Domenica, 26 Febbraio 2017 03:26

Se lo Yeti è un amuleto per elaborare il lutto. Intervista a Enrico Macioci: "Stephen King? Come Shakespeare"

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Enrico Macioci Enrico Macioci

“Penso che i bambini siano più fragili ma anche più forti degli adulti e lo sono per lo stesso motivo: hanno meno difese dal punto di vista razionale ma proprio per questo sono più aperti a tutte le possibilità e possono credere in cose a cui gli adulti non sono più capaci di credere. Possono anche elaborare un lutto o una perdita in maniere che agli adulti sono precluse”.

E’ l’infanzia il perno attorno a cui ruota Lettera d’amore allo Yeti, il nuovo romanzo dello scrittore aquilano Enrico Macioci, uscito da poco per Mondadori. Un libro originale, multiforme, che sfugge alle classificazioni, dove il realismo si fonde con il genere horror per dar vita a un racconto sui temi della perdita, del rapporto padre-figlio, della memoria e della rimozione. Il fulcro della narrazione, tuttavia, rimane sempre l’infanzia (laddove il precedente Breve storia storia del talento si concentrava invece sul passaggio dall'adolescenza al mondo degli adulti), messa in relazione in particolare con il tema dell’immaginazione, intesa come arma per lottare contro il male. E' stato Stephen King, non a caso una delle influenze e delle fonti di ispirazione maggiori dell’autore (che ad aprile sarà ospite della prima edizione della Fiera del libro di Milano), a insegnarci che gli adulti sono vulnerabili perché hanno perso gran parte della loro forza immaginativa, del loro senso di meraviglia verso il mondo.

Sono passati otto mesi da quando Lisa è morta, lasciando Riccardo da solo con il piccolo Nicola. Nel tentativo di lenire le ferite inferte da questa perdita improvvisa, padre e figlio si sono trasferiti nella casa al mare. Nicola ha una grande passione per lo Yeti: cerca ovunque informazioni su di lui, un po’ ne è affascinato e un po’ lo teme. Riccardo ha un sogno ricorrente, lo stesso che ha fatto la notte in cui Lisa è morta nel sonno. Nicola è preso da mille interessi, non ultima l’amicizia con il vicino di casa Teodoro Inverno, un uomo scontroso con cui il piccolo si ferma  a chiacchierare per ore ed ore, mentre Riccardo fa amicizia con Walter, il gestore di un bar sulla spiaggia, un uomo estroverso con cui è piacevole conversare, e incontra l’affascinante Ismaela. Le cose sembrano mettersi al meglio finché un giorno Ismaela, durante una passeggiata in pineta, ha una crisi convulsiva, e il giorno dopo, in quello stesso luogo, scompare misteriosamente Simona, una giovanissima animatrice della spiaggia. In quello spiazzo della pineta sono già scomparse quattro persone negli ultimi dieci anni. La tenebra torna ad assediare la vita di Riccardo e Nicola.

Enrico, sono tanti i temi trattati in questo romanzo. Se dovessi circoscriverne solo alcuni, quali sceglieresti?

Direi che è soprattutto un libro sul lutto, sulla perdita e sull’infanzia, su come quest’ultima può venire a patti con la perdita, in questo caso la perdita per un bambino della propria mamma. Penso che i bambini siano più fragili, perché hanno meno difese dal punto di vista razionale, ma anche più forti degli adulti, perché possono credere in cose a cui gli adulti non sono più capaci di credere. Per questi motivi possono elaborare il lutto, la perdita, il male in maniere precluse agli adulti. In questo senso lo yeti è una specie di amuleto a cui il bambino protagonista del libro si aggrappa per riempire il vuoto apertosi con la scomparsa della mamma. Nicola riesce a conservare una forma di fede credendo che lo yeti gli riporterà indietro la mamma.

Il romanzo segue, fino a un certo punto, un percorso normale, realistico, per poi virare verso una seconda parte dalle tinte decisamente più horror. E' un libro in cui si sente forte l’influenza che Stephen King ha sulla tua scrittura. Influenza da te sempre orgogliosamente rivendicata, già a partire, peraltro, da Breve storia del talento.

