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Sabato, 07 Settembre 2013 17:27

'L'altro 11 settembre': la dittatura di Augusto Pinochet/3

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40mila vittime di violazioni dei diritti umani, 3216 persone uccise o scomparse, 38254 i cileni che hanno subito detenzione politica e/o tortura. Sono i terribili numeri del rapporto stilato nel 2004 dalla Commissione Valech e che raccontano i 17 anni di dittatura di Augusto Pinochet Ugarte.

Conquistato il potere nel 1973, dopo il sanguinoso colpo di Stato che travolse il legittimo governo del presidente Salvador Allende, Pinochet cancellò in un sol colpo tutti i provvedimenti del governo socialista, dichiarò fuori legge i partiti politici, chiuse il parlamento e distrusse i registri elettorali. Istituì quindi un organo di polizia repressiva che, durante la sua feroce dittatura, dal 1973 al 1990, sequestrò, torturò e fece sparire migliaia di persone, la maggior parte degli oppositori politici di sinistra, accademici, professionisti, religiosi, studenti e operai.

Amnesty International e altre organizzazioni chiesero il suo arresto per violazione dei diritti umani, e fu emesso un mandato di cattura internazionale, ma il generale Pinochet morì a Santiago nel 2006 a 91 anni senza che i crimini compiuti nei dolorosi anni della sua dittatura trovarono giustizia.
Dopo il ritorno alla formale democrazia nel 1989, infatti, il popolo cileno si trovò drammaticamente diviso: da una parte c'era chi avrebbe voluto dimenticare in fretta il loro Olocausto, dall'altra chi invece chiedeva giustizia per un passato che ha sconvolto la loro vita, per chi è stato ammazzato senza accuse nè processi, per chi è stato torturato, per gli esuli.

A raccontare gli orrori della dittatura, il corpo senza vita di Eduardo Frei Montalva. C'era presenza di sarin, gas nervino classificato come arma di distruzione di massa. Frei fu Presidente del Cile e successivamente Presidente del Senato, durante il governo di Salvador Allende. Sostenne il golpe militare, considerandolo un espediente transitorio per allontanare “la minaccia comunista”, salvo poi rivedere le sue posizioni e diventare un oppositore del regime cileno. E’ morto nel 1982, in seguito ad un’operazione di routine, ed ora sappiamo la reale causa del suo decesso, che fino ad oggi era apparso molto sospetto.

Questo non è che l’ultimo tassello di un quadro inquietante, che il lavoro della magistratura e di esperti va componendo, sui metodi utilizzati durante gli anni della dittatura cilena. Mónica González, giornalista e una delle massime esperte sulla violazione dei diritti umani nel periodo della dittatura, ha dichiarato: “Siamo difronte ad una macchina (di morte) molto più grande di quello che immaginavamo. Non c’erano solo omicidi mirati e massivi, ma anche l’impiego di armi chimiche in diverse aree del Paese“. Ormai appare acclarato che il regime sviluppò un programma di armi chimiche, con il supporto del chimico Eugenio Berrios. Gas come il sarim vennero impiegati tanto per l’eliminazione degli avversari politici quanto nei conflitti con i paesi confinanti.

Il racconto più drammatico della dittatura cilena lo scrivono le storie dei “desaparecidos”, delle “persone scomparse”, uomini e donne, anziani e bambini, in diversi paesi dell’America Latina non solo in Cile, furono sequestrati dai regimi militari, torturati, mutilati, uccisi e infine gettati nel nulla. Le vittime venivano rinchiuse in luoghi segreti, in prigioni e campi di concentramento, seviziate anche per mesi, spesso drogate, caricate su aerei militari e gettate ad affogare nell’oceano durante gli ormai tristemente famosi "voli della morte". Centinaia di bambini, assieme ai loro genitori, vennero rapiti, oppure furono fatti nascere nei centri di detenzione dove venivano condotte le ragazze incinte, le quali partorivano durante i giorni della prigionia.
Questi figli appena nati furono letteralmente rapiti dalle famiglie dei militari, altri abbandonati in istituti o uccisi, tanti venduti a coppie sterili vicine al regime. Esistevano delle vere e proprie liste di bambini “rubati”. Venivano registrati come figli legittimi dagli stessi membri delle forze repressive e privati, in questo modo, della loro vera identità.
La denuncia e la scoperta degli orrori che si consumarono negli anni del regime militare di Pinochet si devono anche e soprattutto alla coraggiosa azione delle madri dei desaparecidos che, con la loro protesta pacifica, sfidando l'omertà del regime, riuscirono a far conoscere all'opinione pubblica mondiale il dramma del paese.

