Domenica, 12 Giugno 2016 00:06

"In cammino": storie di migranti e del loro viaggio verso L'Aquila / 5 - Solo

di 
Solo Solo foto Silvia Santucci

Colonia francese dal 1893, dopo l'indipendenza raggiunta nel 1960, la Costa D’avorio è stato per 30 anni un esempio di stabilità sotto la presidenza di Felix Houphouet-Boigny, diventando una delle economie più floride del continente africano. Cambiò tutto a metà degli anni Novanta. Da allora la storia della Costa D'Avorio è scandita dall'alternanza fra guerra civile, incertezza istituzionale, repressione e controllo militare del territorio.

Dopo la morte del primo presidente Boigny, la lotta per la successione al potere ha innescato una spirale di violenza protrattasi fino alle elezioni del 2000. Laurent Gbagbo ne uscì vincitore ma la sua presidenza, dopo appena due anni, subì un tentativo di colpo di stato che portò il nord del paese sotto il controllo di una coalizione di gruppi armati, le Forces Nouvelle (Fn). In un clima di impunità dovuto all'assenza di un sistema giudiziario funzionante nel nord del Paese, i ribelli si resero responsabili di violazioni di diritti umani, torture, detenzioni arbitrarie e diffusi casi di estorsione. Nel contesto della guerra civile, una zona cuscinetto presidiata da 10mila uomini armati divisi tra i caschi blu della missione UNOCI (dall'inglese United Nations Operation in Côte d'Ivoire) e il contingente francese Licorne, spaccò il Paese a metà. Nonostante la sottoscrizione di un accordo di pace nel 2003 che prevedeva la nascita di un governo di riconciliazione nazionale con la partecipazione dei ribelli, questi ultimi, accusando Gbagbo di violare le clausole del trattato, deposero le armi solo nel 2007. Con la determinante mediazione del Burkina Faso, si giunse alla costituzione di un governo di coalizione e il leader dei ribelli di Forces Nouvelle fu nominato primo ministro.

Cote-d-IvoireCon lo smantellamento della "zona di fiducia" che divideva il nord dal sud, il Costa D'Avorio sembrò finalmente aver raggiunto un equilibrio politico. Le elezioni presidenziali del 2010 mostrarono quanto invece fosse precario lo scenario di stabilità da poco delineatosi. Il rifiuto da parte del presidente uscente Gbagbo di lasciare il potere e riconoscere la vittoria di Alassane Ouattara, determinarono uno stallo politico che sfociò, dopo alcuni mesi di sporadici combattimenti, in una nuova guerra civile. L'offensiva guidata da Ouattara portò all'occupazione di gran parte delle zone in mano alle forze fedeli a Gbagbo. L'intervento dei soldati dell'operazione delle Nazioni Unite in Costa d’Avorio (United Nations Operation in Côte d'Ivoire – Unoci) e il contingente francese Licorne scatenò il bombardamento dell'artiglieria schierata dalle truppe fedeli a Laurent Gbagbo, che alla fine fu arrestato.

Solo nei primi giorni di scontri in un unico quartiere cittadina di Duekoue, a circa 150 chilometri dal confine con la Liberia, si contarono 800 morti. Il conflitto provocò un esodo biblico. Secondo l'UNHCR, circa un milione di persone fuggirono durante i primi mesi di scontri. Un rapporto di Amnesty International indica la guerra civile del 2010 come "la più grave crisi umanitaria e dei diritti umani in Costa d'Avorio dalla divisione de facto del Paese, nel settembre 2002". Entrambe le parti commisero crimini contro l'umanità. Uccisioni illegali sulla base dell'appartenenza etnica o di una presunta affiliazione politica, violenze sessuali e torture andarono avanti per quasi un anno.

La storia di Solo

"Ho lasciato il mio Paese scappando. Non sapevo dove sarei andato, non ho detto nulla alla mia famiglia. Pensavo solo a fuggire, il più lontano possibile". Solo aveva 17 anni quando la Costa D'Avorio è piombata nel caos. Viveva con la madre a San Pedro, dove lavorava come meccanico. Il titolare dell'officina è stato travolto dall'ondata di violenta repressione che ha investito il Paese in seguito alla crisi post-elettorale del 2010. "Non posso entrare nel dettaglio - racconta - un giorno il mio capo è stato costretto a fuggire, subito dopo anche io ho dovuto lasciare il paese. Mi dicevano che restare sarebbe stato troppo rischioso".

