Mercoledì, 11 Gennaio 2017 20:34

Scosse in Alta Valle dell'Aterno, l'intervista a Antonio Moretti

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"Non conosciamo ancora come funzioni il sistema di sforzi in sottosuolo; avessimo una macchina in grado di fare un'ecografia al nostro pianeta, potremmo sapere se c'è energia sufficiente o meno, in determinate strutture sismogenetiche, per un terremoto rilevante. Purtroppo, non siamo ancora in grado di stabilirlo".

A spiegarlo a NewsTown è il geologo Antonio Moretti, esperto sismologo, docente della facoltà di Scienze Ambientali all'Università degli Studi dell'Aquila.

In queste ore, molto si sta parlando dello sciame sismico che interessa la faglia che corre lungo l'asse Barete-Pizzoli-Arischia, "la stessa che ha dato vita al terremoto del 1703" ha dichiarato alla stampa il sismologo Christian Del Pinto.

"Se ha attivato il terremoto del 1703 - sottolinea Moretti - l'elemento dovrebbe essere scarico, dovrebbe aver rilasciato, in altre parole, la grossa componente della sua energia. Come detto, però, non possiamo saperlo".

E' chiaro che a seguito di terremoti importanti, come gli ultimi del 24 agosto e del 30 ottobre, "c'è un rilascio di sforzi in sottosuolo che vanno a spingere sulla struttura successiva", aggiunge. "Tuttavia, il problema è sapere se la suddetta struttura sia carica, in grado cioé di scattare, se come un effetto domino la rottura possa propagarsi per intenderci o se, al contrario, ha rilasciato la sua energia e, pian piano, si sta ricaricando con quei movimenti lenti del suolo connessi alle placche terrestri".

Per spiegarsi meglio, Moretti fa l'esempio di "un recentissimo errore commesso e che racconta di quanto poco ancora ne sappiamo; ebbene, ci aspettavamo un sisma ad Amatrice, l'avevamo anche detto: sapevamo che la rottura dell'Aquila si sarebbe propagata prima a Nord e, quindi, a Sud. Ed infatti, è arrivato il sisma del 24 agosto che ha procurato ingenti danni, anche per le particolari condizioni locali. Non ci saremmo aspettati, però, un proseguimento della rottura verso Nord perché il segmento successivo, quello della Val Nerina, aveva già fatto registrare un sisma nel 1979; dunque, si è pensato - erroneamente - che l'elemento si fosse già scaricato e, d'altra parte, più a Nord, in Umbria e nelle Marche, c'era stato il terremoto del 1997".

E invece, il terremoto del 30 ottobre ha avuto 100 volte più energia di quello del '79: "Immaginavamo la struttura fosse scarica; al contrario, aveva energia per un terremoto così rilevante". A conti fatti - ribadisce Moretti - "il terremoto di Amatrice è stato premonitore della rottura maggiore avvenuta il 30 ottobre".

E' certo, però, che uno sciame sismico aumenti il rischio di rilascio d'energia su altre strutture: "In questi casi, dunque, bisogna andare a studiare con attenzione le zone limitrofe. Nei momenti di crisi, il sistema è più vulnerabile e, così, il rischio aumenta".

Insomma, bisogna stare sempre attivi e preparati: chi vive in un territorio fortemente sismico, come l'Appenino, deve essere pronto in ogni momento. A dire che "non ha molto senso chiedersi se le sedici scosse di Pizzoli possano scatenare un terremoto rilevante oppure no"; impossibile prevederlo, al momento. "Chiarito ciò, abbiamo una storia sismica che racconta molto ma è lunga soltanto mille anni: ci sono eventi che avvengono ogni diecimila anni, e di magnitudo molto superiore. Siamo speleologi: nelle grotte, vediamo deformazioni, rotture, crolli, dovuti a eventi sismici di energia non comparabile agli attuali, con tempi di ritorno che restano conservati nella roccia e sono nell'ordine delle decine di migliaia di anni. Ora possiamo anche far finta di niente, la probabilità che un evento del genere accada proprio oggi è davvero bassissima, ma certi fenomeni esistono; per dire, in Emilia Romagna non ci pensava nessuno che potesse arrivare un terremoto, ne viene uno ogni cinquecento anni: sappiamo come è andata".

Ultima modifica il Giovedì, 12 Gennaio 2017 11:28

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