17 Febbraio 2026 - 09:31:31
di Redazione
Giovedì 26 febbraio 2026 alle ore 18.30, la Fondazione Giorgio de Marchis Bonanni d’Ocre è lieta di ospitare la mostra Ciò che resta – Materiali per un archivio sensibile intorno alla natura del fiume di Antonio Di Cecco, a cura della Fondazione e di RVM Hub.
Ciò che resta è un percorso visivo lungo i margini del fiume Aterno e dei suoi affluenti, un’indagine che si costruisce attraverso fotografie in bianco e nero e cianografie per interrogare ciò che l’acqua trattiene, disegna, cancella o lascia emergere. Il progetto è accompagnato da un volume, prodotto dalla Fondazione de Marchis e da RVM Hub, con il coordinamento editoriale di Agnese Porto e Giammaria De Gasperis e un testo di Antonello Frongia, professore associato di Storia dell’arte contemporanea all’Università Roma Tre.
Durante la serata inaugurale interverranno l’artista, i curatori, gli editori nonché il Prof. Antonello Frongia.
Come scrive Diana Di Berardino, direttrice della Fondazione Giorgio de Marchis, «Antonio Di Cecco, attraverso le sue fotografie e le sue cianografie, indaga il territorio aquilano e il sistema fluviale dell’Aterno come patrimonio naturale e culturale e ne offre una lettura originale: un archivio visivo che restituisce una lettura non documentaria, ma in divenire, dell’itinerario fluviale. Il percorso espositivo allestito negli spazi della Fondazione de Marchis conduce il visitatore alla scoperta della ricerca artistica di Di Cecco, che si trasforma in uno sviluppo dell’animo umano narrato attraverso l’occhio/obiettivo dell’artista/fotografo e che va oltre il linguaggio documentario, per aprirsi a una visione del tutto intimistica».
«Antonio Di Cecco non osserva semplicemente un paesaggio: lo lascia affiorare attraverso i suoi processi», scrive RVM Hub. «Il lavoro è un’indagine sul fiume, come elemento naturale inserito in un paesaggio più ampio, animato da piante, fiori e architetture naturali, generate dal loro intreccio. Il fiume, dunque, è perennemente presente anche quando l’acqua scompare, lasciando spazio ai rovi e agli elementi naturali che abitano i suoi margini. Potremmo quasi dire che si tratta di una narrazione del fiume “in assenza” o attraverso una presenza fugace e in rapido movimento, evidenziata dalla lunga esposizione. Una narrazione del tempo, anzi, dei tempi che operano sull’acqua e sulla vegetazione: veloce e inafferrabile il primo, lento e per questo impercettibile il secondo. La scelta del bianco e nero è una chiara volontà di restare focalizzato sull’essenziale, sulle forme e sulle linee create dalle piante di fiume. Un’evocazione di stati d’animo, più che un racconto del visibile e del reale. Alle immagini fotografiche sono affiancate delle cianografie, nelle quali l’immagine appare attraverso un meccanismo chimico che rende la carta fotosensibile. La cianografia è, dunque, una traccia, emblema di un evento che si è inscritto nella materia, come il fiume lascia segni sulle rive, del proprio passaggio. Se le fotografie mostrano ciò che l’acqua alimenta nel mondo, le cianografie mostrano ciò che l’acqua scrive direttamente sulla superficie sensibile».
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