Lunedì, 27 Marzo 2017 03:22

Le due madri di Donatella Di Pietrantonio: intervista alla scrittrice abruzzese diventata un caso editoriale nazionale

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Particolare della copertina del libro Particolare della copertina del libro

C’è una scrittrice abruzzese che sta facendo parlare molto di sé grazie a un romanzo appena uscito ma diventato già uno dei casi letterari del 2017.

Lei si chiama Donatella Di Pietrantonio e il libro L’Arminuta.

Pubblicato da Einaudi a metà febbraio, L’Arminuta è il terzo romanzo della Di Pietrantonio. Già con gli altri due, Mia madre è un fiume e Bella mia, entrambi pubblicati da Elliot, questa scrittrice cinquantacinquenne nata ad Arsita, in provincia di Teramo, ma da anni residente a Penne, dove svolge la professione di dentista pediatrico, si era fatta notare come una delle voci più originali e autenticamente letterarie del panorama italiano.

Quest’ultimo libro, giunto già, in meno di un mese, alla prima ristampa e accolto benissimo anche dalla critica, è la conferma definitiva di un talento sbocciato forse un po’ tardi ma che, proprio per essere arrivato a maturazione lentamente, senza fretta, è capace di produrre pagine di rara bellezza, profondità e intensità.

Merito soprattutto di una lingua asciutta e apparentemente scarna ma dotata, in realtà, di un grande potere evocativo. Una lingua che predilige la sottrazione all’accumulo, ruvida, luminosa e aspra come quell’Abruzzo scelto dalla Di Pietrantonio come ambientazione delle sue storie.

Un Abruzzo che fa da sfondo anche alla vicenda narrata ne L’Arminuta. Anche se, rispetto agli altri due romanzi, è una presenza più sfumata, non ancorata a luoghi geografici precisi ma richiamata più che altro attraverso alcuni riferimenti a produzioni locali (gli arrosticini, la coperta abruzzese) e attraverso la parlata dialettale di alcuni personaggi.

Dialettale, tanto per cominciare, è la parola arminuta, che vuol dire “la ritornata”. Il libro, infatti, racconta la storia di una ragazzina di tredici anni che, per motivi a lei incomprensibili, viene riportata dagli zii che l'hanno adottata da piccola, facendola crescere in un ambiente agiato, colto, urbano e borghese, alla sua famiglia d'origine, una famiglia povera e contadina.Quella dei "bambini donati" dalle famiglie povere e numerose alle coppie sterili era una partica abbastanza diffusa, in Abruzzo come anche in altre regioni italiane, nei decenni scorsi ed è rimasta in uso fino agli anni Settanta.

Trovatasi catapultata da un giorno all’altro in un ambiente a lei sconosciuto e estraneo, tra una madre, quella biologica, fredda e anaffettiva, un padre violento e assente e compagni di scuola ostili, l’arminuta dovrà fare i conti con il dolore, lo spaesamento, la perdita di identità dovuti all’esser stata abbandonata due volte, senza sapere perché; ma riuscirà a "salvarsi" e a scoprire la verità grazie anche all’aiuto della sorella minore, Adriana, con la quale instaurerà un rapporto speciale.

Anche questo libro ruota intorno a un tema, quello della relazione madre-figlia, della narrazione dell’essere madre e dell’essere figlia, che aveva già affrontato, sebbene in modi diversi, negli altri due libri. Come mai le sta a così a cuore questo argomento?

Il tema del rapporto madre-figlio o madre-figlia è un tema universale, classico, presente nella letteratura e nell’arte fin dalle origini dell’umanità. Lo troviamo nella mitologia antica e nelle favole. A me si è imposto sempre come un’urgenza narrativa, è una specie di demone. Si dice che uno scrittore alla fine scriva sempre lo stesso libro...Il mio è questo. E’ un contenuto che lavora in profondità e che da un libro all’altro va specificandosi in tutte le sue sfaccettature. In particolare mi interessa guardare le parti oscure, in ombra, del rapporto madre-figlia, le anomalie, le patologie. Se è vero che questa è la relazione primaria, fondamentale, contraddistinta da amore e accoglimento, è anche vero che esistono delle forme aberranti - l’abbandono, il rifiuto, l’allontanamento – che sono quelle che io tratto in questo romanzo.

Il romanzo è ambientato in Abruzzo ma, rispetto ai primi due romanzi, i riferimenti geografici sono molto più sfumati. Non compaiono mai i nomi di città o luoghi. Perché questa scelta?

