Lunedì, 16 Gennaio 2017 15:46

La Turchia su un punto di non ritorno: l'analisi di un cooperante aquilano

di  Jacopo Intini

Tre attacchi in meno di due settimane e il paese è sull'orlo del baratro. Il nuovo anno non comincia con il migliore degli auspici per la Turchia. Dopo l'attacco nella notte di capodanno al Reina di Istanbul in cui hanno perso la vita 39 persone e l'autobomba presso il tribunale di Izmir venerdì scorso, ora è toccato a Gaziantep, situata nel sud-est del paese a soli 120 chilometri dalla città siriana di Aleppo. Nel pomeriggio del 10 gennaio, infatti, due uomini hanno tentato un'azione suicida irrompendo in una delle principali stazioni di polizia nel centro città. Le forze turche sono riuscite tempestivamente a bloccare l'azione a colpi di arma da fuoco uccidendo uno degli uomini e perdendo di vista il suo complice, al momento ancora in fuga.

La polizia ha dispiegato un ingente numero di forze avviando così una operazione di ricerca di ampia scala in tutta l'area. Mentre l'attacco al Reina è stato quasi immediatamente rivendicato dall'Isis e quello a Izmir dall'organizzazione curda del Pkk, a Gaziantep ancora nessuno si fa avanti, anche se pare ci siano tutti i presupposti per scorgere la mano dello Stato Islamico. Il califfato dalle bandiere nere, infatti, giorni fa, ha lanciato un appello, tramite i propri canali web, a tutti i suoi sostenitori presenti sul suolo turco al fine di compiere attacchi in Turchia.

L'ondata di attacchi che ha sconvolto il Paese non fa altro che evidenziare le palesi instabilità interne al governo dell0Akp di Erdogan il quale, sul golpe mancato il 16 luglio scorso, è riuscito a costruire un'enorme macchina del consenso che lo ha portato ad impersonare il paese stesso. Inoltre, nonostante le evidenti divergenze sulla riforma costituzionale promossa dal Premier, il Parlamento turco ha approvato l'estensione per ulteriori tre mesi dello stato di emergenza nazionale a partire dal 19 gennaio. In ambito del colpo di stato, nei mesi scorsi ci sono stati, infatti, numerosi arresti e licenziamenti facenti parte di operazioni di emergenza delle autorità turche, caratterizzate spesse volte da pratiche extragiurisdizionali nei confronti di associazioni, enti istituzionali, insegnanti, personale universitario, magistrati e anche forze dell’ordine.

Solo nell'ultimo mese, ci sono stati più di 6.000 licenziamenti, di cui 2678 tra le forze di polizia e 1699 tra i dipendenti del ministero della Giustizia. Le misure hanno colpito anche 838 responsabili del servizio sanitario, 631 accademici e 8 membri del Consiglio di Stato, mentre 80 associazioni sono state chiuse attraverso procedure di verifica e sgombero che richiedono fino a un minimo di tre mesi per accertare eventuali coinvolgimenti nel colpo di stato. L'atmosfera è tesa e per Erdogan la svolta siriana, in termini di sostituzione dei rapporti di forza, potrebbe rappresentare il collasso interno del proprio Paese.

Il Premier turco, infatti, sta conducendo una strategia "multidimensionale"; sul fronte estero aspira a mantenere la credibilità internazionale nella questione siriana - soprattutto agli occhi dell'Europa con cui è ancora in ballo l'accordo sui migranti - rendendosi attore di primo piano nella gestione della crisi al fianco della Russia di Putin, con cui di recente ha ripreso a dialogare avvicinandosi così ad un riapertura quasi definitiva anche con il Presidente siriano Bashar Al-Assad; sul fronte interno, invece, forte del consenso popolare, usa il pugno di ferro per riarginare una stabilità nazionale ancora troppo schizofrenica e compromessa dai continui attacchi di matrice curda e "islamista". A ciò si affiancano le rigide operazioni di indagine nei confronti delle presunte realtà affiliate all'organizzazione Feto, il cui leader Fetullah Gulen, ancora negli USA, è ritenuto diretto responsabile dell'ultimo colpo di stato.

