Sabato, 10 Marzo 2018 08:58

"Il senso della lotta", quel che resta degli Anni di Piombo: intervista a Nicola Ravera Rafele

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Quest’anno ricorrono i quarant’anni del rapimento e dell’omicidio di Aldo Moro, l’episodio più emblematico degli Anni di Piombo, le cui radici, secondo molti storici, affondano nella “rivoluzione mancata” del Sessantototto.

E' una stagione sulla quale si è detto e scritto tantissimo ma che, ciononostante, rimane ancora piena di punti oscuri.

Dopo il tempo delle memorie dei protagonisti e dei bilanci dei coetanei, sono i figli nati sulla coda di quell’epoca - a cavallo, cioè, tra gli anni Settanta e Ottanta - che provano, oggi, a cercare, con diversa distanza e un diverso coinvolgimento, di ricostruire e capire cosa successe.

A proporre un'indagine intima e profonda sugli anni di lotta e terrorismo e su quanto hanno tolto e quanto hanno lasciato alla storia personale e collettiva non solo di quella generazione – quella dei baby boomers - ma anche di quella successiva, quella dei trenta/quarantenni di oggi, è Nicola Ravera Rafele con il romanzo Il senso della lotta (Fandango).

Il libro, uno sguardo disincantato sul terrorismo rosso italiano, descrive la complessa vicenda familiare di Tommaso, giovane giornalista precario, che scopre di aver avuto come genitori due brigatisti e di essere poi stato adottato da una zia. L’opera varia tra più generi letterari e offre uno spaccato realista, descritto da un trentenne dei nostri giorni, dell’arcipelago delle Br.

Qual è il tema fondamentale del romanzo? Come è nato?

E’ nato dalla volontà di cominciare a fare i conti con il rapporto tra la mia generazione, quella nata tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta, e la tanto decantata generazione dei baby boomers, di chi ha fatto il 68 e il 77. La generazione dei nostri genitori, quella carina e libertaria, che ci ha fatto credere di aver vissuto nel momento migliore della storia, a differenza nostra, che  siamo invece degli scansafatiche. Solo che il mondo che ci hanno lasciato in eredità è molto meno bello di quanto ci avevano raccontato e più cresciamo più ce ne rendiamo conto. Questo è quello che c’è dietro. Poi il libro ha preso man mano che lo scrivevo una strada di plot molto più forte perché c’è un ragazzo di oggi, un quasi quarantenne, Tommaso, figlio di due ex brigatisti, che lo hanno abbandonato quando aveva quattro anni lasciandolo a sua zia, che scopre, forse, che i suoi genitori non sono morti come gli avevano raccontato. Da lì inizia un viaggio nello spazio e nel tempo che lo porterà prima a Milano e poi a Parigi, a fare i conti con questi fantasmi che dal passato ritornano nella sua vita di oggi distruggendola per certi versi  e facendolo crescere per altri.

Quest’anno ricorrono i quarant’anni dal sequestro Moro, che fu sicuramente il momento più drammatico di quella lunga stagione di sangue. Secondo lei siamo riusciti a fare i conti con quell’epoca o ci sono ancora cose rimaste irrisolte?

I conti secondo me non sono stati fatti, soprattutto con il terrorismo rosso. Con il terrorismo nero non si sono potuti fare perché viviamo in uno Stato che non ci ha ancora detto la verità né su Piazza Fontana né sulla stazione di Bologna né su Piazza della Loggia. Continuiamo ad assistere a questi processi infiniti anche se in realtà sappiamo perfettamente chi è stato, sia per quanto riguarda la manodopera sia per quanto riguarda le aderenze più che presunte dei terroristi con gli apparati dello stato. Per quanto riguarda il terrorismo rosso, secondo me a sinistra c’è poca serenità, perché molti di quelli che hanno fatto parte della lotta armata non hanno avuto il coraggio di ammettere fino in fondo alcuni errori anche drammatici. Chi invece stava con la sinistra ma non ha fatto la lotta armata ha la coda di paglia, perché non vuole riconoscere che con i terroristi c’era un legame emotivo. Tanta gente che militava nella sinistra extraparlamentare magari non avrebbe mai sparato ma sapeva benissimo di avere amici che avevano la pistola in casa. Con il rapimento Moro questa cosa è diventata un tabù, anche per il Pci, che non volle mai ammettere di sapere perfettamente da dove nasceva tutto quello che successe in quegli anni. A destra, invece, c’è la tendenza a fare di tutta l’erba un fascio, di mettere tutto nello stesso calderone e quello certo non aiuta la verità. Per questo siamo molto indietro. Lo dimostra anche il fatto che facciamo ancora molta fatica a trattare, nel cinema e nella letteratura, quella stagione, come se fosse ancora tropo vicina e avessimo ogni volta paura di cadere nella cronaca perché non riusciamo ancora a parlarne con la lucidità della storia.