Prima di quel momento la guerra civile non era mai stata parte della sua vita. Nato vicino alla città di Man, del piccolo villaggio in cui è cresciuto Solo ricorda lo spirito solidale con cui la comunità si dedicava al lavoro nei campi di cacao. "Nel mio villaggio oltre a noi, vivevano altre 15 famiglie. Si lavorava tutti insieme, un giorno la terra di uno, un giorno la terra di un altro. Avevo sei anni e noi bambini accompagnavamo i nostri genitori che non volevano lasciarci a casa soli. Anche noi davamo una mano, ma non era faticoso, ci lasciavano fare lavori leggeri, lo prendevamo come un gioco. Avevo la possibilità di stare con tutti gli altri, questo mi piaceva moltissimo".

Solo ha 23 anni. I punti di svolta della sua vita, la durezza delle esperienze, le difficoltà incontrate, stridono inevitabilmente con la sua età. Aveva dodici anni quando, resosi conto delle ristrettezze dello zio che gli pagava gli studi, decise di lasciare il villaggio e trasferirsi a San Pedro per imparare un mestiere. Quando poi la guerra lo costrinse ad affrontare il viaggio di quattro anni che lo ha portato fino in Italia, lui era solo un adolescente. "A dodici anni ho capito che mio zio non poteva più permettersi di pagare la scuola a me e ai suoi figli. Ho quindi deciso di raggiungere mia madre a San Pedro, una grande città, per imparare un mestiere. Ho iniziato a fare il meccanico, quello che ho sempre voluto fare. Da piccolo giocavo con delle scatole di cartone fingendo fossero macchine. le aggiustavo per divertirmi, ma ho capito che da grande avrei fatto il meccanico".

L'inferno sulla terra

La durezza delle condizioni di vita affrontate nei paesi di transito è il tratto comune a tutti i viaggi dei migranti. Ogni volta che abbiamo chiesto ai ragazzi accolti dal progetto Sprar di descriverci la Libia le risposte ricevute sono state sempre simili. Non solo relativamente al contenuto. La loro laconicità nel raccontare le violenze sofferte è stata, tuttavia, sempre sufficiente a rendere la portata dei traumi subìti.

Kissima, del Mali [leggi l'articolo], ci ha confessato che avrebbe preferito morire sul mare pur di non vivere in Libia. Asufian [leggi l'articolo] parlando dei libici ci ha detto "sono tutti cattivi, anche i bambini". Solo, che dopo tre anni vissuti in Algeria si è trasferito in Libia in cerca di un lavoro, la vita nel paese l'ha descritta come "l'inferno sulla terra". Ha quindi deciso di prendere una barca e raggiungere le coste italiane. "Sono rimasto sul mare per due giorni. Quel viaggio sulla barca è stato il più lungo della mia vita. Ma dovevo farlo, restare in Libia non era il caso".

"In Italia sono libero"

Solo ammette che trovarsi costretti a reinventare un'esistenza in un Paese così diverso da quello in cui si è cresciuti non è facile. E solo ora, dopo undici mesi, inizia ad abituarsi. "In Italia mi sto adattando pian piano. È difficilissimo perché qui per me è tutto diverso, un'altra lingua, altre abitudini. Ho ricevuto anche il diniego dalla commissione. Sono preoccupato, sono in attesa dei documenti, ma mi sto adattando a questa nuova vita".

Nonostante le difficoltà, la vita in Italia gli ha fatto conoscere un nuovo senso di libertà dopo le continue privazioni cui è stato costretto da quando ha lasciato la Costa D'Avorio: "Qui sono un uomo libero. Vi faccio un esempio. Ora noi parliamo, possiamo dire ciò che vogliamo. Possiamo decidere di uscire la sera, vederci ridere. Ho vissuto in Algeria e in Libia. Lì questo non è possibile. Qui sono un uomo libero".

"Non posso tenermi tutto dentro"

A marzo in occasione della "Settimana d'azione contro il razzismo", il Comitato territoriale Arci L'Aquila organizzò un seminario nell'ambito del corso di Pedagogia interculturale dell'Università degli studi Dell'Aquila. Durante gli incontri fu presentato il progetto ed il Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati. Insieme agli interventi delle figure professionali coinvolte - psicologi, assistenti sociali, insegnanti e mediatori culturali - ci furono anche quelli dei ragazzi accolti nel progetto.

Solo raccontò la sua esperienza in un'aula gremita. Gli abbiamo chiesto di descriverci quel momento: "Non è stato difficile. Mentre parlavo non pensavo al pubblico perché avevo cose importanti da raccontare. Quando hai un problema e non puoi confidarlo a nessuno è difficile, sei costretto a tenerti tutto dentro. Ma se lo racconti agli altri, il male sembra passare via. Una cosa dolorosa che ti porti dentro devi spiegarla a qualcuno, altrimenti come si supera?"

Ultima modifica il Domenica, 12 Giugno 2016 11:44

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