13 Gennaio 2026 - 16:00:07
di Martina Colabianchi
Si accende lo scontro politico all’Aquila in vista di febbraio, mese in cui diventerà operativa la nuova quota di compartecipazione ai servizi sociali e sociosanitari.
A dare il via è stato il consigliere di opposizione Paolo Romano, che ha definito il provvedimento un «salasso annunciato» che colpirà le famiglie con ISEE superiore a 8.000 euro.
Secondo Romano, l’amministrazione avrebbe potuto sfruttare i margini di manovra concessi dalla normativa regionale per azzerare o ridurre gli aumenti, attingendo a un bilancio comunale definito “florido” e ai contributi straordinari nazionali. «Si abbia il coraggio di rimettere al centro le persone e non solo droni e installazioni effimere», ha incalzato il consigliere, chiedendo alla maggioranza di scegliere se stare dalla parte dei regolamenti automatici o delle famiglie più fragili.
La replica dell’assessore alle Politiche sociali, Manuela Tursini, non si è fatta attendere.
L’esponente della Giunta ha chiarito che il nuovo regolamento è un atto dovuto per recepire le direttive della Regione Abruzzo e uniformare l’accesso ai servizi sul territorio. L’assessore ha respinto le critiche dell’opposizione definendole «fuorvianti e strumentali» sottolineando come il Comune dell’Aquila abbia applicato criteri di estrema salvaguardia per i cittadini. «Nell’ottica di salvaguardare il diritto all’assistenza per tutti, la Giunta comunale nel regolamento ha stabilito che la quota massima di compartecipazione sia comunque entro il 30% del costo del servizio, laddove in altre realtà è prevista una compartecipazione pari al 100% dello stesso», ha spiegato Tursini.
L’assessore ha poi elencato i punti di forza del provvedimento: la totale gratuità per i redditi sotto gli 8.000 euro e per servizi sensibili come l’assistenza educativa domiciliare e la disabilità scolastica. Anche per i redditi superiori ai 36.000 euro, l’amministrazione ha scelto di non far pagare l’intero costo del servizio ma di fermarsi alla soglia del 30%. «Siamo stati tra gli ultimi comuni della Regione ad adottare la delibera», ha ricordato l’assessore, aggiungendo che le tariffe per mense e nidi dell’Aquila restano le più basse della regione rispetto a realtà come Teramo o Chieti, dove i costi arrivano a essere il doppio.
«Il rigore e la serietà che guidano la nostra azione amministrativa sono prioritari e si traducono in scelte politiche consapevoli di aiuto nei confronti della comunità – conclude Tursini –. Il resto sono solo slogan per distogliere dall’inderogabile applicazione di normative a cui siamo tenuti».
Sulla questione sono intervenuti anche i consiglieri comunali Enrico Verini e Gianni Padovani.
«A seguito di un atto della giunta regionale, più precisamente la delibera n. 434 del 2023, sono stati stabiliti i criteri per la determinazione delle quote di compartecipazione alla spesa sociale per la fruizione dei servizi di assistenza domiciliare. Dopo tutto ciò, il Comune dell’Aquila ha approvato un regolamento secondo cui, a partire dal 1 marzo 2026, l’erogazione dei servizi di assistenza domiciliare (SAD) e di assistenza domiciliare integrata (ADI), saranno soggetti a compartecipazione delle spese da parte di quelli che l’ente definisce utenti».
«In breve, le persone che già vivono una situazione difficile, saranno costrette, secondo ISEE, a contribuire fino ad un massimo del 30% sulle spese previste per l’assistenza di cui hanno bisogno. Questa misura, che disumanizza le persone trasformando i pazienti in utenti-consumatori, è letteralmente vergognosa moralmente, inutile ai fini pratici e, soprattutto, ha un chiaro obiettivo: passare dal concetto di sanità pubblica alla sanità privata in cui, per avere una prestazione, devi pagare perché evidentemente, secondo questa gente, anche la salute è una merce».
«Affermiamo che è una misura inutile perché non otterrà lo scopo e ne spieghiamo i motivi: l’assistenza domiciliare, come tutti coloro che hanno avuto a che fare sanno benissimo, è già adesso al di sotto delle reali necessità delle persone che ne hanno bisogno; chiunque ci sia passato, sa che, a quanto fornito dal servizio pubblico, già adesso le famiglie devono affiancare, di tasca propria, integrazioni necessarie data l’esiguità delle prestazioni offerte. La gente purtroppo, in pratica, oggi è costretta a pagare anche di tasca propria. Con questa nuova disciplina cosa accadrà? Accadrà che, dovendo pagare anche la prestazione pubblica (oltre alla privata come detto), alla fine i più si rivolgeranno direttamente al servizio privato cercando in esso l’assistenza completa necessaria, quanto meno per sottrarsi al doppio pagamento, alla doppia assistenza, alla doppia burocrazia. La conseguenza sarà che il comparto pubblico sarà ulteriormente ridimensionato con ricadute immediate anche occupazionali sugli operatori».
