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Domenica, 08 Settembre 2013 16:43

'L'altro 11 settembre': le testimonianze dal golpe/4

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Dopo il colpo di stato, le idee politiche e le attività del professore di Arte cileno Mario Irrázabal non passarono inosservate. Venne arrestato, detenuto e torturato nel centro Londra 38 e successivamente fu trasferito allo Stadio Cile. Nei decenni successivi, ha tradotto la sua esperienza in opere d'arte. I suoi disegni sono pieni delle memorie del carcere: figure scure, alcune con graffi bianchi, altre con le mani legate, altre ancora bendate.

Non passa mai giorno senza che le sculture di sabbia di una spiaggia uruguayana, del deserto cileno di Atacama o di Venezia siano viste da turisti e persone del luogo, che si accalcano costantemente attorno ad esse, le osservano da ogni angolatura e scattano fotografie.
In Uruguay, la scultura è così famosa che è diventata un simbolo di Punta del Este. Paradossalmente, molte persone non conoscono l'incredibile storia del suo creatore.

Quasi un decennio prima che venisse tolto il telo alla sua scultura, il professore d'Arte cileno Mario Irrázabal stava lavorando nel suo studio della capitale Santiago. Dalla sua finestra aveva assistito al colpo di stato di Augusto Pinochet, un evento tragico che avrebbe cambiato la sua vita e il suo paese per sempre. Vide l'orizzonte di Santiago coperto dal fumo sottile che si alzava dal bombardamento del palazzo presidenziale, l'inizio del regime militare.
La vita cambiò rapidamente, così tanto da riportare Mario indietro nel tempo a Berlino, dove aveva vissuto tra il 1967 e il 1968. "Non sapevo cosa sarebbe successo, ma sembrava di stare in guerra".

Nei giorni che seguirono al golpe, molte famiglie si disfecero di qualsiasi cosa che potesse identificarli con persone contrarie alle idee politiche di Pinochet. "Cominciarono a cercare la gente. Non avevamo informazioni, la paura era enorme. Non sapevi cosa bruciare o nascondere".
Le idee politiche e le attività di Mario non erano passate inosservate. Pochi giorni dopo il colpo di stato, alle tre di notte, la polizia bussò alla porta della sede del vicariato dove suo fratello, un sacerdote, gli aveva dato ospitalità.

I poliziotti interrogarono Mario e i sacerdoti presenti, accusandoli di sostenere le azioni della sinistra. Alla fine, portarono via solo Mario, temendo forse la reazione della Chiesa cattolica se avessero preso di mira anche i sacerdoti.

Trascorsero tre giorni prima che Mario capisse dove era stato portato. Sempre bendato, senza cibo, a volte era insieme ad altri prigionieri, altre volte da solo appoggiato contro la parete di un gabinetto. Dopo tre giorni, iniziò ad avere le allucinazioni.

Nei momenti di lucidità, cercava di catturare da dietro le bende qualsiasi particolare: un mezzo di pavimento, una decorazione su una parete, qualsiasi cosa potesse fargli capire dove si trovasse. "Era il disperato tentativo di trattenere qualcosa di reale, di concreto".
Ma il peggio non era tanto non sapere dove fosse, quando la minaccia di essere picchiato per aver sbirciato qualcosa. La cosa peggiore era l'attesa della tortura. "Stavi lì ad aspettare. Passavi un'eternità di tempo, insieme agli altri in una stanza, bendati. Poi, improvvisamente, chiamavano qualcuno. Dopo un po' tornava a pezzi, distrutto. La più grande tortura ti capitava quando trovavano un nome o un numero e allora ti rendevi conto che avevi consegnato quella persona nelle loro mani. Era la cosa peggiore per me".

Dopo il suo rilascio, Mario si rese conto che era stato detenuto a Londra 38, un antico palazzo coloniale nel centro di Santiago, da cui si potevano sentire solo le campane delle chiese e le urla dei prigionieri. Cinque giorni dopo l'arresto, senza un preavviso né una spiegazione, la polizia caricò Mario e altri prigionieri su un furgone. "Sembrò che durasse tutto il giorno... Ascoltavo i rumori del traffico e la voce della gente. Per la prima volta capii che la vita andava avanti".

