Lunedì, 25 Aprile 2016 04:53

Roma, via Rasella, i Gap: incontro con Mario Fiorentini, l'ultimo partigiano

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Mario Fiorentini Mario Fiorentini

L'appuntamento è alle 11 di un lunedì di aprile. Il luogo è l'appartamento al quinto piano di un bel palazzo situato in una traversa di via del Tritone, a due passi da piazza Barberini.

Mario Fiorentini mi aspetta nel suo studio, una stanza luminosa, piena di libri. Le finestre, che danno sulla strada, sono aperte ma i rumori del traffico di Roma arrivano lontani, attutiti.

Quando entro, lo trovo seduto nella sua poltrona intento a conversare con un amico. Nonostante ci siamo parlati solo due volte per telefono, e solo per concordare il giorno e l'ora dell'intervista, appena varco la soglia della stanza si alza e mi viene incontro. E mentre mi saluta mi abbraccia forte e mi bacia, come se mi conoscesse da sempre.

Subito mi mostra una bella foto di Lucia Ottobrini - la compagna di una vita venuta a mancare nel settembre scorso, pochi giorni dopo il loro 70° anniversario di matrimonio - sistemata proprio al centro della libreria che occupa l'intera parete.

Un'unione, la loro, iniziata nel 1943, non molto tempo prima l'8 settembre: "Eravamo all'angolo di via Zucchelli: arrivano i carri armati tedeschi e noi li vediamo, siamo atterriti, sembrava che Roma venisse liberata e invece veniva occupata. Io la prendo per mano, per tutta la vita ci siamo tenuti per mano, e le dico: 'Nous sommes dans un cul de lampe'".

Mario e Lucia, “la coppia di volpi argentate", perché, mi racconta, "insieme abbiamo 4 medaglie d'argento al valor militare". Oltre che - spiega - cinque passaporti e innumerevoli nomi di copertura (L'uomo dai quattro nomi è il titolo di un bellissimo film documentario girato qualche anno fa da Claudio Costa).

Mario e Lucia, i due partigiani, lui comandante e lei vice del gruppo d'azione Gramsci della rete dei Gap centrali di Roma diretta da Carlo Salinari.

Tantissime le azioni portate a termine insieme: tra le altre anche l'attacco al battaglione Bozen di via Rasella, l'attentato partigiano dove, il 23 marzo del 1944, morirono trentatré soldati tedeschi e a seguito del quale i nazisti, come rappresaglia, ordinarono, il giorno dopo, la strage delle Fosse Ardeatine, in cui vennero fucilate 355 persone.

Via Rasella si trova proprio qui a due passi. La zona di via del Tritone e di piazza Barberini fu teatro di molte azioni dei gappisti.

Quando scoppiò la bomba che i partigiani avevano nascosto in un carretto della spazzatura trainato da Rosario Bentivegna (che per l'occasione si camuffò da netturbino), Mario Fiorentini era lì insieme agli altri compagni. Di quell'azione fu il principale ideatore. Roma veniva da sei mesi di occupazione nazista, sei mesi terribili, fatti di rastrellamenti (quello del ghetto ebraico ci fu il 16 ottobre del 1943), stragi, fucilazioni - come quelle di Forte Bravetta (72 morti) e Pietralata (dieci morti) – fame, freddo, paura. Gli Alleati erano sbarcati da poco a Anzio ma erano in seria difficoltà. Serviva un'azione forte, un “innalzamento del livello dello scontro”: “bisognava reagire alla tristezza e allo sconforto, attaccare i tedeschi era l'unico modo che avevamo per reagire a quella cappa di piombo che avvolgeva la città”.

Su via Rasella, sulla Resistenza, sulla guerriglia urbana condotta dai gappisti romani nei sette mesi di occupazione nazista ho preparato molte domande ma ben presto mi rendo conto che di fronte a un personaggio del carisma e dello spessore di Mario Fiorentini la mia idea iniziale di fare un'intervista basata sul classico schema domanda/risposta è impraticabile.