«Sul piano dell’equità, dietro gli specchietti per le allodole di un sistema che parametrizza secondo reddito, ci chiediamo quante volte un cittadino che sta male deve pagare per il diritto costituzionale alla salute: paga con le proprie tasse nazionali sul reddito; paga con l’aumento dell’addizionale regionale che la giunta Marsilio ha decretato per le spese sanitarie; paga di tasca sua quando sta male. Ma che mondo è mai questo che stanno costruendo sulle nostre spalle? A seguito di un atto della giunta regionale, più precisamente la delibera n. 434 del 2023, sono stati stabiliti i criteri per la determinazione delle quote di compartecipazione alla spesa sociale per la fruizione dei servizi di assistenza domiciliare».
«Dopo tutto ciò, il Comune dell’Aquila ha approvato un regolamento secondo cui, a partire dal 1 marzo 2026, l’erogazione dei servizi di assistenza domiciliare (SAD) e di assistenza domiciliare integrata (ADI), saranno soggetti a compartecipazione delle spese da parte di quelli che l’ente definisce “utenti”. In breve, le persone che già vivono una situazione difficile, saranno costrette, secondo ISEE, a contribuire fino ad un massimo del 30% sulle spese previste per l’assistenza di cui hanno bisogno. Questa misura, che disumanizza le persone trasformando i pazienti in utenti-consumatori, è letteralmente vergognosa moralmente, inutile ai fini pratici e, soprattutto, ha un chiaro obiettivo: passare dal concetto di sanità pubblica alla sanità privata in cui, per avere una prestazione, devi pagare perché evidentemente, secondo questa gente, anche la salute è una merce. Affermiamo che è una misura inutile perché non otterrà lo scopo e ne spieghiamo i motivi: l’assistenza domiciliare, come tutti coloro che hanno avuto a che fare sanno benissimo, è già adesso al di sotto delle reali necessità delle persone che ne hanno bisogno; chiunque ci sia passato, sa che, a quanto fornito dal servizio pubblico, già adesso le famiglie devono affiancare, di tasca propria, integrazioni necessarie data l’esiguità delle prestazioni offerte. La gente purtroppo, in pratica, oggi è costretta a pagare anche di tasca propria».
«Con questa nuova disciplina cosa accadrà? Accadrà che, dovendo pagare anche la prestazione pubblica (oltre alla privata come detto), alla fine i più si rivolgeranno direttamente al servizio privato cercando in esso l’assistenza completa necessaria, quanto meno per sottrarsi al doppio pagamento, alla doppia assistenza, alla doppia burocrazia. La conseguenza sarà che il comparto pubblico sarà ulteriormente ridimensionato con ricadute immediate anche occupazionali sugli operatori. Sul piano dell’equità, dietro gli specchietti per le allodole di un sistema che parametrizza secondo reddito, ci chiediamo quante volte un cittadino che sta male deve pagare per il diritto costituzionale alla salute: paga con le proprie tasse nazionali sul reddito; paga con l’aumento dell’addizionale regionale che la giunta Marsilio ha decretato per le spese sanitarie; paga di tasca sua quando sta male? Ma che mondo è mai questo che stanno costruendo sulle nostre spalle».
«Chiediamo immediatamente, visto che la norma lo prevede, che il Comune rinunci a qualche addobbo, a qualche consulenza, a qualche palco e vada a coprire questa spesa perché non è assolutamente vero che questo sia un “atto dovuto”. E’, al contrario, un “atto voluto” che dimostra in modo inaccettabile la scala delle priorità. Per noi, cercare di assistere adeguatamente chi sta male, chi già vive situazioni di disagio e di sofferenza, vale più di ogni altra esigenza. Rifiutiamo questo modo di governare i processi perché nell’anima rifiutiamo questo tipo di società cinica e materialista in cui chi ci governa ci sta trascinando. Basta davvero e ci rivolgiamo direttamente al Sindaco Biondi: Sindaco, sospenda immediatamente questa misura e porti in Consiglio immediatamente una variazione di bilancio che vada a coprire queste spese evitando agli aquilani questa umiliazione assoluta. Si può fare e si deve fare».
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