Il furgone arrivò allo Stadio Cile, lo stadio nazionale dove 500 attivisti venivano trattenuti e torturati. Le guardie consegnavano tavolette di cioccolato alle persone costrette a firmare dichiarazioni secondo le quali non avevano subito maltrattamenti. Mario finse di sentirsi male e di non capire cosa c'era scritto, pur di non firmare. Di lì a poco, grazie a un monsignore e a un avvocato per i diritti umani, fu rilasciato. "Quando mi liberarono fu un'enorme emozione. Sono molto grato a queste persone".

Mario venne posto agli arresti domiciliari, dove maturò un grande bisogno di raccontare i trattamenti che aveva subito in prigione. Nei decenni successivi, Mario ha tradotto la sua esperienza in opere d'arte. Usa materiali come il metallo per descrivere la sua vita dal tempi della Guerra fredda di Berlino fino alle torture in un dei più famigerati centri di detenzione del suo paese natio. I suoi disegni sono pieni delle memorie del carcere: figure scure, alcune con graffi bianchi, altre con le mani legate, altre ancora bendate. "Cerco di mostrare cosa provava la società cilena in quei giorni".
Anche oggi, Mario è braccato dal suo passato. Molti dei responsabili degli arresti illegali e delle torture non sono stati portati di fronte alla giustizia. "Ogni volta che sento dei colpi alla porta, mi vengono le fitte allo stomaco. Sono sicuro che stanno venendo di nuovo a prendermi".

 

Non passa giorno senza che Gloria Elgueta non si chieda come suo fratello Martin possa aver trascorso i suoi ultimi giorni. Venne arrestato dalla polizia politica di Pinochet e portato a Londra 38, un antico palazzo coloniale a cinque isolati da casa loro. Dopo anni in cerca della giustizia, Gloria e altri familiari di scomparsi hanno formato un gruppo e chiesto di trasformare quel famigerato centro di tortura in un memoriale per ricordare coloro che vi persero la vita.

C'è una cosa che l'attivista cilena Gloria Elgueta non dimenticherà di quei giorni tremendi del regime di Pinochet. Ogni giorno, per due settimane, raggiungeva a piedi un edificio coloniale nel centro di Santiago, a cinque isolati dalla sua abitazione. Si fermava davanti a quel posto chiamato Londra 38, la cui elegante facciata nascondeva l'orrore che si svolgeva all'interno. Quello era uno dei centri di detenzione prediletti da Pinochet: un luogo di tortura e di morte. Gloria riteneva che suo fratello, Martin, studente, fosse lì dentro e non c'era niente che potesse fare. Solo stare lì e guardare fisso quell'edificio.

Nel luglio 1974 agenti della Dina, la polizia politica segreta di Pinochet, bussarono alla porta di casa e lo portarono via. Così, semplicemente, senza una spiegazione o un mandato d'arresto. Quasi immediatamente, Gloria e sua madre si unirono a centinaia di altre persone i cui familiari erano stati portati in luoghi sconosciuti. Iniziò un disperato pellegrinaggio agli uffici pubblici, ai tribunali, alle organizzazioni indipendenti, per chiedere informazioni e aiuto. "Sapevamo che dovevamo chiedere. Dovevamo sapere. Ci recammo negli ambulatori e all'obitorio, pensando che lo avremmo trovato morto. Era un pellegrinaggio senza senso perché non avremmo avuto mai alcuna risposta. Tutte le autorità si ostinavano a dirci che mio fratello non era stato arrestato".

Il primo indizio che Martin era stato portato a Londra 38 arrivò da uno dei pochi attivisti che era sopravvissuto alla detenzione ed era stato rilasciato. "Sapevamo che era stato lì per una quindicina di giorni. Parlammo con un altro detenuto, che ci disse che lo avevamo visto. Credo che sia rimasto lì fino all'inizio di agosto. Da allora, non abbiamo altre testimonianze. Quello che abbiamo ricostruito è che in quel periodo i detenuti venivano portati via a gruppi e uccisi, poi i loro corpi venivano fatti sparire". Per molte persone non sapere dove fossero i loro cari o cosa fosse loro accaduto era un fardello insopportabile.