Mario è un vulcano, un fiume in piena che ti travolge. Quasi subito, però, capisco che non ha molta voglia di ricordare quei giorni. Mi parla molto più volentieri dell'altra sua vita - quella di matematico di fama internazionale, di professore e studioso di algebra commutativa e geometria algebrica – e di tutti i progetti che gli piacerebbe ancora intraprendere, nonostante i suoi 98 anni (li compirà a novembre), come quello di insegnare la matematica ai bambini tra i 9 e i 12 anni “perché se in Italia i ragazzi non si appassionano alla matematica è perché non viene insegnata loro nel modo giusto”

La reticenza di Mario sulla sua storia di gappista non mi meraviglia. Primo, perché non ci sono nuove rivelazioni o scoop da fare su via Rasella e le Fosse Ardeatine: come andarono gli avvenimenti, in fondo, si sa. Come ha scritto Alessandro Portelli nel fondamentale L'ordine è già stato eseguito “sull'andamento degli eventi ci sono le conclusioni della storiografia esistente; le fonti scritte, bibliografiche, giornalistiche sono essenzialmente fonti già pubbliche”.

In secondo luogo perché quella di via Rasella, ma in generale quella della Resistenza, è una memoria difficile: “La guerriglia urbana a Roma è stata fame, freddo, umidità e sudiciume e non avere dove dormire" mi dice ricordando quanto era solita ripetere Lucia Ottobrini. E in queste parole, forse, c'è anche la volontà di sottrarsi a quella che lo storico (antifascista) Sergio Luzzatto ha definito “la componente reducistica” della Resistenza, “l'eccesso d'enfasi, epica e retorica” sorto intorno all'esperienza partigiana.

Questo non vuol dire, naturalmente, che Mario Fiorentini abbia rinnegato il suo passato da combattente. Al contrario, in tutti questi anni ha sempre rivendicato con fierezza e orgoglio sia la sua esperienza di gappista - difendendola  dalla polemica antipartigiana sulla legittimità di azioni come quella di via Rasella e sulla loro presunta inutilità militare - sia la propria idea di cittadinanza intesa come militanza, di italianità concepita come appartenenza programmaticamente antifascista.

Per anni, ha scritto sempre Alessandro Portelli nel già citato L'ordine è già stato eseguito, su via Rasella e le Fosse Ardeatine “si è addensato un senso comune intriso di disinformazione, che ha rovesciato la responsabilità del massacro sui partigiani, rei di non aver prevenuto la rappresaglia consegnandosi ai nazisti” quando invece non ci fu, da parte dei tedeschi, “nessun manifesto affisso ai muri, nessun serio tentativo di catturare chi aveva compiuto l'azione”, come confermarono anche le dichiarazioni di Kesserling e Kappler in tribunale.

Senza via Rasella la Resistenza romana sarebbe uscita molto ridimensionata. Forse tra cinquant'anni ci condanneranno perché magari verrà fuori l'idea che una guerra è sempre sbagliata, che uccidere una persona è sempre sbagliato. Però in quel momento siamo stati noi a decidere, su questo non ci piove”.

Parole che riecheggiano quelle dell'amico e compagno Rosario “Sasà” Bentivegna: “Io a via Rasella ci sono stato perché ci volevo stare. Ci sono sempre rimasto e ci sto ancora”. Penso che anche Mario, in fondo, non è mai andato via.

Come ultima cosa, gli chiedo se, oltre a Lucia Ottobrini, esiste un filo che collega le sue due vite, quella dell'impegno politico giovanile e della lotta partigiana e quella della maturità tutta dedicata alla ricerca matematica avanzata.

Mi risponde facendomi leggere quello che disse a Pietro Nastasi in un'intervista pubblicata qualche anno fa dalla rivista Lettera matematica: “Forse la volontà. Una volontà di ferro che mi ha sempre sostenuto, era la stessa. Avevo fatto le scuole commerciali. Dopo la guerra, per prendere da privatista la maturità scientifica, iscrivermi a Matematica e laurearmi, ci è voluta la stessa volontà che ci voleva nei momenti difficili della Resistenza, richiedendo spesso sacrifici non minori. Ti dico anche un'altra cosa. Dopo la laurea, sono andato a insegnare Scienze naturali in una scuola media inferiore, a indirizzo commerciale. A quel tempo, nella scuola media c'era una grande selezione. Al primo consiglio di classe, gli insegnanti erano molto duri con i voti, molto selettivi. Un mio collega mi disse subito la sua "filosofia": all'inizio dell'anno, assegno dei compiti molto difficili e salvo cinque o sei studenti, gli altri li butto a mare e quando li interrogo faccio sempre domande difficili. Io venivo da un'esperienza sociale, di un'altra "pasta". Rimasi molto impressionato da questo discorso e da allora assunsi la mia "filosofia": mi occuperò soprattutto degli studenti più deboli e parlerò sempre, a voce alta, a quelli dell'ultimo banco. La mia etica è questa e da allora - anche all'Università - l'ho seguita sempre”.

 

Ultima modifica il Martedì, 26 Aprile 2016 16:31

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