Durante il regime di Pinochet, furono in funzione in tutto il Cile centinaia di centri di detenzione dove le persone arrestate venivano torturate. Molte delle quali non sono più state riviste.
Questo è l'elenco dei centri di detenzione più noti:

  • Stadio nazionale, Santiago: circa 40.000 detenuti tra settembre e novembre 1973;
  • Villa Grimaldi, Santiago: circa 4500 detenuti tra il 1974 e il 1977;
  • Tres Alamos, Santiago: circa 400 detenuti tra il 1974 e il 1975;
  • Chacabuco, Cile settentrionale: circa 1800 detenuti tra il 1973 e il 1975;
  • Pisagua, regione di Tarapaca: circa 800 detenuti tra il 1973 e il 1974;
  • Isola di Quiriquina, baia di Concepción: circa 1000 detenuti tra il 1973 e il 1975;
  • Isola di Dawson: circa 400 detenuti tra il 1973 e il 1974;
  • Nave Esmeralda, Valparaiso: circa 100 detenuti 
  • Londra 38 Santiago: circa 2000 detenuti.

Nonostante i crimini commessi, il precedente calo degli aiuti esteri avutosi durante gli anni di Allende venne immediatamente invertito dopo l'ascesa di Pinochet: Il Cile ricevette 322,8 milioni di dollari statunitensi in prestiti e crediti nell'anno successivo al golpe. Ci fu una considerevole condanna internazionale delle violazioni dei diritti umani da parte del regime militare. Ma gli USA furono notevolmente più amichevoli con Pinochet di quanto non lo fossero stati con Allende, e continuarono a dare al Cile un sostanzioso supporto economico negli anni dal 1973 al 1979, mentre al tempo stesso esprimevano la loro opposizione alle repressioni della giunta in sedi internazionali come le Nazioni Unite. Gli USA andarono oltre la condanna verbale solo nel 1976, quando posero un embargo sulla vendita di armi al Cile, che rimase in vigore fino al ripristino della democrazia nel 1989. Presumibilmente, date le preoccupazioni internazionali circa la repressione interna cilena e la precedente ostilità statunitense e le azioni contro il governo Allende, gli USA non volevano essere visti come complici delle attività di "sicurezza" della giunta. Alcuni importanti alleati degli Stati Uniti, però, come Regno Unito, Francia e Germania Ovest, non bloccarono la vendita di armi, approfittando della mancanza di competizione.

La brutale repressione politica di Pinochet esistette in parallelo alle riforme economiche. Per formulare la sua politica economica, Pinochet si affidò ai cosiddetti Chicago Boys, che erano giovani economisti cileni istruiti all'Università di Chicago e fortemente influenzati dalle politiche monetaristiche di Milton Friedman: privatizzazione, taglio della spesa pubblica e politiche anti-sindacali colpirono soprattutto i ceti meno abbienti della nazione, sebbene strati della società abbiano beneficiato di una crescita reale. Sotto i primi anni del governo Pinochet, l'economia cilena mise in campo un massiccio recupero.

Alcuni economisti mondiali lo chiamarono il miracolo del Cile, mentre altri hanno contraddetto questa affermazione teorizzando che, anche se le riforme di Pinochet attrassero grossi investimenti esteri, poca parte di quei soldi venne investita a fini produttivi. Il regime dei cambi fissi strideva, però, con il paradigma liberista del regime e nel 1982 infatti l'aumento dei tassi di interesse internazionale innescò una fortissima recessione.

Nei primi anni '80, alcune personalità che avevano sostenuto il golpe come un male necessario, cominciarono a prendere le distanze, una volta appresi i crimini che Pinochet perpetrava ai danni degli oppositori: tra i critici vi furono il suo ministro José Piñera, autore della riforma liberista delle pensioni, il quale intercedette per un importante leader sindacale, impedendo il suo arresto e anche il suo esilio. L'economista lasciò la giunta, e nel 1988 lui e suo fratello Sebastián, ricco imprenditore e futuro presidente cileno, si schierarono contro il generale nel plebiscito che lo costrinse al ritiro.

Dal maggio 1983, l'opposizione e il movimento sindacale organizzarono dimostrazioni e scioperi contro il regime, provocando una violenta risposta da parte delle forze di sicurezza. Molte piccole imprese dichiararono bancarotta, mentre l'economia, comprese le industrie appena privatizzate finirono per essere dominate da monopoli favoriti dalle connessioni della giunta e dai legami con le imprese straniere.
L'inflazione dopo aver toccato il suo massimo nel 1976 (a causa della crisi petrolifera), venne ridotta mediante una politica di stabilizzazione dei cambi e l'economia iniziò a crescere di nuovo verso la fine degli anni settanta con la ripresa economica mondiale. Benché la disoccupazione rimanesse alta, la povertà iniziò a diminuire. Comunque, una seconda recessione colpì il Cile nel 1982, e l'economia non ripartì fino al 1986, quando ci fu un nuovo boom economico, che da allora non si è più arrestato. Anche la disoccupazione cominciò a calare, arrivando al 7,8% nel 1990, quando Pinochet lasciò la presidenza. La crescita durante quel periodo fu superiore di molto al resto dell'America Latina. Al 2004, il Cile è considerato un esempio di successo economico nell'America Latina, avendo sostenuto la crescita delle esportazioni e del PIL per diversi anni. La relazione tra le politiche economiche di Pinochet e questo boom rimangono materia di discussione.

