Mercoledì, 08 Marzo 2017 16:05

La carcerazione immotivata dei migranti in Ungheria sancisce la morte dell'Europa

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La carcerazione immotivata dei migranti in Ungheria sancisce la morte dell'Europa foto Reuters

L'Europa è morta. Già era moribonda, per carità, stretta tra una governance autoritaria e una finanza spietata, ma da ieri è definitivamente morta.

Il Parlamento ungherese non ha seguito i consigli di Onu e Alto commissariato per i rifugiati, e ha ripristinato ieri una legge del 2013, secondo la quale tutti i migranti, profughi e richiedenti asilo sul suolo ungherese verranno incarcerati in centri di detenzione al confine con la Serbia, in attesa dell'esito della domanda di asilo.

Una carcerazione del tutto immotivata, preventiva e pregiudiziosa, che non ammette giustificazioni nelle leggi internazionali, ma ne trova nelle politiche neofasciste del premier Viktor Orban, e che non può essere ignorata dalle sempre più deboli istituzioni transnazionali. 138 Parlamentari di Roma hanno messo dunque fine alla credibilità, già provata, dell'Europa. Uccidendola in container da due o trecento persone al suo confine a est. 

Perché non esiste un continente all'interno del quale non ci si possa muovere in libertà, anche temporaneamente, e non esiste Paese in Occidente che chiude in galera persone solo ed esclusivamente in base alla loro nazionalità. Per quanto tempo, poi? Non si sa, considerando pure che in Ungheria si esaminano, di proposito, 25 richieste di asilo al giorno. E che in terra magiara, dove il premier parla di "stato di assedio", ad oggi i rifiugiati e asiliati sono secondo alcune organizzazioni non governative neanche 500.

Se davvero l'Europa fosse ancora viva muoverebbe passi importanti per far rispettare anche i minimi e più basilari diritti internazionali, come quello alla libertà e alla difesa in caso di detenzione ingiustificata. E invece no, probabilmente non ci sarà nessun atto di coraggio, indaffarata com'è Bruxelles a controllare l'inflazione e promuovere la selvaggina del libero mercato. Speriamo di sbagliare.

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