"Conosco parenti che andavano a Londra 38 e bussavano alle porte: non ottenevano niente e venivano minacciati. Una donna si fece accompagnare da un prete per avere notizie di suo nipote, ma vennero allontanati. Sapere che i tuoi cari possono essere lì dentro e non essere in grado di superare quella porta... è una cosa inimmaginabile".

Nessuno sa esattamente quante persone vennero detenute a Londra 38. Le organizzazioni per i diritti umani stimano che possano essere state 2000. In quel periodo, il Cile negava l'evidenza. "Le persone nei pressi di Londra 38 e degli altri centri di detenzione sapevano cosa stava accadendo lì dentro ma avevano troppa paura per parlare. C'era una paura molto evidente tra la maggior parte delle persone. Mia madre parlava apertamente di mio fratello e di cosa stava accadendo e la gente faceva finta di non ascoltare".

Della maggior parte delle persone passate per Londra 38 non si sa niente. Pochi sono sopravvissuti. L'arresto di Martin non fu la prima volta in cui la famiglia venne presa di mira.

Due mesi prima il fratello maggiore di Gloria, Raimundo, fu arrestato per aver violato il coprifuoco. Fu rilasciato nel novembre 1976, sopravvissuto alla tortura. Ma ogni giorno, Gloria pensa al destino dell'altro suo fratello, Martin. "Penso che la cosa peggiore sia continuare a non sapere. Sono passati 39 anni e ancora non conosciamo cosa è successo a mio fratello. Pensare alla violenza che può aver sofferto, alla sua morte, non sapendo, non avendo tutte le informazioni, è complicato da sopportare. Ma la cosa più difficile è accettare il fatto che in Cile non vi sia giustizia".
Gloria ritiene che sebbene negli ultimi anni sia stato fatto qualcosa per chiamare a rispondere di fronte alla giustizia i responsabili delle migliaia di uccisioni, sparizioni e torture avvenute sotto Pinochet, l'impunità è ancora la regola. Lei e la sua famiglia ancora non sanno cosa è accaduto a Martin o dove siano i suoi resti. Nessuno è stato sottoposto alla giustizia per i crimini che ha subito. "Penso che i risultati della ricerca della giustizia vera siano fallimentari. Quello che sappiamo è molto generico, non conosciamo la verità su ogni singolo caso. Sappiamo che sono scomparsi e che furono uccisi ma mancano le informazioni necessarie perché i tribunali stabiliscano le responsabilità. C'è un velo di segretezza intorno a tutto questo, favorito dalla complicità. Sappiamo che ci sono archivi pieni di informazioni su questi casi".

Da quando Pinochet ha lasciato il potere, nel 1990, il famigerato palazzo coloniale Londra 38 è stato trasformato in un memoriale per ricordare coloro che vi sono stati torturati e hanno perso la vita. "Per me e per gli altri familiari, è importante che le persone detenute a Londra 38 non siano dimenticate. Questo memoriale è un modo per trasformare in qualcosa di positivo la maledetta repressione, la persecuzione e l'orrore che è accaduto lì dentro. È un'opportunità per condividere con altre persone la nostra esperienza".

 

Victor Hormazabal, nel 1973 aveva 27 anni; era un chimico, esponente del Partito Socialista e responsabile del sindacato lovale dei lavoratori ospedalieri. Venne arrestato e torturato. Fuggì dalla camera della morte e della tortura grazie all'intervento dell'ambasciatore norvegese Frode Nilsen.

Oslo, Norvegia, 25 giugno 2013. Questo è uno di quei momenti in cui il tempo sembra fermarsi. Il momento in cui s'incontrano due uomini le cui vite s'incrociarono in un periodo drammatico di 40 anni fa. "Mi ha aiutato a lasciare il Cile" - sono le prime parole di Victor Hormazabal, 67 anni, mentre stringe lievemente la mano a Frode Nilsen.