Sì, il romanzo è diviso in due parti: nella prima ha un’impronta più realista, “normale”, nella seconda precipita in una dimensione più trascendente, metafisica e orrorifica, anche se già nella prima parte ci sono degli indizi che portano a pensare che accadrà qualcosa non solo di brutto ma anche di impossibile. L’influenza di King è indubbia ma credo che oggi chiunque scriva narrativa è influenzato da King, perché King ha influenzato l’immaginario collettivo occidentale degli ultimi quattro decenni, non solo con la sua produzione letteraria ma anche con le trasposizioni cinematografiche che sono state fatte dei suoi libri. Qui certo sono andato a muovermi nel suo territorio di lezione, il fantasy metafisico. Ma anche il realismo risente dell’influenza kinghiana. King è un grandissimo realista: nessuno come lui è capace di descrivere l’infanzia e l’adolescenza, di creare intere comunità, di farci vedere le cose oltre che i sentimenti. È uno scrittore molto calato nella realtà, credo che uno scrittore possa spaventare i lettori e scioccarli solo se trasmette loro un grande senso di reltà. In questo senso King mi fa pensare molto a Shakespeare, anche se l’accostamento può sembrare blasfemo. Shakespeare ha questo grandissimo tocco di realtà che fu il segreto del suo successo. L’influenza di King, comunque, va oltre la mia fascinazione per l’horror e ha a che fare soprattutto con le tecniche narrative, il ritmo, la prosodia, la costruzione, i dialoghi. Tutte cose nelle quali King è davvero un maestro. Credo che sia uno dei pochi scrittori che riescono a riproporre in chiave moderna l’antica funzione di cantastorie. Con il postmodernismo questa funzione della letteratura sembrava morta. Dopo tante decostruzioni e tanti intellettualismi, invece, è arrivato questo scrittore del Maine che ha iniziato a raccontare storie come se stessimo intorno al fuoco. Trovo che questa sia una cosa meravigliosa.

La tua passione per King è anche quella per tutta la letteratura americana. A tal proposito, hai detto, in un’altra intervista, che preferisci la letteratura americana a quella italiana perché quest’ultima ha un “immaginario claustrofobico”.

Chiaramente è solo una mia posizione, tutta criticabile. Non voglio generalizzare, parlo di una tendenza. Ho sempre pensato che la letteratura italiana abbia un immaginario poco fertile, a eccezione di mostri sacri come Dante o Leopardi.  La nostra letteratura è sempre stata molto attenta allo stile ma non sono sicuro che lo stile sia anche la storia. Io penso invece che la storia venga prima e che poi trovi uno stile. In Italia invece c’è sempre stata questa tentazione per la prosa d’arte, per le acrobazie linguistiche. E’ un modo di pensare che ci portiamo dall’Ottocento. Basti pensare a uno scrittore come Gadda: non ne discuto le doti linguistiche, ma come narratore non mi entusiasma proprio, perché si va ad attorcigliare attorno allo stile fino a strozzare l’immaginazione. Detto questo, credo che da qualche tempo la narrativa italiana si sia aperta al mondo e ciò abbia prodotto molti libri interessanti.

Breve storia del talento era ambientato anche all’Aquila, anche se avevi reso questa ambientazione molto sfumata. Nel nuovo libro siamo sempre in una città di provincia ma al mare. Con cosa ha a che fare questa tua scelta di far svolgere le tue storie in piccole realtà provinciali e non in grandi città?

I motivi sono due: il primo è che in provincia possiamo analizzare al microscopio relazioni sociali che invece nelle città si perdono. Il secondo è che la provincia è l’unico mondo che conosco e credo che quando si scrive si debba parlare solo di ciò che si conosce bene. Io conosco bene la provincia perché sono nato e cresciuto all’Aquila, dove sono rimasto fino all’età di 37 anni. Ora vivo a Salerno, che è sempre una città di provincia, anche se è un po’ più grande dell’Aquila. Sono quelle le realtà che mi sono note e che posso restituire al lettore con maggiore concretezza.

Pur essendo uscito solo da pochi giorni, il libro sta ottenendo un’ottima accoglienza sia da parte del pubblico che della critica. Te lo aspettavi?

No, non mi aspettavo una reazione così positiva, né da parte del pubblico né da parte dalla critica. Del pubblico perché ho scritto una storia molto bizzarra e quindi mi stupisce che i lettori la divorino in breve tempo e che ne siano entusiasti e emozionati. Da parte della critica per gli stessi motivi, perché ho scritto una storia abbastanza incollocabile e stramba.

Ultima modifica il Lunedì, 27 Febbraio 2017 12:25

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