Nel settembre del 1986, un attentato alla vita di Pinochet venne organizzato, senza successo, dal Fronte Patriottico Manuel Rodríguez (FPMR), che si pensava fosse connesso al fuorilegge Partito Comunista. Pinochet subì solo ferite superficiali. La giunta cominciò ad allentare la morsa del proprio potere: nel 1988, in accordo con le norme transitorie della nuova Costituzione del Cile (che Pinochet stesso aveva voluto, e scritta da Jaime Guzmán), venne deciso di indire un plebiscito nell'ottobre dello stesso anno, per votare un nuovo mandato presidenziale di 8 anni per Pinochet, convinto che avrebbe vinto. A seguito del plebiscito del 1988, che si svolse senza brogli e il cui esito fu considerato regolare, a sorpresa i sostenitori del "NO" vinsero con il 55,99% dei voti contro il 44,01% dei favorevoli a Pinochet e, in accordo con le norme della costituzione, elezioni libere furono convocate e tenute l'anno successivo. Pinochet lasciò la presidenza l'11 marzo del 1990, e gli succedette il Presidente eletto Patricio Aylwin.

Grazie alle norme transitorie della costituzione, Pinochet ebbe nel 1990 la carica di comandante in capo delle Forze armate del Cile democratico, dove restò fino al marzo 1998. Una volta abbandonato questo ruolo, divenne senatore a vita e gli fu garantita l'immunità parlamentare. Nell'ottobre del 1998, però, mentre si trovava a Londra, Pinochet fu arrestato e fu posto agli arresti domiciliari, prima nella clinica nella quale era appena stato sottoposto ad un intervento chirurgico alla schiena e poi in una residenza in affitto. Il mandato di arresto era stato emesso dal giudice spagnolo Baltasar Garzón per crimini contro l'umanità e le accuse includevano 94 casi di tortura contro cittadini spagnoli e un caso di cospirazione per commettere tortura. La Gran Bretagna aveva solo di recente firmato la Convenzione internazionale contro la tortura, e tutte le accuse erano per fatti avvenuti negli ultimi 14 mesi del suo regime.

Il governo del Cile si oppose al suo arresto, alla sua estradizione e al suo processo. Ci fu una dura battaglia legale nella Camera dei lord, il massimo organo giurisdizionale britannico, che durò 16 mesi. Pinochet rivendicò l'immunità diplomatica in quanto ex capo di Stato, ma i Lords gliela negarono in considerazione della gravità delle accuse e concessero l'estradizione, pur con vari limiti. Poco tempo dopo, però, una seconda pronuncia della Camera dei lord consentì a Pinochet di evitare l'estradizione a causa delle sue precarie condizioni di salute (aveva 82 anni al momento del suo arresto).

Dopo alcuni accertamenti sanitari, l'allora ministro degli esteri britannico Jack Straw consentì a Pinochet, dopo quasi due anni di arresti domiciliari, di fare ritorno nel suo Paese. Al suo rientro in Cile, la Corte d'Appello di Santiago votò per togliere a Pinochet l'immunità parlamentare (13 voti a favore e 9 contrari), ed egli venne quindi inquisito. Comunque, il caso venne annullato dalla Corte Suprema per motivi medici (demenza vascolare) nel luglio 2002. Poco dopo il verdetto, Pinochet si dimise dal Congresso, e visse quietamente da ex senatore. Fece rare apparizioni pubbliche, e fu soprattutto assente dagli eventi che celebravano il 30º anniversario del golpe, l'11 settembre 2003.
Il 28 maggio 2004, la Corte d'Appello votò per revocare lo stato di demenza di Pinochet (14 voti a favore e 9 contrari), e quindi la sua immunità al processo. Nel sostenere il suo caso, l'accusa presentò una recente intervista televisiva concessa dall'ex dittatore ad un canale televisivo di Miami. I giudici trovarono che l'intervista sollevava dubbi sulle reali facoltà mentali di Pinochet. Il 26 agosto 2004, con un voto di 9 a 8, la Corte Suprema confermò la decisione che Pinochet dovesse perdere l'immunità senatoriale ed affrontare il processo.

Dal 13 dicembre 2004 fu messo agli arresti domiciliari. Lo annunciò il giudice Juan Guzmán, il magistrato che indagava sul ruolo di Pinochet nella Operazione Condor, il piano concordato negli anni settanta tra le dittature latinoamericane e gli Stati Uniti d'America per reprimere le derive progressiste del continente.

Due anni dopo, il 10 dicembre 2006, Pinochet è morto per scompenso cardiaco presso l'Ospedale Militare di Santiago del Cile. Quel giorno, a Santiago e in altre città del Cile, sono state fermate 53 persone, in seguito a scontri tra i sostenitori dell'ex dittatore, che ne piangevano la morte, e gli oppositori che manifestavano per festeggiare l'evento.

Il Presidente della Repubblica, la socialista Michelle Bachelet, il cui padre morì in prigione a causa di Pinochet (lei e sua madre furono arrestate e poi esiliate), ha negato al generale i funerali di Stato, ma non ha potuto evitare le esequie militari.

Ultima modifica il Sabato, 07 Settembre 2013 17:42

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