Essere trentenni oggi è più difficile di quanto non lo fosse negli anni Settanta?

E’ come se la mia generazione fosse condannata all’intelligenza, a una comprensione del reale che deve essere in qualche modo reinventata tutti i giorni, senza avere un Nord sulla bussola. Io in questo invidio molto chi ha avuto venti o trent’anni negli anni Settanta perché comunque avere una mappa di riferimento rendeva tutto più facile. Anche la lotta era infinitamente più facile. Oggi lottare è diventato complicato, nonostante ci sia la crisi e non ci sia lavoro e la situazione non sia per niente più allegra rispetto a 40 anni fa, perché la mia è una generazione atomizzata, ripiegata sul privato, dove ognuno è messo contro l’altro dal precariato. Era più facile lottare quando c’era un pattern di riferimento anche sociale come poteva essere la fabbrica. Noi siamo sbriciolati in una specie di guerra fratricida. Questo ci costringe a uno sforzo supplementare per comprendere il reale e riuscire a cambiarlo.

Si è detto tante volte che quella dei trentenni di oggi è la prima generazione della storia che avrà un futuro peggiore di quello dei propri genitori. Come si spiega che, malgrado la frustrazione, la rabbia, il senso di ingiustizia diffusi, e la consapevolezza e la coscienza maturate della propria condizione, questa generazione non abbia saputo dar vita a un movimento in grado di cambiare realmente le cose? Sembra che la lotta, per i trenta/quarantenni di oggi, non solo sia finita ma non sia mai nemmeno cominciata.   

In Italia, secondo, me abbiamo molto sottovalutato la cesura che è stata Genova, il G8 del 2001. Almeno per la mia generazione è stata una cosa tremenda. Si era arrivati al 2001 con un movimento che era passato per Seattle e per Porto Alegre prendendo forza. Era un movimento internazionale che diceva delle cose talmente giuste che sono poi le stesse che nemmeno 10 anni più tardi avrebbe detto un presidente degli Stati Uniti, Barack Obama. Obama ha ripetuto né più né meno quello che dicev i cosiddetti no global. Non era necessario, del resto, essere dei rivoluzionari o aver letto Marx per capire che, se non si metteva un freno a mondo in cui un dirigente d’azienda guadagna 1500 volte di più di un operaio, l’economia sarebbe collassata. Quando abbiamo provato a dirlo noi  hanno sparato addosso e non ci siamo più ripresi. Lì è successa secondo me una cosa terribile, che si è verificata anche altre volte nella storia: ci piace pensare che la violenza generi eroismo, che faccia nascere, per reazione, voglia di combattere. Purtroppo non è vero. La violenza di Stato fa paura. Quando la polizia spara o fa quello che ha fatto alla Diaz, nella maggior parte dei casi ci si spaventa e ci si disgrega ed è quello che è successo. E infatti l’Italia, se si guarda a sinistra, si trova molto più indietro rispetto ad altri paesi europei sui quali la crisi ha impattato con durezza. Solo noi non abbiamo avuto un Syriza o un Podemos a sinistra perché chi era di sinistra e ha la mia età è morto quel giorno alla Diaz.

Ultima modifica il Sabato, 10 Marzo 2018 21:42

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