28 Gennaio 2026 - 11:37:33
di Tommaso Cotellessa
L’Abruzzo si colloca ai primi posti in Italia per numero di aziende in possesso della Certificazione di parità di genere. A evidenziarlo è Il Sole 24 Ore, che ha analizzato i dati di Accredia, l’ente unico nazionale di accreditamento. Un risultato che segnala l’eccellenza di una parte del tessuto produttivo regionale, ma che, come sottolineato dalla Cgil, rischia di restituire un’immagine parziale della realtà.
A questo dato positivo, infatti, come sottolinea il sindacato, non corrisponde un analogo avanzamento sul piano del lavoro e dei diritti, in particolare per quanto riguarda la condizione femminile. L’Abruzzo continua a registrare un basso tasso di occupazione femminile e profondi divari di genere nell’accesso al lavoro, nella stabilità contrattuale, nelle retribuzioni e nelle opportunità di carriera.
Secondo i dati Istat, il tasso di occupazione femminile in Abruzzo resta significativamente inferiore a quello maschile, con uno scarto che supera i 18 punti percentuali, collocandosi al di sotto della media nazionale. A questo si aggiunge una marcata concentrazione delle donne in lavori precari, part-time involontari e settori a bassa remunerazione, fattori che contribuiscono ad alimentare un persistente gap retributivo di genere.
Lo confermano anche i dati Eurispes: il gender pay gap, calcolato sulla retribuzione media annua dei dipendenti, in Abruzzo raggiunge il 35,5%, a fronte di una media nazionale del 30,1%. In termini concreti, ciò si traduce in uno stipendio femminile mediamente pari a circa il 65% di quello maschile.
In questo contesto, va ricordato che le aziende abruzzesi certificate per la parità di genere sono oggi 503: un numero rilevante in valore assoluto, ma ancora marginale se rapportato al totale del sistema produttivo regionale, che conta oltre 120 mila imprese attive. Le aziende in grado di garantire realmente pari retribuzioni, pari opportunità di carriera e condizioni di lavoro eque restano dunque una minoranza, insufficiente a determinare un cambiamento strutturale.
La contraddizione messa in luce dalla camera del lavoro è evidente: l’eccellenza certificata non può fermarsi al rispetto di standard formali, ma deve tradursi in diritti esigibili e in un miglioramento concreto delle condizioni di lavoro, a partire da quelle delle donne. La parità di genere non può ridursi a un marchio o a un “bollino rosa”, ma deve diventare un pilastro reale dello sviluppo economico e sociale.
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