regressione, verso una città che deve "dimagrire" (urbanisticamente parlando) ed evitare di continuare ancora ad "ingrassare".

laquila 1956L'Aquila ingrassa: l'urbanizzazione dal 1956 ad oggi. In molti territori italiani le città di media grandezza subiscono una serie di meccanismi invadenti, che portano anche i luoghi poco abitati ad avere una sorta di "forma metropoli", mentre lo spopolamento delle aree interne abruzzesi - quelle che oggi chiamiamo in maniera forse troppo omogenea cratere - inizia ad imporsi soprattutto quando svanisce la funzione produttiva della transumanza.

Secondo Enrico Ciccozzi, ricercatore universitario e membro della Società dei territorialisti/e, già nel ventennio fascista L'Aquila "viene sventrata e lottizzata" intorno alle mura cittadine. Nel 1956 (foto a sinistra, in nero l'urbanizzato, in giallo le zone di pianura) l'urbanizzato è di 3,89 kmq, di cui 1,2 dentro la cinta muraria. Nei primi anni '60 si cominciano a costruire quartieri periferici a nord-ovest della cinta, mentre sul finire dello stesso decennio inizia l'invasione della pianura alluvionale, con l'edificazione di opere impattanti come l'autostrada A24, i nuclei industriali e l'ospedale regionale. 

laquila 1981A metà degli anni Settanta viene approvato il piano regolatore generale (prg), tuttora in vigore: "Prevedeva uno sviluppo per 160mila abitanti - ha detto Ciccozzi - ma è evidente che queste previsioni erano del tutto falsate. Fu allora che ci fu uno sviluppo disorganico e la lottizzazione di zone come Pettino".

Negli anni '80 (foto a destra, 1981) la quantità di suolo consumata è di circa 11,8 kmq: triplicata rispetto agli anni '50. In tutto ciò, la popolazione è cresciuta solo del 16% rispetto ad allora.

Tra gli anni Novanta e i primi Duemila si intensificano le costruzioni nei quartieri periferici, e prolifera quello che viene chiamato da Ciccozzi "insediamento sparso". Con la delocalizzazione del terziario le fasce economicamente più deboli frequentano sempre meno il centro storico, mentre in vent'anni (1981-2001) la popolazione cresce di sole 3mila unità.

laquila 2008L'erosione progressiva del territorio, presente all'Aquila nel periodo immediatamente precedente al sisma, fa del capoluogo abruzzese una "metropoli mai nata" (foto a sinistra, 2008).

Con il terremoto (foto in basso, 2013) arrivano gli insediamenti che conosciamo, come le diciannove aree Case, estese su un diametro lungo 20 chilometri. L'estensione del nuovo edificato, in questa fase, è di 3,9 kmq. Per intenderci, nel 1956 la superficie urbanizzata all'Aquila era di 420 ettari, mentre nel 2014 era di 3.685 ettari. Si è passati da circa 5mila edifici (1956) a quasi 23mila (2014). Tutto ciò, a fronte di un aumento di residenti di poco più di 12mila unità in 58 anni.

laquila 2013


Sindaci "curatori fallimentari" del patrimonio pubblico. Diversi fattori hanno cambiato sostanzialmente il modo di governare, dal punto di vista politico e urbanistico, le città italiane negli ultimi trent'anni. Punto di cesura è, per Ilaria Agostini - una delle curatrici di Viaggio in Italia, le città nel trentennio neoliberista - il 1993, anno in cui va in onda la prima elezione diretta del sindaco. In quello stesso periodo, anche grazie ad altre riforme come la "Legge Bassanini", si apre la stagione della trattativa privata tra amministrazioni e imprenditori, con l'intensificazione nell'uso dello strumento dell'urbanistica contrattata.

Si svilisce sempre maggiormente l'assise democratica, rappresentata principalmente dal Consiglio comunale, e si afferma il decisionismo dell'uomo solo al potere. Il sindaco, appunto: "Non è un caso - ha affermato un altro dei curatori, Paolo Berdini - che oggi il Presidente del Consiglio sia un ex sindaco".

Ci si libera dai vincoli sociali dei precedenti decenni, la città non è più il punto di incontro tra ambiente e qualità della vita. L'urbanistica, definita da Berdini "tossica", si quota in borsa, mentre i sindaci diventano i "curatori fallimentari" del patrimonio pubblico, sempre più svenduto ai privati. Le periferie estese e inique fanno da contraltare a una politica di governo del territorio che diventa ogni giorno di più votata al marketing e al branding. Ne è un esempio la "narrazione civica" della smart city: non più una città verso la quale si ragiona in maniera organica, ma una celebrazione della settorializzazione degli interventi pubblici.

In questo senso, la città diventa solo un fatto economico, che riguarda - come nel caso della ricostruzione dell'Aquila - una questione tra operatori fondiari ed edilizi. Questo quadro - che si è trasformato e solidificato negli ultimi trent'anni - genera resistenza. Al turbocapitalismo nelle città si è dunque contrapposta una serie di pratiche di riappropriazione degli spazi comuni.

Ne sono un esempio il proliferare di comitati cittadini, spazi sociali e lotte territoriali: "Da questo punto di vista - ha evidenziato Berdini - L'Aquila, dopo il terremoto, è stata un esempio per tutto il Paese".

Ultima modifica il Lunedì, 23 Maggio 2016 20:46

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