Il 24 novembre 2015, la Turchia aveva abbattuto un caccia bombardiere russo accusandolo di aver violato il proprio spazio aereo. Allora Putin aveva commentato il fatto ritenendolo una "pugnalata alle spalle". Si rischiò uno shock diplomatico che avrebbe potuto seriamente compromettere gli equilibri internazionali, essendo la Turchia paese membro Nato. Ad oggi, il riavvicinamento di Erdogan al fronte russo-siriano, potrebbe rappresentare un punto di svolta nell'andamento del conflitto, che potrebbe portare ad uno stravolgimento della strategia americana nell'area, già sul punto di un forte ridimensionamento per via dell'elezione di Trump alla presidenza.

Il riallineamento della Turchia all'asse Mosca – Damasco, non garantisce però una maggiore stabilità interna. Il 19 dicembre scorso, infatti, l'ambasciatore russo in Turchia Andrey Karlov, è stato assassinato durante l'inaugurazione di una mostra fotografica ad Ankara, raggiunto da colpi d'arma da fuoco esplosi da un poliziotto turco di 22 anni, il quale, prima di essere ucciso a sua volta, gridava vendetta per le azioni militari russe nella martoriata Aleppo. Si è rischiato per la seconda volta uno shock diplomatico con la Russia, anche questa volta sventato. L'attentato è stato visto da molti come un disperato tentativo, da parte di "qualcuno", di far fallire i vicini tavoli sulla Siria, convocati a Mosca per il 20 dicembre, tra Turchia, Russia e Iran, storico alleato russo.

Intanto, terminate le operazioni militari delle forze siriane e russe su Aleppo, gli scontri si fanno più intensi a nord della città siriana, nei pressi di Al-Bab, a meno di 30 chilometri dal confine turco. A questi ultimi l'esercito turco partecipa con delle forze sul campo. La Turchia accusa la coalizione anti-Isis di non supportare le sue operazioni e di favorire le organizzazioni terroristiche.

In un discorso di Recep Tayyip Erdogan ad Ankara il presidente turco afferma: "Ora abbiamo circondato i terroristi di Daesh da tutti e quattro i lati di al-Bab. Le forze della coalizione, purtroppo, non stanno mantenendo le promesse. Nonostante ciò, non cambieremo il nostro corso. E 'impossibile per noi ritrattare. Essi [gli Stati Uniti e la coalizione, ndr] ci accusavano di sostenere l'Isis. Ora loro sostengono i gruppi terroristici, tra cui Isis, Ypg (Unità di Protezione Popolare curda, ndr) e Pyd (Partito Democratico dell'Unione curda, ndr). E' molto chiaro. Abbiamo confermato le prove, con immagini, foto e video" (fonte: Al Monitor, 28 Dicembre 2016 - Why is Turkey so focused on Syria's al-Bab?).

A seguito di un duro attacco sferrato dall'Isis contro quattordici truppe turche schierate ad Al-Bab, il 22 dicembre viene rilasciato su internet un video che riprende due soldati turchi bruciati vivi dai miliziani di Daesh a nord di Aleppo. L'Isis rivendica l'azione proprio in risposta alle operazioni turche nella città siriana.

Si prospettano tempi bui per la Turchia che, forte di aver sventato il golpe, deve fare però i conti con gli effetti di scelte politiche del passato e forse del presente che potrebbero comprometterne irreversibilmente quella stabilità tanto ricercata. I due fronti, quelle esterno ed interno, su cui si impegna il governo di Erdogan viaggiano su due piani che tendono a convergere. Il controverso coinvolgimento della Turchia nel conflitto siriano rischia di proiettare elementi della guerra all'interno dei confini turchi e di stravolgerne gli equilibri. Nelle strade delle città turche, infatti, si parla di un cancro in diffusione: la Turchia è quasi sul punto di non ritorno. Ed ora o la svolta o il baratro.

*Jacopo Intini è un 23enne aquilano. Studioso di relazioni internazionali, da tre anni opera come cooperante internazionale in Medio Oriente

Ultima modifica il Lunedì, 16 Gennaio 2017 16:25

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