L'ex diplomatico, ormai quasi 90enne, cerca di trattenere le lacrime dopo che si è reso conto che Victor è una delle centinaia di persone che aiutò a fuggire dalle camere della morte e della tortura del generale Augusto Pinochet, dopo il colpo di stato del 1973. Nilsen è famoso per ricordare ogni dettaglio delle persone che ha aiutato. Adesso è visibilmente agitato perché non gli viene in mente la storia di Victor. Ma Victor ricorda tutto, tutti i particolari del ruolo che Frode ebbe nel salvargli la vita.
"Cosa sai delle armi?", grida una voce. Dietro le bende, Victor riconosce il suo torturatore. È il luogotenente che l'ha interrogato la prima volta, settimane prima. Toglie sei proiettili dalla sua pistola, li posa sul tavolo, ne riprende in mano uno, lo rimette nel caricatore e punta alla testa di Victor. "Dove sono le armi?", chiede ancora. "Non lo so", risponde Victor.

Victor, un chimico di 27 anni, esponente del Partito socialista e responsabile del sindacato locale dei lavoratori ospedalieri, non sa niente di un presunto complotto per sequestrare i familiari di alcuni ufficiali e chiedere in riscatto armi con cui fare un contro golpe.
Il grilletto scatta. A vuoto. "Dove sono le armi?", urla il torturatore. "Non lo so", ripete Victor. Altro scatto. Niente proiettile. Altre quattro volte. Niente. All'improvviso il torturatore si ferma. "All'inizio hai paura. Poi pensi solo a sopravvivere. Arrivi a un punto in cui il corpo può sopportare ogni cosa", racconta Victor. Mostra i segni, ancora visibili, dei punti della fronte dove i suoi torturatori attaccarono gli elettrodi.

Oslo, settembre 1973. "I cileni stanno festeggiando il colpo di stato come i norvegesi festeggiarono l'8 maggio 1945 (il giorno della fine dell'occupazione nazista)", scrive l'ambasciatore norvegese in Cile, August Fleischer, aggiungendo che per fortuna il combustibile da riscaldamento è di nuovo disponibile. Il primo ministro norvegese Trygve Bratteli, è furibondo. Mentre altre ambasciate hanno aperto le porte ai rifugiati, Fleischer ha rifiutato. È una situazione imbarazzante per il Partito laburista.

Frode Nilsen, un diplomatico di lungo corso, viene inviato in Cile come Inviato speciale per l'asilo, con l'incarico di assistere i perseguitati politici. Ha trascorso tre anni nella Spagna di Francisco Franco, dunque conosce lo Spagnolo e si è già occupato di dissidenti.
"Mi diedero un ampio mandato", ricorda Frode, lasciando intendere che sfidò buona parte dei codici della diplomazia per svolgere il suo incarico. "Avevo il ministro degli Affari esteri dalla mia parte, ma feci molta attenzione a evitare di essere espulso. Se fossi stato costretto a lasciare il Cile non avrei potuto aiutare nessuno. Così, mi ripromisi di incontrare solo le persone giuste, quelle che prendevano le decisioni".
Frode cenò persino col generale Augusto Pinochet e con sua moglie, Lucía Hiriart. In quell'occasione ebbe il coraggio di chiedere direttamente a Pinochet di aiutarlo a risolvere un caso. "In seguito, a un incontro diplomatico, Pinochet mi indicò con una mano e rivolto agli altri presenti disse: 'Signori, ecco, questo è l'uomo che vuole salvare il mondo".

"Quando mio padre parla con le persone, queste hanno la sensazione che lui sia lì solo per loro. Si sentono importanti. Ecco perché le persone lo ascoltano, ecco perché è riuscito ad avere ascolto presso le persone di potere", spiega Randi Elizabeth, la figlia di Frode Nilsen.
"Ogni persona è importante. Non devi mai dimenticarlo", aggiunge Frode. "Ero astuto come una volpe...", ridacchia.