Ci tenevo a sollevarmi un po’ dal dato geografico, localistico, perché il libro non fosse subito incasellato ed etichettato nell’ambito del regionalismo. Questo perché io credo che alcuni dei temi che tratta siano universali e quindi, volutamente, non ho messo riferimenti geografici precisi. i tenevo a slegare la vicenda e il tema da una collocazione geografica. Però credo che sia abbastanza chiaro il luogo di cui stiamo parlando. L’unico riferimento che c’è, a un certo punto, è la coperta abruzzese. E gli arrosticini. Adesso che sto girando in tutta Italia per le presentazioni, mi sto rendendo conto che sono molti a conoscere storie simili a quella narrata nel libro, su questa pratica, abbastanza diffusa fino a qualche decennio fa, per cui le famiglie povere e numerose donavano un figlio a coppie sterili e benestanti. La particolarità del libro è che a un certo punto questa bambina viene rispedita nella famiglie di origine senza un perché.

Questo libro segna anche il suo passaggio a un grande editore. Come è avvenuto questo incontro?

E’ stato un incontro molto bello e gratificante, sono molto contenta per come il testo che ho proposto è stato accolto e apprezzato e per come attualmente l’editore lo sta sostenendo,cercando di farlo arrivare ai lettori. Credo che il sogno di ogni scrittore sia quello di entrare nel catalogo Einaudi.

Hanno paragonato questo romanzo al Silone del Segreto di Luca.  E’ un accostamento in cui si riconosce? Quali sono le sue principali influenze letterarie?

Delle letture che faccio, anche degli autoroi più amati, non conservo molta memoria. Però sono sicura che quei libri fondamentali, che ti cambiano la vita, ti entrano dentro e in qualche modo diventano parte di te. Poi li trasformi fino a che riemergono come un fiume carsico. Ho letto Silone con grande amore e passione durante l’adolescenza e non posso non essere legata a lui, è nel mio Dna come del resto in quello di tutti gli abruzzesi. Per il resto, sono molto legata alla letteratura di Agota Kristof, credo ci sia qualcosa della sua scrittura nel mio stile. Altri scrittori che amo tantissimo, anche se non c’è molto di loro sulla pagina, sono Borges e la Yourcenar delle Memorie di Adriano.

Il libro sta avendo un’accoglienza molto positiva. Si aspettava di ricevere tanti elogi?

Francamente no e naturalmente sono molto contenta, stupita e anche un po’ spaesata. Sono molto felice che questa storia colpisca i lettori. E’ una storia che li coinvolge, molti mi dicono che lo leggono d’un fiato e poi però sentono il bisogno di tornare sulle pagine per poter elaborare meglio alcuni passaggi. Presto ci saranno anche delle traduzioni, in tedesco, francese e spagnolo e questo fa davvero piacere.

Ha ricevuto proposte anche per qualche riduzione cinematografica?

Ci sono degli interessi ma per il momento non c’è niente di definito.

Lei ha un legame profondo oltre che con i luoghi in cui è cresciuta anche con L’Aquila, dove ha scelto di ambientare il suo secondo romanzo, Bella mia, candidato al Premio Strega.

Sì, sono molto legata all’Aquila, è una città che amo tantissimo. E’ un rapporto che non mi spiego fino in fondo, forse nasce dal fatto che L’Aquila per me ha rappresentato la prima uscita dalla famiglia, la conquista della libertà negli anni degli studi universitari. Abitavo in via Castello 55, andavo all’università in via Verdi. All’Aquila sono stata accolta molto bene e ho stretto delle amicizie durature con persone alle quali sono ancora molto legata. Quando nel 2009 c’è stato il terremoto per me c’è stata un’urgenza narrativa. Bella mia, che è un libro sulla perdita, sul dolore ma anche sulla possibilità di elaborarlo, voleva essere anche un omaggio alla città.

Lei esercita la professione di dentista pediatrico. Rinuncerebbe al suo lavoro per dedicarsi completamente alla scrittura oppure avere un mestiere diverso le è funzionale anche all’attività di scrittrice?

Se fossi costretta a scegliere tra le due cose, sceglierei la scrittura perché comunque all’odontoiatria ho dato trent’anni della mia vita. Non trovandomi nella necessità di scegliere, però, mi piace conservare questa professione perché innanzitutto un altro lavoro ti dà una certa libertà. Sei libero di scrivere quando lo senti, la scrittura non diventa mai un mestiere e anche se sei legato ai ritmi e alle costrizioni dell’altro lavoro, resti libero e non sei tenuto a scrivere per forza. Questo è importante. Ma avere un altro lavoro aiuta a conservare un legame con la realtà, a restare con i piedi per terra, La scrittura è un’attività solitaria, avere una specie di zavorra che ti tiene ancorato a terra, al mondo degli altri, può essere salvifico.

Ultima modifica il Lunedì, 27 Marzo 2017 12:34

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