Giovedì, 16 Febbraio 2017 19:50

Sapelli: "Una legge per proteggere i call center italiani. L'euro? Un grosso errore"

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"Ci vuole una legge per difendere i call center italiani e impedire che vengano trasferiti in Romania".

Secondo Giulio Sapelli, economista e docente all'Università degli Studi di Milano, la crisi in vui versano i call center italiani, schiacciati tra automazione dei processi lavorativi e delocalizzazione selvaggia, è una delle dimostrazioni più lampanti dell'"inadeguatezza di chi ci dirige", dalla classe politica alle organizzazioni sindacali.

Sapelli ieri era all'Aquila per partecipare al convegno "Abruzzo senza lavoro, Europa senza futuro" organizzato dal quotidiano on-line AbruzzoWeb. Un incontro in cui si è parlato delle oltre 90 crisi aziendali che punteggiano la regione, non ultima, per l'appunto, quella dei call center aquilani, un comparto dove lavorano oltre 1200 persone. Quasi la metà di queste - i 560 lavoratori del contact center Inps-Inail-Equitalia - rischiano di perdere il posto per via della scadenza della commessa (attualmente, in attesa che esca il nuovo bando di gara, sono in regime di prorogatio fino a giugno).

Secondo l'economista torinese, quello dei call center è un settore strategico che va strenuamente protetto: "Occorre una legge per difendere questo patrimonio nazionale e lo dico io che sono tutto fuorché uno statalista. Ma bisogna anche sfatare il pregiudizio, molto diffuso tra la gente e i giornalisti, che lavorare in un call center sia dequalificante. Al contrario, bisogna essere bravissimi professionalmente. Io il prossimo anno andrò in pensione e non so quanto prenderò ma sono sicuro che se telefonassi ai lavoratori del call center Inps me lo saprebbero dire".

Sapelli non è un protezionista ma è convinto che debba esserci, soprattutto da parte delle forze che compongono il fronte progressista, un recupero dell'idea di autonomia nazionale per quanto riguarda le politiche economiche, per evitare che il concetto di sovranità rimanga esclusivamente in mano alle destre nazionaliste e xenofobe, come sta già accadendo. In tal senso, Sapelli è uno degli economisti più critici nei confronti delle politiche di austerity europee e dell'euro: "L'euro? Farlo è stato un grave errore. E' stato il prezzo che abbiamo dovuto pagare all'unificazione tedesca "sottoscritta" dagli Usa, che ci imposero di fare l'euro temendo una Germania troppo forte. Ma sarebbe altrettanto grave uscirne senza una negoziazione".

Gli effetti perversi delle politiche di austerità sono particolarmente visibili in Italia. Negli ultimi 22 anni il nostro Paese ha chiuso il bilancio pubblico primario (quello che si calcola al netto degli interessi sul debito) in attivo per ben 20 volte, facendo meglio persino di Francia e Germania. Siamo una delle nazioni con la più alta spesa sociale d'Europa: persino la Svezia spende meno di noi. Eppure continuiamo ad avere un'economia ferma e indici di diseguaglianza sociale tra i peggiori d'Europa. Perché? Per via di una produttività del lavoro ancora troppo bassa e dell'assenza di un modello di crescita.

"Bisogna interpretare bene i dati" avverte Sapelli "La produttività del lavoro è bassa non perché gli italiani lavorino di meno rispetto agli altri europei ma perché lavorano sempre meno italiani. Il complesso delle ore lavorate è minore. Inoltre abbiamo un problema demografico, sono sempre meno i giovani che lavorano. Questo fa sì che la produttività, globalmente intesa, sia bassa. Dal 1995 al 2015, mentre gli altri Paesi crescevano - 33% Inghilterra, 28% Francia e Germania 28%, Spagna, Portogallo e Grecia tra il 13 e il 15% - il Pil italiano è cresciuto solo dell'8%".

Un fattore determinante di questa mancata crescita, secondo Sapelli, sono state le politiche di privatizzazione messe in atto dai vari governi che si sono succeduti: "In realtà non sono state privatizzazioni ma dismissioni della grande industria pubblica. Quando l'Europa scopriva la siderurgia e gli indiani venivano a comprare gli impianti in Francia e Germania, noi chiudevamo o vendevamo a prezzo di costo. In più non abbiamo supportato adeguatamente, come ad esempio hanno fatto gli Stati Uniti, le piccole e medie imprese".

"Purtroppo" ha osservato Sapelli "la politica europea, in questo momento, è dominata dall'ortoliberismo tedesco, che, per salvare il surplus commerciale della Germania, impone deflazione, bassi salari, basso costo di materiale intermedio e bassi consumi a tutti coloro che esportano in Germania. Questo meccanismo distrugge ricchezza, distrugge forza lavoro e trasferisce gran parte della ricchezza tedesca all'estero tramite investimenti finanziari".

L'Italia sconta anche, secondo Sapelli, un'inadeguatezza di classe dirigente: "In Italia c'è stato un fallimento delle classi dirigenti, specialmente della classe bancaria, che ha difeso strenuamentie le sue posizioni. Invece avremmo dovutoi fare quello che hanno fatto gli americani o gli inglesi, che hanno nazionalizzato le banche e mandato via i manager. Fare la stessa cosa da noi avrebbe voluto dire decapitare un'intera classe dominante che ha intrecci forti con la politica, soprattutto dopo l'arrivo di Monti. Purtroppo in Italia non si è capito che i costi delle capitalizzazioni aumentano rispetto al tempo. Ci sono cose che devi fare subito, farle dopo costa molto di più. Salvare Mps subito sarebbe costato di meno. Gli Stati Uniti lo hanno fatto con le bad bank. Ci hanno messo vent'anni ma alla fine lo Stato ci ha anche guadagnato".

Ultima modifica il Venerdì, 17 Febbraio 2017 11:23

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