Tra novembre 1973 e settembre 1974, Frode arrivò a quota 100 rifugiati trasferiti in Norvegia. Esaminava ogni caso con attenzione, tra quelli segnalati da una rete di contatti, e decideva di occuparsi di quelli che avevano più bisogno di aiuto. Con una combinazione di azioni distrattive e ammiccamenti col personale militare che sorvegliava l'ambasciata, Frode portava persone dentro e fuori la sede diplomatica. A volte era facile, come quando passava con l'automobile di servizio dal cancello, con le persone nascoste accucciate dietro, proprio sotto il naso dei militari.
"Il mio primo segretario era un autista straordinario", spiega Frode ricordando come portavano i dissidenti all'aeroporto e li imbarcavano sui voli della Scandinavian Airlines diretti a Oslo.

Nel 1975, Frode Nilsen tornò in Cile come ambasciatore, incarico che ebbe anche dal 1988 al 1992. Il suo lavoro venne reso più facile da un decreto che autorizzava il rilascio di alcuni prigionieri politici se avessero avuto un visto per un altro paese.
Prigione di Santiago, 1975. "Alcuni tuoi amici norvegesi mi stanno davvero facendo una testa così dicendo che devi uscire da qui", dice l'uomo vestito di tutto punto che siede di fronte a Victor. "Chi conosco in Norvegia"?, chiede tra se e se Victor. Chi è questo Frode Nilsen che dice che può aiutarlo a uscire dal carcere, da questo posto dove a volte è stato costretto a bere l'acqua del gabinetto e a mangiare pane rancido lasciato nelle celle dagli altri prigionieri?

Gli "amici" di Victor erano il Gruppo 6 di Amnesty International Oslo, che lo avevano adottato come il "loro" prigioniero di coscienza. L'Arcivescovo di Valdivia aveva ricevuto una lettera in cui gli chiedevano se potesse fare qualcosa per salvare Victor dalla morte. Dopo sette settimane di ansiosa attesa, la sua condanna a morte era stata commutata e ora poteva dormire più sereno.
"Ero scettico, ma decisi di fidarmi di Frode. Si rivelò sinceramente interessato al mio caso", ricorda Victor. Per due volte, Pinochet respinge la sua domanda di un permesso di viaggio. Tempo dopo, Victor apprese che Mónica Madariaga (la ministra della Giustizia, cugina di Pinochet e autrice della vergognosa Legge di amnistia del 1978 che ancora tiene al riparo dalle indagini molti dei sostenitori del regime) aveva infilato la domanda di Victor in una pila di documenti che Pinochet firmò distrattamente.

Frode conferma che Madariaga era uno dei suoi contatti più importanti. "Riuscii a convincerla ad aiutarmi. Il sostegno che ebbi da Amnesty International fu determinante. Quando negoziavo, dicevo sempre che le mie richieste erano appoggiate da Amnesty International". Nel marzo 1977, Victor Hormazabal atterrò a Oslo. In tasca, aveva i nomi dei suoi "amici" norvegesi tra cui il responsabile del Gruppo 6 di Amnesty International Oslo, Carl Hanse. Carl aiutò Victor a trovare un lavoro alla Facoltà di scienze veterinarie, dove è rimasto fino a poco tempo fa. Continua ancora oggi a essere un attivista di Amnesty International.
Oslo, 1982. Victor non crede ai suoi occhi. La lettera che ha davanti dice che Ramona Albornoz de Carril, la "sua" prigioniera di coscienza dell'Argentina, è stata rilasciata. Il suo gruppo di Amnesty International aveva seguito il suo caso per tre anni. È bello poter restituire qualcosa a chi ha fatto tanto per te.

Articolo di Marianne Alfsen di Felix Media.

 

Testimonianze tratte dallo speciale di Amnesty International sul quarantesimo anniversario del golpe militare cileno. 

Ultima modifica il Domenica, 08 Settembre 2013 16:56

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